Morire in esilio. Non è l’epilogo della vita di Ugo Foscolo, ma l’attuale situazione di almeno cinquanta italiani all’anno. Decisione, questa, che non è realmente libera ma dovuta a un’assenza di specifica disciplina all’interno della legislazione italiana. Se non fosse ancora chiaro, il riferimento è all’eutanasia, la così detta “dolce morte”. Questo istituto, se così si può definire, è dettagliatamente regolato in diversi paesi europei, mete scelte proprio come ultimo viaggio dai nostri conterranei. Una forma di “turismo”, questa, in realtà già diffusa per i più disparati casi. La ricerca di una legislazione più compiacente, di fatti, non si limita all’illecito, a un regime fiscale più tollerante o alle pene meno rigide. La ricerca della legalizzazione delle droghe in Olanda, l’inseminazione artificiale in Danimarca o le nozze fra persone dello stesso sesso, all’epoca, in Spagna. La ricerca di un sistema giuridico più favorevole all’eutanasia si pone allora come l’ultima punta dell’iceberg del farraginoso diritto del Bel Paese.
Questo tema è particolarmente delicato nel nostro paese, è inutile negarlo, anche per la presenza della Chiesa. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, non può liberamente disporre del proprio corpo. Dogma che non si limita al peccato del suicidio ma si trasfonde nel diritto. Precetto ravvisabile nella Costituzione dove si erge, statuario, il principio fondamentale dell’indisponibilità della vita. Questo principio, elemento ispiratore dell’intera Carta e pacificamente riconosciuto dagli studiosi del diritto, non è l’unico della sua specie. Esso infatti si scontra con un altro principio costituzionale: la libertà di autodeterminazione. Principio che viene preso dai sostenitori della dolce morte come nucleo di tale diritto.
L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 18-20.
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