IT 2017: Pennywise è tornato, ma non fa più paura

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Ventisette anni. Tanto dura un “ciclo” nel romanzo e tanti anni ci sono voluti per vedere di nuovo il terribile IT, ovvero il clown Pennywise uscito dalla penna del maestro Stephen King, in carne ed ossa e di nuovo pronto a essere protagonista dei nostri incubi. La particolare cadenza temporale non sarà sfuggita ai fan della prima ora, quelli che hanno ancora ben presente la tragicomica miniserie televisiva che negli anni Novanta portò nelle nostre case la storia del Club dei Perdenti e della loro epica lotta contro l’entità malvagia che minacciava la loro cittadina. Allora fu Tim Curry a calarsi (in maniera ineccepibile a dire il vero, per quello che è universalmente riconosciuto come il ruolo meglio riuscito dell’intero cast) nel ghigno sanguinolento di IT, in un adattamento per il piccolo schermo che invero si dimostrò abbastanza infelice.

IT

Tim Curry nella parte di IT in una scena della miniserie del 1990.

Per quanto estremamente fedele al libro, la fotografia degna di una soap opera sudamericana, i colori e i look ancora molto anni Ottanta, la recitazione tutto sommato approssimativa, il cast un po’ raffazzonato (l’unico nome di un qualche rilievo, oltre a Curry, era quello di Annette O’Toole) e gli effetti speciali per forza di cose embrionali non lasciarono un buon ricordo in chi aspettava ansiosamente una trasposizione video del capolavoro di King, considerato anche uno dei punti più alti della letteratura americana moderna. Nonostante tutto, però, la miniserie del 1990 viene ancora ricordata come “terrorizzante”, vuoi per il senso di onirico straniamento che riusciva a trasmettere, vuoi per un Pennywise effettivamente manipolatore e subdolamente malvagio quant’altri mai. Il lavoro del regista Tommy Lee Wallace è diventato in breve tempo un classico del genere.

Il cast originale.

Forte di un’eredità al tempo stesso ingombrante ma decisamente dimenticabile, è uscito il 19 ottobre nelle sale italiane il nuovissimo e attesissimo IT dell’era 2.0, preceduto da un battage pubblicitario e un buzz mediatico senza precedenti per un film horror (la campagna di lancio ha previsto originali campagne di guerrilla marketing in diverse città e coinvolgimento diretto di influencer come il Signor Distruggere), sbancando i botteghini e diventando subito il film più visto del weekend e in generale l’horror più redditizio di sempre. Probabilmente a giusta ragione, visto che IT non è affatto (solo) una storia dell’orrore. Pubblicato nel 1986 da uno Stephen King che ai tempi non se la passava benissimo (si trovava infatti nel pieno della sua dipendenza da alcool e droghe, da cui ne sarebbe uscito solo l’anno dopo), IT è prima di tutto un romanzo di formazione, l’excursus sulla vita di sette persone, dalla loro infanzia all’età matura, con sullo sfondo una città carica di demoni e misteri dove i sette sono prima spettatori e poi attori di un orrore solo apparentemente senza fine. Il tema conduttore del romanzo non è il clown assassino (metafora abusata dalla letteratura di genere, che qui trova però la sua sublimazione) che si nutre di bambini e che si risveglia dal suo letargo un anno ogni ventisette, ma sono proprio i sette ragazzi, autonominatisi Club dei Perdenti, con il loro rapporto speciale e le consapevolezze che derivano dal prendere coscienza di sé stessi e del loro legame incredibile. Un balbuziente, un ebreo, un nerd, un ciccione, un nero, un ipocondriaco e una ragazzina povera dai capelli rossi si incontrano in un’estate di fine anni Cinquanta, mentre a Derry (Maine) i loro coetanei vengono ritrovati cadaveri uno dopo l’altro in una catena di efferati quanto inspiegabili omicidi. La volontà di vendicare la morte del piccolo George, fratello di Bill e capo carismatico dei Perdenti, spinge i sette a indagare per poi scoprire il terribile segreto di Derry, in un mondo in cui gli adulti sono assenti, lontani, di nessun aiuto quando non addirittura conniventi e complici dell’entità malvagia.

Stephen King. Foto: thewrap.it

Una storia forse anche semplice, ma che tuttavia ha il merito di essere condita da King con ogni emozione umana possibile: IT è paura, speranza, rimpianto, nostalgia, ottimismo, tragedia, amore, disperazione e gioia. Non c’è sentimento che non venga ampiamente indagato nelle oltre mille pagine del romanzo, in una narrazione a doppio binario, in bilico tra passato e presente che lascia col fiato sospeso e che è, oggettivamente, tutt’altro che facile da rendere in immagini. Stupisce un po’ quindi che il regista Andrès Muschietti abbia voluto debuttare nel cinema mainstream (il suo unico film precedente, La Madre, è un altro horror uscito nel 2013) proprio cimentandosi con una storia complicata e amatissima, da cui, va detto, il nuovo IT si discosta in maniera a volte troppo ampia. Realizzato in due capitoli (il numero due è in fase di realizzazione e uscirà del 2019), l’IT di Muschietti spezza e separa i due piani narrativi incentrando la prima puntata completamente sull’infanzia dei protagonisti e sul loro primo scontro con Pennywise. La parte horror è affidata ovviamente al terribile clown ballerino interpretato stavolta da Bill Skarsgård ed è irriverente e terrificante al punto giusto, ma viene essenzialmente composta di jumpscares prevedibili e un po’ ripetitivi, inseriti in contesti classici (la casa stregata, le fogne, il garage buio) che appiattiscono e banalizzano la storia originale, fatta di momenti di puro terrore completamente decontestualizzati e per questo ancora più disturbanti.

Bill Skarsgård nei panni di IT in una scena del film.

I personaggi sono stereotipati, semplificati e confinati nel loro ruolo e gli adulti, parte importantissima nel romanzo dal momento che le risposte alle domande dei ragazzi vengono quasi esclusivamente dai loro (non) comportamenti, sono quasi assenti o relegati a meri personaggi di contorno. L’analisi psicologica così accurata e fine nelle pagine di King qui si perde quasi completamente a favore di una narrazione mono-emozionale, dove trovano poco spazio altri sentimenti oltre alla paura (persino il dolcissimo e acerbo triangolo sentimentale che coinvolge Bill, Ben e Beverly è appena accennato, con Bill troppo impegnato a pensare alla sua vendetta, e Ben inspiegabilmente scambiato con Mike nel ruolo dello “storico” del gruppo, quando nel romanzo era l’”architetto”). La versione 2017 di IT vuole spaventare e per certi versi ci riesce, ma trasmette anche uno sgradevole senso di incompiutezza che poco può essere imputato al fatto di essere la prima parte di una coppia di film. Non “tratto da” ma piuttosto “ispirato a”, il nuovo IT attinge al romanzo prendendosi forse troppe libertà, inserendo alcune situazioni nuove (le diapositive della famiglia di Bill che prendono vita) e cambiandone completamente altre (la morte di Patrick Hockstetter) per attualizzare e rendere più appetibile al mondo 2.0 una storia nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Non a caso il film è contestualizzato nel 1989, in modo da far cadere la seconda parte esattamente ai nostri giorni e sarà di certo insolito vedere i protagonisti destreggiarsi con internet e smartphone quando nel libro facevano le ricerche in biblioteca e telefonavano col centralino. Il nuovo IT è un horror moderno che sa un po’ di “vorrei ma non posso”, sicuramente apprezzabile dalle nuove generazioni e da chi non ha letto il libro, ma che lascia l’amaro in bocca ai puristi della storia originale, pur avendo incassato l’approvazione di Stephen King in persona. Sembra proprio che l’adattamento perfetto di questa storia nel suo piccolo perfetta sia destinato a farsi aspettare.

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Laura Primiceri

Sono nata negli anni '80, quando si credeva ancora che tutto fosse possibile. Sono cresciuta negli anni '90, quando ci si è iniziati ad accorgere che forse la vita delle nuove generazioni non sarebbe stata poi così facile. Ho studiato Lingue (ne parlo tre e mezzo), mi affascinano le culture straniere, diverse. Amo viaggiare e amo la musica live. Il massimo è quando le due cose coincidono. Ho due gatti e sono childfree 100% convinta, pur non essendo in alcun modo vegana o vegetariana sono fermamente convinta che gli animali sappiano dare molte più soddisfazione delle persone. Ho deciso di diventare giornalista quando avevo nove anni, durante una gita scolastica: ricordo il momento esatto in cui mi sono innamorata di questo mestiere e della sua immensa responsabilità di portare la verità. Penso che in questo momento storico non ci sia niente di più prezioso e al contempo di più difficile da trovare della verità. Siamo circondati da troppi mistificatori, mitomani e manipolatori, che hanno imparato la sottile arte del convincimento per ottenere i loro scopi. Non penso che i lettori siano tutti stupidi: semplicemente, non hanno ancora imparato a chi conviene dar retta.