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Il riarmo giapponese: make Bakufu great again

Published by
Carlo Paganessi

All’indomani della resa del Giappone che pose termine alla seconda guerra mondiale, il governo di Tokyo, presieduto da Kantaro Suzuki, accettò i termini usciti dalla conferenza di Potsdam tenutasi nelle settimane precedenti, con alcune rassicurazioni aggiuntive sul mantenimento della posizione dell’imperatore. Uno dei punti più importanti dell’accordo prevedeva il completo smantellamento dell’esercito giapponese. Nella successiva redazione della nuova costituzione, basata su quanto detto a Potsdam, venne introdotto anche il divieto di risolvere le controversie internazionali in cui il Giappone si sarebbe trovato coinvolto tramite l’atto bellico. Tali due circostanze contribuivano in pratica a ridurre notevolmente l’esercito giapponese, che nei decenni a venire sarà ridotto a mera estensione della polizia giapponese, a malapena in grado di difendere il suolo nazionale.

Le cose, tuttavia, stanno cambiando. La crescente ingerenza cinese nel Mar Cinese Meridionale, unita alle pretese di Pechino su isole situate nello stesso mare nonché alla possibilità di poter giocare un ruolo in contesti diversi da quello estremo orientale, sta portando a riconsiderare il basso profilo dell’esercito di Tokyo. La strada per un eventuale riarmo ora è notevolmente facilitata dalla vittoria elettorale nella camera alta: con la sua coalizione, che ora controlla i due terzi dei seggi, le riforme costituzionali (su cui gravano iter di accettazione più complessi) sono più facili da implementare – sebbene dopo debbano comunque passare attraverso un referendum costituzionale.

Già durante i due anni precedenti, Abe aveva incrementato del 2,5% il budget militare, portando il totale a quasi 700 miliardi di Euro (100.000 miliardi di Yen) e portandosi così tra i primi dieci paesi al mondo per spesa militare. Tale necessità è dovuta alle mutate condizioni geopolitiche, in primis il contenzioso della Cina a riguardo delle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi), dove i mezzi aerei e navali dell’esercito di Pechino compiono da diverso tempo manovre provocatorie, attivano i radar o assumono temporaneamente formazioni da combattimento per poi ripiegare in acque internazionali. Le isole, al momento, sono sotto sovranità giapponese, ma sono rivendicate dalla Cina sulla base di dati storici: gli esploratori cinesi vi misero piede per primi nel 1403, ma le isole appartengono al Giappone che le acquisì con il trattato di Shimonoseki, del 1895, che mise fine alla prima guerra sino-giapponese. Per rafforzare la sovranità sulle isole, il governo giapponese dell’epoca sostenne l’imprenditore Koga Tatsuhiro nella creazione di uno stabilimento conserviero sulle isole che, tuttavia, fallì nel 1940, lasciando le isole praticamente deserte. Al termine del secondo conflitto mondiale le isole passarono agli Stati Uniti fino al 1975, quando tornarono al Giappone.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 24-27.

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Carlo Paganessi

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