Born to be wild. ABA: il lato selvaggio della pallacanestro

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La NBA, nel corso degli anni, è divenuta un fenomeno globale e mondiale capace di portare la sua visione del gioco della pallacanestro e i suoi interpreti in ogni sperduto angolo del globo, complice anche l’apertura sempre più marcata della lega verso giocatori non americani (dai 23 della stagione 1991-92 ai 113 della stagione in corso). Tuttavia la storia della lega più popolare al mondo non è sempre stata costellata di successi e scelte azzeccate: un preponderante problema di droga nel decennio ’70-’80, unito alla nascita di una lega concorrente, la ABA, nel 1967, avrebbe potuto far traballare il sostanziale monopolio che la NBA aveva sulla pallacanestro americana in quel periodo, anche se questo alla fine non è avvenuto. E proprio la ABA, acronimo di American Basketball Association, ha rappresentato per la NBA la più grande, anche se in maniera relativa, nemica e la più proficua alleata della sua storia.

Un parto prematuro

ABA fondatori

I padri costituenti e La Palla.

La ABA nasce nel 1967, a opera di un piccolo gruppo di soci fondatori, con l’intento di scalzare la NBA dal suo piedistallo di unica depositaria del “sapere” cestistico, tentando quello che era già stato provato prima dalla ABL (American Basketball League) senza successo: quest’ultima aveva infatti chiuso i battenti in due anni. La NBA usciva dal dominio dei Celtics di Red Auerbach e dal dualismo Russell-Chamberlain, mettendo fine, di fatto, a un’epoca della storia del gioco: dal giocare sotto il livello del ferro e con i piedi ben piantati a terra, infatti, si era passati a esplorare il mondo al di sopra di esso, utilizzandolo come nuova forma espressiva.

La ABA si inserisce in questo solco perché, nonostante questa forte spinta evolutiva, la NBA rimaneva comunque legata ad alcuni retaggi tradizionali, tattici e non, che rendevano il gioco lento e non particolarmente appetibile al pubblico americano rispetto al football o all’hockey; il gioco in post era ancora una componente imprescindibile e non era ancora presente il tiro da tre punti: questo non permetteva una spaziatura molto ampia ai giocatori, che si ritrovavano così a sgomitare in area e a non avere linee di penetrazione pulite (risse e gioco molto fisico erano una costante). La ABA quindi, nonostante un avvio balzano e con non tutte le idee ben prefissate (il commissioner George Mikan accetta la carica dieci minuti prima dell’inizio della conferenza stampa per presentare la lega ai giornalisti) inizia il suo folle viaggio concorrenziale, destinato, nonostante il suo fallimento economico, a cambiare la NBA e la pallacanestro.

Ricchi di idee, ma poveri in canna

Due cose si notano: uno stile di gioco avveniristico per l’epoca e il palazzetto vuoto.

Fin dalla sua istituzione, la ABA ha sempre dovuto lottare con lo strapotere economico e l’ostracismo che la NBA le riservava e provare a sopravvivere in questo contesto, cercando di proporsi inoltre come valida alternativa a quest’ultima. Nonostante le scarse possibilità economiche e la sostanziale impossibilità di firmare giocatori capaci di portare tifosi al palazzetto, le idee di base su cui l’impianto teorico della lega poggiava erano coinvolgenti: tiro da tre punti (eredità della ABL), gioco veloce e offensivo e palla colorata.

Quest’ultima è probabilmente una delle più riuscite e mal sfruttate idee, a livello economico, della storia della gestione sportiva mondiale; voluta fortemente da George Mikan, con i colori legati alla bandiera americana, essa divenne rapidamente oggetto di culto, presente in ogni playground degli Stati Uniti, e icona della lega stessa (si parla di quasi trenta milioni di palle vendute), pur non essendo mai stata messa sotto licenza e quindi non avendo mai portato un soldo nelle tasche della ABA.

A queste fervide menti va anche ascritta l’invenzione dello Slam Dunk Contest, nel 1976, partorito in maniera assolutamente casuale come show all’intervallo dell’All Star Game e destinato a diventare uno degli appuntamenti più attesi dagli appassionati di basket del mondo, questo primo Contest fu vinto da Julius Erving con questa schiacciata. Nonostante quindi una forte posizione di debolezza a livello economico, la ABA trovò comunque dei modi per provare a colpire la NBA, non sempre in maniera cristallina.

Rubare a un ladrone non è peccato

ABA Connie hawkins

Grazie alla ABA, Connie Hawkins trovò riscatto e poté proseguire la sua carriera da professionista.

La forte debolezza economica della ABA non le permise mai di porsi alla pari con i contratti standard NBA; salvo rari casi, come Rick Barry, pochissimi giocatori affermati o che non fossero a fine carriera decisero volontariamente di abbandonare la sicurezza economica che la lega originaria offriva. Per questo motivo i dirigenti ABA dovettero trovare nuove e fantasiose motivazioni economiche per portare giocatori al loro ovile.

E lo fecero: dapprima mettendo sotto contratto giocatori banditi dalla NBA, come Connie Hawkins, e poi ponendo sotto contratto quei giocatori che erano ancora al college, e quindi studenti, contravvenendo a una regola NCAA nota come “Four-Year Rule” che prevedeva la fine dei quattro anni di college prima di poter diventare professionisti; il caso più eclatante, nonché il primo, fu quello di Spencer Haywood, che ricevette il via libera a giocare dal tribunale dopo una guerra giudiziaria terminata nella Hardship Case, ovvero la possibilità per lo studente di divenire professionista in virtù di serie problematiche economiche o accademiche. Migliaia di giovani talenti vennero quindi razziati, a livello di college, dalla ABA negli anni a venire portando alla luce future stelle del gioco come Julius Erving o George Gervin.

Altra trovata machiavellica dei dirigenti fu quella della stipulazione dei contratti: questi ultimi venivano presentati come contratti esorbitanti, ma alla fine risultavano così dilazionati nel lungo periodo da corrispondere a un quarto della cifra annunciata ai media.
Un contratto presentato come valevole 1,4 milioni di dollari, ad esempio, risultava strutturato come un contratto quadriennale a salire di 250.000 dollari, e il resto era inserito in un fondo fiduciario che avrebbe iniziato a pagare il giocatore solo quando questi avesse compiuto quarant’anni. Inoltre, come se non bastasse, la ABA razziò quattro dei migliori arbitri della NBA, offrendo loro condizioni economiche e benefit molto più vantaggiosi della controparte, e ponendo così le basi per la successiva rivalutazione della figura dell’arbitro nel contesto del basket professionistico. Inutile dire che trovate di questo tipo permisero alla ABA di sopravvivere a livello economico ben più di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi.

Una lega di antieroi

Marvin Barnes: genio e follia.

Dato tutto questo, le più grandi e carismatiche stelle del parquet continuarono a preferire la NBA, e quindi la ABA dovette, per forza di cose, accettare al suo interno delle personalità borderline, che non necessariamente fallirono poi nel passaggio alla lega tradizionale. Giocatori come Artis Gilmore, Julius Erving, Moses Malone o George McGinnis (solo per citarne alcuni) fanno parte del gotha della pallacanestro mondiale, e hanno lasciato una forte impronta nella storia del basket americano e non; a questi, però, vanno associate delle personalità non propriamente sane, o comunque non così appetibili al grande pubblico. Si parla di personaggi come Marvin Barnes, soprannominato “Bad News” e cocainomane, nonché possessore di tredici telefoni in casa sua, che era solito dirimere le questioni (in campo e fuori) con un crick, o come John Brisker, il più duro giocatore della lega, morto come mercenario al servizio di Idi Amin Dada (dittatore ugandese), o ancora come James “Fly” Williams, stella bipolare dei playground di New York, capace di attaccare rissa con un compagno nel riscaldamento pre-partita o di tentare un sottomano a 360° in contropiede piuttosto che segnare comodamente due punti.

Questi e altri personaggi rappresentarono meglio di qualunque altra cosa l’anima di quella lega, vivace e intraprendente, che piuttosto che fermarsi a ragionare su un certo argomento o su una certa questione preferiva saltarla o affrontarla di petto, in una manifestazione di vitalità e scelleratezza in cui chiunque abbia mai praticato uno sport non può non riconoscersi. Eroi romantici con poca ragione e molta passione – mista a incoscienza – a guidare i loro passi, sul parquet e nella vita, fino ai prevedibili e tristi finali.

Non si vive di soli ideali

L’epilogo del sogno.

Quella della ABA è però una vita spericolata e, come tutte le vite simili, ha un apice incandescente e un’altrettanto rapida e inesorabile cadutaProblemi economici per la lega e per le franchigie, e di droga fra i giocatori, portarono inevitabilmente al collasso un sistema che era già pericolante di suo sin dall’inizio; la ABA cessa ufficialmente la sua esistenza nel 1976 fondendosi con la NBA, cui aggiungerà quattro squadre (New York Nets, Denver Nuggets, Indiana Pacers e San Antonio Spurs) e svariati giocatori tramite un Dispersal Draft. Nonostante tutto, però, il suo lascito è pesante e molto importante per la storia successiva della NBA. Oltre ad aver sdoganato e posto le basi per la diffusione della pallacanestro nel sud-est degli Stati Uniti, ha avuto un ruolo fondamentale nell’ampliare gli orizzonti e l’interpretazione del gioco.

Non solo da un punto di vista tecnico, come dimostra il tiro da tre punti, ma proprio nella visione del gioco stesso, che da compassato e vescovile è passato a essere frizzante e jazzistico, dando nuova linfa a una pianta che, di lì a poco, avrebbe generato due fra i suoi frutti più gustosi – Magic Johnson e Larry Bird – forse proprio in virtù di questo concime. Si è iniziata a vedere la pallacanestro non solo come un divertimento cattedratico e fermamente razionale, ma come uno show elettrizzante e tendente all’individualismo più che alla squadra; una transizione fra lògos e pàthos che ha permesso di comprendere meglio la natura mutevole di un gioco, fino ad allora, tenuto strettamente controllato.

Si è iniziato a scoprire, nella pallacanestro, quel lato selvaggio e istrionico della natura umana che dà sapore e gusto all’esistenza. Quel lato che magari pecca di un’ingenuità bambinesca, proprio come nel caso della palla tricolore, e che non sempre genera le migliori decisioni, ma che di certo è dannatamente divertente.

Tutti gli aneddoti e le informazioni tecniche sono tratte dal libro di Terry Pluto, Loose Balls.

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Lorenzo Vagnoni

Nasco nel 1990, contro la mia volontà, e ancora adesso non ho metabolizzato la cosa; oltretutto il traffico di Roma non è molto indicato per superare una trauma del genere. Da piccolo, quando si giocava a calcio, venivo messo sempre in porta, motivo per cui ho iniziato a giocare a basket e non ho praticamente più smesso, passando dall'infantile venerazione per un 23 calvo di Chicago al fanatismo verso un argentino nasuto di Bahía Blanca. Il mio interesse adolescenziale per il genere femminile, assolutamente non ricambiato, mi ha spinto a diventare un videogiocatore accanito, oltre che a leggere classici della letteratura di gente morta almeno cento anni fa. Scrivo perché mi piace e perché credo che la formazione di una cultura sportiva, ma non solo, di un paese inizi dalla competenza, dalla chiarezza e dall'obiettività dell'informazione che la veicola. Ho tre gatti grassi, una logorrea conclamata e ascendenze marchigiane, ma di quest'ultima cosa non ho colpa.