Un direttore che mette le mani avanti, un conduttore che scalda i motori e un nome popolare che resta fuori campo: la nuova stagione Rai si muove con scelte nette. Nel frattempo, a Sanremo, il regolamento del 2027 prende forma con attenzione chirurgica e una parola d’ordine: chiarezza.
Per il Festival di Sanremo 2027 i lavori sono partiti. Williams Di Liberatore, direttore dell’Intrattenimento Prime Time Rai, spiega che la squadra sta già limando il regolamento, voce per voce. Dice che, rispetto allo scorso anno, i tempi sono più rapidi. Un dettaglio che pesa: dodici mesi fa, di questi tempi, l’iter per l’assegnazione della kermesse non era ancora chiuso. Oggi, invece, si ragiona su criteri, scadenze, processi di selezione. È la differenza tra rincorrere e guidare.
C’è poi il nome che accende le conversazioni da bar e redazioni: Stefano De Martino. Il suo coinvolgimento sul fronte Sanremo è dato come concreto nelle interlocuzioni interne. Ma precisiamo: non c’è, al momento, un annuncio formale su ruoli e incarichi. Si lavora, si pianifica, si testa il terreno. È normale amministrazione quando si costruisce un evento che, nelle ultime edizioni, ha viaggiato su share oltre il 60% e ha tenuto l’industria musicale agganciata al pubblico generalista come nessun altro programma.
Dentro questo quadro, Di Liberatore insiste sulla “chiave” del prossimo Sanremo: chiarezza delle regole per artisti, discografici e pubblico. Tradotto: finestra unica per l’invio dei brani, commissioni di ascolto trasparenti, comunicazioni anticipate su extra-palco (co-conduttori, momenti speciali, ospiti). In passato, una comunicazione tardiva ha complicato le strategie dei team artistici. Mettere le regole nero su bianco, prima, aiuta tutti.
Il secondo capitolo è più secco. Barbara D’Urso non rientrerà nei prossimi palinsesti Rai. Lo ha detto, senza giri di parole, lo stesso Di Liberatore. È una scelta che fa rumore, perché D’Urso è una figura pop della tv italiana, con un pubblico fidelizzato e un’idea molto definita di intrattenimento. Qui, però, l’azienda traccia una rotta diversa: investire su un parco conduttori già in casa e coerente con l’identità editoriale che Viale Mazzini vuole presidiare in prime time.
E Amadeus? “Chiunque lo vorrebbe”, ammette Di Liberatore. Ma la linea è chiara: oggi la Rai sta lavorando con chi c’è, non con sogni a portata di titolo. E in assenza di conferme ufficiali, meglio evitare proiezioni. Amadeus resta, per storia recente, il benchmark del Festival, ma Sanremo 2027 non può vivere di nostalgie: serve un impianto che regga da solo, con scelte riconoscibili e una narrazione nuova.
Sul piano operativo, i prossimi mesi saranno decisivi: pubblicazione del regolamento, contatti con le etichette, scouting per le nuove proposte, definizione dei tasselli editoriali. In parallelo, la presentazione dei palinsesti d’autunno (tradizionalmente a luglio) dirà molto anche sul linguaggio che la Rai vuole adottare nell’anno che porta verso Ariston 2027.
Per il pubblico, l’effetto è duplice: da un lato, la curiosità di vedere se De Martino porterà un tono più leggero e ritmato; dall’altro, la percezione che un’era televisiva – quella della D’Urso – si stia chiudendo in Rai. Le transizioni, in tv, sono fatte di dettagli: la scelta di una grafica, il tempo di parola a un comico, il taglio di una clip. È lì che si capisce la direzione.
E allora, la domanda resta: preferiamo la comfort zone dei volti eterni o l’emozione del primo passo su un palco che non perdona? In fondo, ogni Sanremo comincia davvero quando qualcuno decide il primo silenzio prima della musica.
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