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Essere esclusi in classe: quando il bullismo non è solo lividi

Published by
Stefano Urso

Il 7 febbraio si è celebrata la prima Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo a scuola. Numerose sono state le iniziative, riguardanti soprattutto l’importanza della consapevolezza delle proprie azioni sul web. Con lo sviluppo delle tecnologie e la diffusione dell’accesso alla rete si è venuto a creare un nuovo strumento attraverso cui il bullismo ha trovato una nuova espressione. Se prima il fenomeno si consumava all’interno del raggio scolastico, infatti, ora ha il potenziale per essere esteso non solo in un contesto fisico più ampio ma anche oltre la fisicità: nell’ambito del tempo.

Il cyberbullismo segue le vittime ovunque (Credit: Susanna Marcellini)

Attraverso gli smartphone il bullismo segue la vittima non solo fuori dalle mura scolastiche, come fardello della propria esistenza, ma anche al di là del limite temporale. Potenzialmente, una vittima di bullismo potrebbe subirlo ben oltre l’orario scolastico e ben oltre lo stesso periodo scolastico. Anche la portata del fenomeno viene automaticamente diffusa. Dalla classe, con l’avvento del cyber bullismo, l’umiliazione passa all’intero istituto scolastico con estrema rapidità. La diffusione di materiale umiliante (dai video ai messaggi di testo) è potenzialmente infinito e inarrestabile.

Una giornata contro il bullismo è sufficiente?

Tra le molte iniziative che sono stante portate avanti, la giornata del 7 febbraio sembra aver prodotto concretamente due cose: da un lato uno spot, dall’altro i risultati di un questionario sul comportamento che i giovani attuano sul web, come riporta il sito del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), il promotore dell’iniziativa. Lo spot consiste in un video di trentadue secondi in cui lo sfigatello di turno viene preso di mira dal bulletto di turno – il motivo è che non gli ha passato i compiti – il quale gli scrive “verme” sulla fronte; il tutto viene ripreso e visto dalla professoressa (Ambra Angiolini).

Quest’ultima li insulta velatamente e redarguisce uno studente, che afferma di non avere nulla a che fare con la questione; tutti sono complici, sipario. Si può davvero risolvere il problema con uno spot? Tra gli aspetti positivi va messo anche il fatto di evidenziare come anche chi “non c’entra niente” si dimostri complice, spostando il riferimento al bullismo anche sul suo lato sociale. E poi? Il bullismo è solo questo? È solo violenza sul più debole ripresa dai telefonini? Basta il personale docente per fermarlo?

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 14-17.

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Stefano Urso

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