Scienza e politica sono due mondi che non si parlano molto. Come cominciarono però a realizzare gli scienziati britannici la mattina del 24 giugno 2016, o gli scienziati statunitensi la mattina del 9 novembre 2016, il mondo della ricerca scientifica è un castello di cristallo molto sensibile ai terremoti politici. In entrambi i casi è emersa la fragilità della classe dei ricercatori, che pure aveva votato in massa contro tali avvenimenti. Ciò è anche specchio della polarizzazione delle esigenze degli scienziati rispetto a quelle della risultante maggioranza della popolazione: un mondo aperto è fondamentale per lo scambio di idee, tecniche e studenti, ma questa visione è in contrasto con i movimenti populisti, che capitalizzano il crescente sospetto nei confronti della globalizzazione. Al contrario, il processo di innovazione tecnologica promette di rendere molte delle attuali occupazioni obsolete. I progressi del machine learning e delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale fanno pensare ad un futuro in cui le azioni ripetitive saranno dominio esclusivo dei computer. In quest’ottica vale la pena analizzare le influenze vicendevoli del mondo della politica e quello della scienza.
Il primo dei grandi sconvolgimenti politici che ha sconquassato la scena internazionale è stata la vittoria dello schieramento leave nel referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Nei quarant’anni di permanenza britannica nell’Unione, i legami intessuti tra le due parti sono diventati, a ragion veduta, fitti e intricati.
Appunto per questo, l’uscita del Regno Unito dall’Unione non può che essere lunga, complicata e soprattutto piena di incertezze. Incertezze che nuocciono gravemente ai ricercatori appartenenti a gruppi britannici, che si sono visti negare la partecipazione a progetti europei proprio per questo motivo.
L’articolo completo è disponibile nel numero 26 del nostro magazine alle pagine 16 – 19!
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