Un colosso dei tubi che guarda ai garage delle idee. L’immagine è questa: mentre l’alba illumina i gasdotti, un team di giovani fondatori testa un sensore in un capannone. In mezzo c’è una scelta da 14 miliardi
C’è una cifra che colpisce: 14 miliardi in cinque anni. Non sono solo numeri. Sono strade energetiche. Sono scelte che toccano bollette, lavoro, sicurezza.
La quota più grande, 9,2 miliardi, va al cuore del mestiere di Snam: il trasporto del gas. È la rete che non vedi, ma che regge cucine, fabbriche, ospedali.
Poi ci sono 2,1 miliardi per gli stoccaggi. Servono a gestire i picchi invernali e a proteggere il sistema quando i mercati ballano.
Infine, 1 miliardo per innovazione energetica e digitale. L’obiettivo è concreto: più efficienza operativa, più affidabilità, più flessibilità. Meno guasti, più dati, interventi mirati.
I conti oggi reggono. Nel 2025 l’azienda chiude con utile netto di 1,42 miliardi e ricavi a 3,8 miliardi. A fine piano punta a 1,7 miliardi di utile, con le attività regolate in crescita del 5,7% l’anno. Gli azionisti vedranno dividendi in aumento del 4% a esercizio; per il 2025 il totale è 0,3021 euro per azione. Il primo socio resta Cdp Reti con il 31%.
Sul fronte mosse di portafoglio, la società individua opportunità per 3 miliardi: acquisizioni per 1,2 miliardi in aree ad alto potenziale e dismissioni fino a 1,6 miliardi. L’approccio è chirurgico: restare dove ha senso, uscire dove non crea valore. In Italia, Italgas è considerata allineata. Diverso il discorso per la quota del 21,4% in De Nora (tecnologie per idrogeno): non è core, ma non c’è fretta di vendere.
Sui nuovi vettori, la linea dell’ad Agostino Scornajenchi è netta. Sì alla dorsale dell’idrogeno e alla cattura della CO2 (CCS), ma solo con ritorni adeguati e regole chiare. Fino al 2030, Ravenna vale 800 milioni di investimenti per il CCS. Altri 200 milioni vanno alla dorsale H2, con l’idea di convertire circa il 60% della rete per futuri flussi di idrogeno.
Fin qui la mappa. Ma perché adesso, e perché così? Perché la parola d’ordine non è più “transizione”, è integrazione energetica. Il mondo è instabile. Il LNG pesa il 10% sulla domanda italiana; la crisi in Medio Oriente può toccare i prezzi. Il gas resta l’ossatura. Intorno si intrecciano rinnovabili, accumuli, nuove tecnologie.
E qui entra il pezzo più interessante. Scornajenchi lo dice senza giri di parole: l’innovazione energetica è lenta, ma il fermento c’è. Le startup non scalano da sole. Allora Snam valuta un corporate venture capital, certo, ma prima di tutto vuole mettere il proprio R&D accanto alle idee dei giovani. La grande azienda porta standard, accesso alla rete, clienti reali. Le nuove imprese portano velocità, sensori, algoritmi, materiali.
Immagina una valvola “vecchia maniera” che, grazie a un chip, prevede una perdita prima che accada. O un software che regola gli stoccaggi al minuto, non all’ora. Non sono sogni: sono piccoli interventi che fanno grande differenza su una rete nazionale.
Forse il punto è questo: non abbandonare il passato, ma fargli spazio perché incontri il futuro. Dal tubo al chip, dal cantiere alla riga di codice. La domanda, alla fine, è semplice e un po’ personale: tra cinque anni, quando aprirai il fornello o caricherai l’auto, ti importerà più del combustibile o della fiducia in tutto ciò che lo rende possibile?
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