Essere donna l’8 marzo: perché lo sciopero è un passo indietro

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Vivere il prodigio del tuo ciclo mensile ostentandolo in piazza

L’8 marzo è una giornata considerata da tutti come la festa delle donne. In sostanza è una festa in cui uomini acquistano e regalano, in quanto nati col pene, un mazzetto di mimosa ad una donna, in quanto nata senza pene. Ma d’ora in poi non sarà più come prima, perché l’8 marzo di quest’anno le donne sciopereranno. Saranno forse stanche di farsi regalare fiori dal dubbio gusto da praticamente chiunque? Saranno forse stanche della terribile puzza che fanno o del mercato illecito di mimose venduti dagli stessi ambulanti che fino a ieri vendevano ombrelli e selfie-stick?

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La manifestazione dell’8 marzo 1917 che ha ispirato la festa delle donne. Credit: bergamopost.it

No, secondo il sito ufficiale della manifestazione, intitolata “Non una di meno”, lo sciopero ha come scopo quello di valorizzare la figura della donna. In un mondo, e un Paese, in cui la donna subisce discriminazioni continue sul posto di lavoro – con un minor salario medio e un licenziamento quasi certo nel caso in cui volesse avere figli, viene brutalmente uccisa dagli uomini – qualcuno ha detto femminicidio? – e viene usata come serva nel luogo domestico, è giusto, se non addirittura lecito, pretendere che le donne dimostrino a tutti la loro importanza e il loro peso sociale fermandosi per un giorno. Perché: “Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!”.

Ragioni più che condivisibili se si vive in un Paese tipicamente machista come l’Italia. Inoltre, lo sciopero nasce sulla scia di altri avvenuti nel resto del mondo, come Polonia, Germania, Turchia, Brasile e Argentina. Nulla da prendere sottogamba, insomma. Ma quali dovrebbero essere le motivazioni che spingerebbero le donne a rinunciare al lavoro e aggregarsi in piazza?

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 17-20.

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Stefano Urso

In questa linea temporale sono un dottore in psicologia sociale. In questo mondo parallelo non sono ancora morto. Il caso ce l’ha sempre avuta con me, o forse mi vuole bene ed è sempre stato un problema di interpretazione. Ventinove anni di essere umano e ancora non ho capito come ci sono arrivato. Dopo una carriera scolastica mediocre sono sbarcato al porto dell’università. Qui la mia passione per la psicologia si è trasformata in qualcosa di concreto, dove lo studio della mente umana è diventata Scienza, e dove la mia trascuratezza mentale è mutata in amore per la ricerca. Amore, a quanto pare, non corrisposto. Ho dedicato il mio percorso formativo allo studio degli stereotipi, dei pregiudizi e del come affrontarli, con un'attenzione particolare all’antropomorfismo e alla psicologia delle religioni. Ora mi dedico alla selezione, allo sviluppo delle risorse umane e allo studio della robopsicologia. Odio profondamente la PNL e chi la sostiene come verità assoluta. Amo profondamente fare pane e dolci. Mi piace pensare che il corso del tempo non sia così definito come lo si percepisce. Il me che agisce al tempo presente lo fa pensando al me futuro. Così in ogni cosa che faccio ringrazio il mio me passato, precedente me presente che ha pensato al me futuro, ovvero l’attuale me presente. Sono appassionato di viaggi nel tempo. Trovo una soddisfazione incontenibile quando, narrativamente parlando, un autore riesce a stravolgere temporalmente una storia e farla roteare su se stessa su una serie infinita di viaggi nel tempo che portano tutti ad annullarsi. Scrivo di viaggi fantastici, di gatti magici e astronauti golosi. In questa linea temporale, di questo mondo parallelo, mi ritrovo a combattere l’ignoranza in prima linea scrivendo articoli di psicologia e cercando, al contempo, di guadagnare qualcosa: autorevolezza.