Voci, schermi e domande si incrociano nei padiglioni di Bologna: tre giorni per capire se la tecnologia può essere davvero nostra alleata, senza perdere di vista chi racconta i fatti, chi lavora, chi fa rispettare le regole.
Il We Make Future 2026 porta in città un confronto serrato su intelligenza artificiale, giornalismo, lavoro, legalità, cybersecurity, startup e innovazione digitale. In agenda panel, laboratori e casi pratici. Sono attesi volti noti del racconto pubblico come Enrico Mentana, Corrado Formigli e Cecilia Sala. E voci che di regole e diritti si occupano ogni giorno, come Nicola Gratteri e Pierpaolo Bombardieri.
Qualcuno prova un assistente vocale per l’ufficio. Qualcun altro testa un filtro che scova i deepfake. È il lato vivo del digitale: sperimentazione, errori, ripartenze. Ma qui non si parla solo di nuovi strumenti. Qui si tocca come quei strumenti cambiano le nostre abitudini.
Strumenti di trascrizione, suggerimenti per i titoli, analisi dei dati. La velocità fa gola, ma il rischio di scivolare su fonti dubbie è concreto. Nel 2024 l’Europa ha approvato l’AI Act, che chiede più trasparenza sui sistemi ad alto rischio. È un tassello importante: sapere chi ha “allenato” un algoritmo, con quali dati, aiuta a fidarsi. E la fiducia, nel giornalismo, vale più dei clic.
Ransomware, phishing mirati, truffe che imitano voci e volti. ENISA segnala da anni i ransomware tra i rischi più diffusi in Europa. La direttiva NIS2 alza l’asticella per settori essenziali e servizi digitali. Tradotto: servono piani, esercitazioni, responsabilità chiare. Non basta il “poi vediamo”.
La AI automatizza parti ripetitive, crea mestieri ibridi, cambia la formazione richiesta. Call center, marketing, logistica, sanità: l’impatto è già misurabile in processi e competenze. Qui entra la contrattazione. Come si tutela chi viene valutato da un algoritmo? Come si riconosce il valore di chi guida questi sistemi, dalle etichette dei dati fino alle decisioni finali?
Chi fa informazione oggi affronta una doppia pressione: arrivare per primo e non sbagliare. Gli strumenti generativi aiutano a setacciare documenti pubblici, estrarre numeri, tradurre in tempi stretti. Ma la verifica resta umana: chiamare una fonte, confrontare due versioni, bloccare una foto se non torna la luce di un lampione. In un anno elettorale pieno, tra Europa e mondo, l’uso di etichette chiare su contenuti sintetici non è vezzo: è servizio pubblico. E serve dire da dove arrivano i dati. Se mancano conferme, meglio ammetterlo che colmare i vuoti con supposizioni.
La legalità nel digitale non è un recinto. È manutenzione di strade dove si possa correre senza sbandare. Truffe online, riciclaggio via crypto, estorsioni digitali: chi indaga chiede strumenti aggiornati e cooperazione tra piattaforme e procure. Chi rappresenta i lavoratori chiede trasparenza algoritmica, formazione continua, tutele per chi resta indietro. Le startup che crescono tra Ateneo e impresa lo sanno: senza fiducia e regole stabili, l’innovazione non scala.
Un accordo di buon senso tra curiosità e prudenza. Tra entusiasmo e responsabilità. Tra velocità e memoria.
È un talento antico, utile adesso. All’uscita dai padiglioni, con il sole di giugno ancora alto, la domanda resta appesa come una vela: che forma vogliamo dare alle tecnologie quando smettiamo di chiamarle “nuove” e iniziamo a chiamarle “nostre”?
"Book Club - Il Capitolo Successivo" arriva in prima tv su Canale 5: un viaggio…
Patrick Pruitt, un giovane americano, ha sfidato il sistema di ammissione universitaria inviando 270 domande…
La principessa Kate Middleton emerge come icona di moda sostenibile, scegliendo brand etici come Sézane…
Scopri 12 film non horror che ti inquietano più di un jump scare, manipolando aspettative…
Paola Ferrari affronta il body shaming sui social media, rivelando la sua battaglia contro il…
KFC prevede una forte espansione in Italia, con 800 assunzioni e 35 nuove aperture previste…