Russell Westbrook: One Man Show

russell westbrook
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Lo scorso aprile è giunto e passato, e con esso il tanto atteso momento dei Playoff NBA, vero e proprio culmine della stagione ed evento capace di togliere il fiato – e il sonno – a qualsiasi appassionato di pallacanestro sparso per il mondo. Le premesse per l’ennesimo spettacolo cestistico ci sono tutte, eppure – esattamente come l’anno scorso con i Golden State Warriors e il loro record di stagione di 73 vinte e 9 perse – anche quest’anno la regular season ha regalato svariati colpi di scena – come la detronizzazione dei Cleveland Cavaliers di LeBron James dal primo posto in classifica nella East Division a opera dei Boston Celtics di Isaiah Thomas – e il conseguimento (o meglio la ripetizione) di un record NBA che era stato siglato per l’ultima volta nella stagione 1961/1962 da Oscar Robertson: una tripla-doppia stagionale di media a opera di Russell Westbrook. Un’impresa semplicemente assurda e anacronistica, se si considerano il livello di talento e l’evoluzione che il gioco e la NBA hanno subito in più di cinquant’anni, a dimostrare l’infinito valore del giocatore e la grandezza storica di quello che ha compiuto; senza dimenticare che, grazie a questo exploit, Westbrook è riuscito anche a trascinare di peso ai Playoff la sua squadra, che ha perso in estate uno dei suoi pilastri, ovvero Kevin Durant, portandola letteralmente in spalla.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 33-36.

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Lorenzo Vagnoni

Nasco nel 1990, contro la mia volontà, e ancora adesso non ho metabolizzato la cosa; oltretutto il traffico di Roma non è molto indicato per superare una trauma del genere. Da piccolo, quando si giocava a calcio, venivo messo sempre in porta, motivo per cui ho iniziato a giocare a basket e non ho praticamente più smesso, passando dall'infantile venerazione per un 23 calvo di Chicago al fanatismo verso un argentino nasuto di Bahía Blanca. Il mio interesse adolescenziale per il genere femminile, assolutamente non ricambiato, mi ha spinto a diventare un videogiocatore accanito, oltre che a leggere classici della letteratura di gente morta almeno cento anni fa. Scrivo perché mi piace e perché credo che la formazione di una cultura sportiva, ma non solo, di un paese inizi dalla competenza, dalla chiarezza e dall'obiettività dell'informazione che la veicola. Ho tre gatti grassi, una logorrea conclamata e ascendenze marchigiane, ma di quest'ultima cosa non ho colpa.