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Nato per uccidere: fra studi neuroscientifici e giuridici

Published by
Michele Corato

Charles Percy Snow, nel libro Le due culture, spiega come la separazione fra studi umanistici e studi scientifici sia relativamente recente. In particolare è luogo comune diffuso, per gli studiosi umanistici, ritenere il campo scientifico niente più che pura “manovalanza” a servizio della società. Per questa ragione è difficile che diritto e scienza si incontrino, almeno teoricamente. Sotto un’ottica pratica, invece, sono diversi gli ambiti scientifici che possono influenzare il diritto. Questi rilevano, in particolare, dove vita umana e norma scritta si incrociano al punto da rendere i propri confini impalpabili: nel diritto penale. Fra i diversi studi scientifici, quello che appare senz’altro più interessante è quello delle neuroscienze.

Con il termine neuroscienza ci si riferisce a un insieme di discipline scientifiche, anche disomogenee tra di loro,  il cui obiettivo è lo studio del cervello e delle connessioni neurologiche. Scopo di tali scienze è quello di determinare il comportamento umano e, per ciò che riguarda il diritto, comprendere se determinati comportamenti siano attribuibili alla condotta di chi agisce piuttosto che alla predisposizione innata dello stesso. L’ambizione di questi studi, in ambito giuridico, è quella di sviluppare diagnosi attraverso analisi neuro-cognitive, e di poter giungere a determinare l’esito di un processo attraverso un semplice esame medico di laboratorio. Allo stato attuale, le tecniche neuroscientifiche sono in via sperimentale, ma alcune sono già familiari, come la celebre macchina della verità; altre, invece, sono meno conosciute, come quelle tecniche in grado di determinare la presenza di memorie nel soggetto.

Altra teoria in merito riguarda il momento in cui si concretizza una decisione che potrebbe essere precedente alla decisione stessa. Vi sono alcuni studi in merito, ad opera di Benjamin Libet, che dimostrerebbero la possibilità di prevedere una scelta prima che essa avvenga. Per concretizzare questo presupposto, negli esperimenti, veniva chiesto ai soggetti di indicare quando si muovesse un punto proiettato su uno schermo analizzando al contempo l’attività cerebrale. Secondo questi studi, infatti, il cervello emette un cambiamento di potenziale elettrico che precede di pochi millesimi di secondo la consapevolezza del soggetto stesso della decisione.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 15-17.

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Michele Corato

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