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Zemanlandia vive e lotta insieme a noi

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Claudio Agave

Amato oppure odiato, disprezzato oppure venerato: Zeman non ha mai avuto mezze misure. E ora riparte di nuovo dall’Italia.

«Alcuni giocatori si lamentano che faccio correre troppo? A Pescara vivo sul lungomare e ogni mattina vedo un sacco di persone che corrono. E loro non li paga nessuno».

Zdenek Zeman è un fenomeno. Forse non in campo, in panchina. Ma mediatico. Rappresenta un movimento, un significato, un ideale. Qualcosa che probabilmente non si può spiegare, un uomo che minuziosamente trascende tutti gli aspetti sportivi di base. Un “perdente” amato, un innovatore di quello che poi è diventato il calcio moderno. Un allenatore che, in pratica, ha fatto da punto di riferimento per almeno due generazioni di tecnici. Un fenomeno. Perché un fenomeno è un oggetto di meraviglia, stupore, ammirazione. E Zeman certamente rientra in questa scintillante categoria, di un qualcosa che esclude l’ordinario e tocca le alte vette dello straordinario.

Il boemo, che in Italia ha costruito la quasi interezza della sua carriera, si ritrova ancora oggi nel Bel Paese: la missione – impossibile – è quella di provare a salvare il Pescara, ultimo in campionato e fino alla scorsa settimana unica squadra dei primi cinque campionati professionistici d’Europa a non aver ancora vinto una gara sul campo. Un’impresa complicatissima per chiunque. Forse non per Zeman, che a Pescara ha già allenato in una stagione storica e indimenticabile. E l’allenatore ha dimostrato di che pasta è fatto proprio nella prima domenica del ritorno in campionato: un 5-0 nettissimo al Genoa che interrompe la streak negativa di partite senza trionfi in Serie A, in una gara nella quale si sono potute osservare tutte le tematiche del gioco caro all’ex Napoli e Foggia: velocità negli schemi, fraseggi stretti, linea difensiva alta e aggressione dell’avversario fin nella sua metà campo. Nel capoluogo abruzzese, così come nella Capitale, Zeman ha credito infinito. Ha portato mentalità, rigore, passione in piazze che stavano vedendo scemare queste qualità. Soprattutto, è riuscito a disegnare tratti di consapevolezza, ha lanciato giovani divenuti poi campioni. Il tutto senza mai snaturare il suo vero e possente Io: quello di un calcio offensivo a tutti i costi. Perché a Zemanlandia, terra fatata dove regna lo spettacolo, non conta tanto riuscire a non prendere gol, quanto farne uno in più rispetto agli avversari di turno.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 42-45.

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Claudio Agave

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