Deus vult! Le crociate, tra verità e falsi miti

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Avidi cavalieri europei si imbarcano in un’aggressione militare proclamata dal pontefice, contro i tolleranti e pacifici arabi che tentano di difendersi dall’ingiustificato attacco guidati dal prode e virtuoso Saladino. Che si tratti del film Kingdom of Heavens o di Age of Empires II: The Age of Kings, la morale della versione in chiave pop delle crociate è sempre la stessa, e oscilla tra aperto anticlericalismo e prospettiva ipermaterialistica su uno scontro la cui dimensione religiosa e ideologica fu in realtà tutt’altro che secondaria.

La critica alle crociate è vecchissima, e ha virtualmente servito ogni ideologia dalla fine del Medioevo a oggi. Gli eretici luterani e protestanti citarono la guerra santa come prova della vera natura del Papato medievale, una monarchia senza scrupoli mossa solo dalla sete di conquista. I pensatori illuministi hanno considerato l’episodio come «il più grande e durevole monumento alla follia umana» (David Hume), facendone uno degli argomenti centrali nella costruzione della retorica di condanna dei cosiddetti “secoli bui”. Buona parte del mondo (post)moderno ha mantenuto e consolidato questo atteggiamento. Alcuni hanno definito la serie di campagne militari come «il primo tentativo occidentale di colonizzazione», altri sono addirittura arrivati a considerare le crociate il primo passo verso l’olocausto degli ebrei in Europa, e a includerle in una serie di tragedie al pari delle violenze in Kosovo e del Terzo Reich.  

È frustrante osservare quanto la verità storica di questo evento venga diluita e offuscata con revisionismi, riletture e mistificazioni in salsa politicamente corretta. Molto è dovuto all’atteggiamento di leader, personalità e opinionisti moderni, che rievocano la famigerata serie di campagne militari con scopi politici, spesso per alimentare la retorica che vorrebbe descrivere le religioni come tutte intrinsecamente violente e uguali; o, peggio, per sminuire qualsiasi critica all’Islam radicale, ironicamente proprio seguendo il principio del chi è senza peccato. In ogni caso, la rappresentazione errata e la romanticizzazione delle crociate hanno portato una serie di convinzioni sbagliate e luoghi comuni nella coscienza storica collettiva europea.

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Il primo grande mito, quello dell’aggressione occidentale contro il pacifico oriente, sembra essere basato sull’idea dell’Islam medievale relativamente pacifico e della Terrasanta come melting pot e paradiso multireligioso, frutto della dominazione saracena, bonaria se comparata all’integralismo cattolico e alla conversione forzata dei pagani al cristianesimo. Anche volendo ignorare la fulminea conquista mussulmana della penisola iberica, questa visione idilliaca dell’Islam si scontra con la realtà dei fatti: gli attacchi contro il flusso di pellegrini, le incursioni saracene nel Mediterraneo, i berberi che arrivano a minacciare la Francia e persino Roma fanno capire quanto sia cieco vedere la prima crociata come una manovra unicamente aggressiva, e addirittura ingiustificata. Dopotutto, l’impossibilità di venire a patti con l’espansionismo dei turchi selgiuchidi, che dopo la sconfitta dei bizantini a Manzicerta nel 1071 arrivarono a cingere d’assedio le città costiere dell’Anatolia, fino ad allora controllate dall’Imperatore di Costantinopoli, fu solo la goccia che fece traboccare il vaso e che spinse i cristiani a una prima controffensiva. Vista la ferita dello scisma ortodosso, il fatto che le chiese orientali si piegarono a chiedere aiuto a Roma e all’occidente mostra, da solo, quanto grave fosse la situazione della cristianità nel “pacifico e avanzato” medioriente mussulmano.

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Il secondo mito, quello del cavaliere europeo che nascondendosi dietro all’apparente fede vede la chiamata del papa come una comoda opportunità per indulgere alla sete di massacri e razzie, si scontra innanzitutto con la natura dell’uomo che per primo dovette chiedere l’aiuto di Papa Urbano II per fronteggiare la minaccia turca: un uomo molto diverso dal soldato senza scrupoli a cui Hollywood ci ha abituati. Per gli standard odierni, infatti, l’imperatore Alessio Comneno sarebbe considerato a tutti gli effetti un asceta. Pio e devoto, amava contemplare ogni sorta di reliquia e leggere la Bibbia in compagnia della moglie prima di andare a dormire. Umile nel giudizio e abile nell’arte militare, non tradì le sue virtù nemmeno quando dovette processare i cospiratori che tentarono di assassinarlo, risparmiando loro la vita. Difficile pensare che un uomo del genere – che per tutta la durata del regno rifiutò le vesti di imperatore per restare fedele alla sua parca divisa da soldato – fosse mosso unicamente da ambizioni politiche o mero opportunismo.

Si può però dire lo stesso dei cavalieri che risposero alla chiamata del Papa? Per quanto riguarda i nobili europei, la cui condotta personale è ovviamente molto più difficile da conoscere, si può presumere che la fede sia stata motivo determinante del viaggio verso la Terrasanta. La promessa di ricchezze e potere a Gerusalemme fu sicuramente un incentivo importante per buona parte della fanteria più povera reclutata in Europa, ma sembra difficile credere che un cavaliere europeo – che già in patria poteva godere di status privilegiato e ricchezza – si imbarcasse in un’avventura simile unicamente per avarizia. La realtà dei fatti è probabilmente l’opposto di quello che Hollywood ci insegna: per buona parte dei condottieri cristiani la guerra santa fu, se osservata puramente in termini materiali, una grossa e rischiosa perdita economica. Achard di Montmerle, per esempio, finanziò il suo viaggio cedendo all’abbazia di Cluny tutte le sue terre per 2.000 monete d’oro e 4 muli. Goffredo di Buglione – che, quando ebbe l’opportunità di diventare sovrano di Gerusalemme, rifiutò di «indossare una corona d’oro dove Cristo ne portò una di spine» – dovette vendere il titolo di Duca di Verdun e due castelli. Naturalmente il cristiano medioevale, molto diverso dall’uomo del XXI secolo, vedeva l’intera impresa come un investimento: dopotutto rischiare uomini, feudo e persino la vita è un prezzo più che ragionevole per la salvezza eterna.

Cosa si può dire allora degli ordini militari che, al contrario di re e cavalieri, guadagnarono denaro e potere unicamente grazie alle crociate? Se si osserva la storia dei Cavalieri di San Giovanni (i famigerati Ospitalieri), in effetti, non si può semplicemente ignorare il periodo iniziale, in cui l’ordine offriva gratuitamente cure e alloggio a poveri e ammalati a Gerusalemme. Persino con la militarizzazione dell’ordine – che comunque avvenne solamente dopo la prima crociata – solo una minoranza dei monaci-guerrieri era effettivamente impiegata in operazioni belliche, che si intensificarono con la continua avanzata mussulmana e gli assedi di Cipro, Rodi e infine Malta. Molto diversa è invece la storia dei Templari, nati come ordine di guerrieri e fin da subito incaricati di essere la “spada” del Re di Gerusalemme. L’intero codice che erano tenuti rispettare, scritto da Bernardo di Chiaravalle, il più prestigioso teologo del tempo, imponeva uno stile di vita piuttosto morigerato. Al singolo cavaliere era vietato mangiare carne più di tre volte a settimana e, durante i pasti, posate e bicchieri andavano divisi in coppia. Era vietato possedere più di tre cavalli, vestire briglie e armature decorate con ori, e possedere forzieri e lucchetti. Proibite anche falconeria e, ovviamente, la compagnia di donne nelle sedi dell’ordine, piaceri “pericolosi” e non adatti a uomini di fede.

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Pensare che sia i Templari che i Cavalieri di San Giovanni fossero mossi da fame di potere e ricchezza sarebbe sbagliato. È certo che entrambi gli ordini accumularono una quantità d’oro teoricamente inimmaginabile, arrivando ad amministrare le casse dei regni di Francia e Inghilterra, ma è anche vero che, all’epoca, PayPal e carte di credito non esistevano, e persino convertire le monete in una sorta di assegno bancario da spedire da una sponda del Mediterraneo all’altra non era impresa facile e senza rischi. Il denaro poteva essere speso in armamenti e provviste, certo, ma in fin dei conti la maggior parte dei Templari continuava a condurre una vita monastica – massacri a parte.

Opposto alla barbarie e brutalità degli europei di cui sopra, è sempre citato il grande mito del prode Saladino, personaggio romanticizzato all’estremo, che dall’essere incluso nella rousseauiana figura del “buon selvaggio” arriva a diventare, nell’immaginario collettivo, un sovrano illuminato, un alfiere di tolleranza e umanità. L’allora sultano di Egitto e Siria non ha però mai effettivamente mostrato di essere particolarmente aperto alla convivenza tra fedi diverse (dopo la battaglia di Hattin teologi e religiosi islamici fecero la fila per ottenere il privilegio di decapitare personalmente gli infedeli catturati, sotto la supervisione del Sultano), né mai resistette alla tentazione di seguire l’ignobile e (quasi) dimenticata tradizione araba dello schiavismo: alla fine del vittorioso assedio di Gerusalemme, Saladino non avrebbe voluto concedere «né grazia, né pietà» ai cittadini conquistati. Consultandosi poi con i suoi uomini, decise invece di garantire un salvacondotto a chiunque avesse pagato un riscatto per la propria liberazione. L’alternativa era ovviamente la schiavitù, che si rivelò essere il triste destino per circa la metà della popolazione.

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Tutte le parti si macchiarono di crudeltà e massacri, ovviamente. La prima conquista di Gerusalemme e la presa di Costantinopoli, spesso citate come i massimi esempi della barbarie europea tipica delle crociate, non sono state più brutali dell’assedio della Città Santa da parte degli arabi, né più sanguinose delle scorribande dei turchi, né meno vili dei tradimenti e voltafaccia dei bizantini nei confronti delle forze crociate. È in ogni caso interessante vedere che scorrettezze e condotta immorale fossero non solo disapprovate, ma persino attivamente scoraggiate dalla Chiesa. Diversi signori tedeschi (disprezzati da altri cavalieri e sbeffeggiati come “la feccia d’Europa”) furono minacciati di scomunica dopo il tentativo di istigare veri e propri “pogrom” contro le comunità ebraiche, considerate infedeli al pari dei mussulmani. Lo stesso Bernardo di Chiaravalle si pronunciò personalmente per fermare le persecuzioni. Monaci e preti, in Europa, tentavano anche di regolare il flusso di crociati: Pons, Peter e Bernardo da Mezenc, tre cavalieri francesi notoriamente immorali e famosi per le loro scorribande, dovettero confessare e pentirsi pubblicamente delle loro angherie davanti a una giuria di vescovi, prima di poter ottenere il permesso di unirsi alla crociata. Persino il codice cavalleresco e la pratica bellica europea appaiono quasi compassionevoli, se confrontati con disumani episodi come l’assedio turco di Otranto e di Famagosta, gli impalamenti di massa introdotti dalla dominazione islamica nei Balcani, e la tratta araba degli schiavi (formalmente in vigore fino al ventesimo secolo).

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In generale, le crociate ebbero almeno tre conseguenze benefiche per l’Europa, che non possono essere ignorate né minimizzate. La prima fu ovviamente la difesa pratica del continente e della fede cattolica (sia per quanto riguarda le campagne nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente, sia con la reconquista spagnola). La seconda fu quella di indirizzare la violenza dei cavalieri europei verso una causa nobile e comune. La terza conseguenza delle crociate, e forse la più effimera, fu l’unità della cristianità occidentale, suggellata con una collaborazione internazionale – dalla Scozia alla Sicilia normanna, sotto un unico ideale – che, nella storia, raramente si verificò nuovamente. Se oggi esistiamo nella società che conosciamo, e se possiamo indugiare in grandi dibattiti sulla bontà morale dei nostri antenati e sulla necessità di “costruire ponti” e promuovere la tolleranza – concetti sempre molto comodi quando si vogliono elemosinare facili applausi e approvazione – è anche perché qualcuno, secoli prima di noi, ha imbracciato la spada e, soprattutto, la Croce.

Bibliografia:
Frankopan Peter, The First Crusade: the call from the East.
Tyerman Christopher, God’s wars; a new history of the crusades.
Barber Richard, Il mondo della cavalleria.
Stark Rodney, God’s battalions.

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Sergio Flore

Nato l’anno del crollo dell’Unione Sovietica e cresciuto a pane e RTS su un bellissimo scoglio chiamato Sardegna. Ex-chitarrista, ex-tastierista e - come il 90% della mia generazione - producer a tempo perso. Sono laureato in relazioni internazionali da qualche anno e appassionato di storia europea da sempre. Wannabe giornalista pubblicista. Anglofilo impenitente. Lettore prima che scrittore, amo la letteratura russa e in generale mi interessa tutto ciò che riguarda il Paese più grande del mondo. Mi occupo di politica, storia, esteri e, occasionalmente, di videogiochi e musica.