theWise racconta

Gli italiani sono da sempre un popolo di santi, poeti, navigatori e – aggiungiamo noi – scrittori di prosa. Nascosto in ognuno di noi c’è uno spirito narrativo che aspetta solo un’occasione per venire fuori. Noi di theWise abbiamo pensato di dare spazio e voce alle giovani penne che popolano il Paese. Questo è lo scopo della rubrica “theWise racconta”, sulla quale ogni mese ospiteremo un racconto breve inviatoci da un nostro lettore.

Per il mese di maggio abbiamo scelto il racconto di Bianca Giacalone: Indivia. Una storia sul tempo che passa, una riflessione sul perdersi e ritrovarsi.

Vorresti comparire nel prossimo appuntamento? Inviaci il tuo racconto breve (massimo due cartelle word, argomento libero) a info@thewisemagazine.it, o contattaci sulla nostra pagina Facebook. Inviandoci il tuo scritto, acconsentirai implicitamente alla pubblicazione.

Francesco Spagnol


Indivia

La signora Collins si era svegliata presto, quella mattina. Aveva atteso che suo marito andasse a lavoro e si era alzata per andare giù in cucina. Aveva preparato una tazza grande di tè con latte, l’aveva presa con entrambe le mani e se l’era portata alla bocca.

La bevanda era ancora troppo calda, così la signora Collins si alzò dalla sedia per andare a prendere dell’altro latte dal frigorifero. Con rammarico si accorse che il frigo era pieno solo per metà, così decise di andare a fare la spesa. Si vestì con cura e uscì, dimenticando la sua tazza sul tavolo.

New York era grigia e fredda, troppo trafficata e frenetica per i suoi ritmi. La signora Collins prese un taxi e si fece portare al Fairway. Mentre era in macchina chiuse gli occhi, dimentica per un attimo della città, e si rilassò pensando che presto avrebbe visto e toccato tutta quella frutta e verdura colorata. Avrebbe messo la mano nei sacchi di legumi e si sarebbe dimenticata del mondo.

Scese dal taxi e pagò senza aspettare il resto. Le porte automatiche si spalancarono: era il posto preferito della signora Collins, un vero e proprio paradiso per lei. I profumi e i sapori si mescolavano come in una danza e lei era beata. Si fiondò verso l’indivia, la prese delicatamente e la avvicinò al suo viso per vederne meglio i difetti.

Aveva settant’anni suonati e la sua memoria si andava indebolendo, ma se c’era una cosa che sapeva veramente fare – ancora a distanza di anni – quella era conoscere i frutti della sacra terra. ‘È pur sempre un lavoro anche questo’ pensava la signora Collins.

Mentre era intenta a soppesare le rape con la mano, guardò davanti a sé per un attimo: tra i labirinti di frutta c’era una signora che la stava osservando.

«Salve» le disse la sconosciuta. Aveva lo sguardo un po’ smarrito e strizzava gli occhi per vedere meglio.

«Salve» rispose la signora Collins, prima di tornare alle sue rape. ‘Probabilmente si è sbagliata’ pensò. Era assolutamente convinta di non conoscere affatto quella donna.

Dopo alcuni minuti si accorse che la signora si era avvicinata, e trasalì quando questa le rivolse di nuovo la parola: «Come sta?»

«Molto bene, grazie» rispose la signora Collins guardandola meglio. «E lei come sta?»

Era una signora distinta, anziana e stanca come lei. Aveva un grosso neo vicino al naso, un particolare che le rendeva il viso facilmente riconoscibile. Ma la signora Collins proprio non si ricordava di lei.

«Molto bene» rispose quella, sorridendole un po’ incerta. La signora Collins ricambiò il sorriso e prese delle mele rosse dal bancone, fingendosi indaffarata.

L’altra però era in vena di parlare: «Che tempaccio oggi, che ne dice?»

«Si, proprio una brutta giornata» rispose la signora Collins, distratta e anche un po’ infastidita da questo dialogo inatteso. Avrebbe voluto godersi in silenzio quella sua dose mattutina di felicità, come aveva sempre fatto.

Ma la donna, senza considerare minimamente il fatto che la sua interlocutrice non era in vena di parlare, continuò: «Come sta suo marito?»

«Bene» replicò la signora Collins. «Matt è al lavoro stamattina, doveva sbrigare delle pratiche importanti».

Ci furono una manciata di secondi di silenzio, mentre le due donne si squadravano. La signora Collins non sapeva se chiederle di suo marito, di rimando. Forse non era sposata, o forse non aveva più il marito: non le andava di fare una figuraccia. Soprattutto perché la donna sembrava conoscerla. Ma dove si erano mai viste? Alla fine decise di chiederlo lo stesso, per cortesia almeno. Magari i loro mariti erano colleghi, magari loro due si erano conosciute a una di quelle cene di lavoro.

«E mi dica, signora, suo marito come sta invece?»

«Mio marito non c’è più» rispose l’altra, un po’ stupita. «Dio se l’è portato in cielo trent’anni fa, che l’abbia in gloria!»

La signora Collins si maledisse e tacque imbarazzata, abbassando la testa su quei succosi kaki di stagione. L’altra si accorse dell’imbarazzo e, con apparente disinvoltura, proseguì.

«E mi dica, come stanno i suoi figli?» chiese, e le sorrise di nuovo con fare rassicurante.

Allora la signora Collins capì che nemmeno la donna che aveva davanti aveva la più pallida idea di chi fosse lei. «Io non ho mai avuto figli» rispose seccata.

Ma chi era quella donna? E perché la importunava in quel modo, facendo finta di conoscerla? Rimuginando, la signora Collins affondava le dita in quei sacchi di legumi, nervosamente.

«Oh…» rispose quella. Sembrava davvero dispiaciuta.

La signora Collins finalmente si decise: «Scusi, ma lei chi è?»

L’altra si portò le dita alla bocca e fece per parlare, ma si fermò subito. Dopo qualche secondo mormorò incerta: «Quando ci siamo viste, prima… sono la signora Sanders, Sara Sanders. E lei è la signora… Miller?»

La signora Collins adesso era veramente scocciata, e aveva ormai abbandonato completamente l’idea di continuare la sua spesa. «No, sono la signora Collins. Non ricordo nessuna Sanders. Siamo state per caso compagne di scuola?»

Intanto la signora Sanders aveva preso un ciuffo di sedano e lo agitava confusa davanti alla signora Collins. «Mi scusi, mi scusi signora Collins! Poco fa l’ho vista tra gli scaffali, ci siamo guardate e per un attimo ho creduto di riconoscerla. Non saprei proprio dove ci siamo incontrate».

La signora Collins si mise a pensare, ma per quanto si sforzasse non riusciva a riconoscere la signora con quei grandi nei in faccia. «Per caso ha frequentato il City College?» chiese alla signora Sanders.

«No» rispose lei. «Ho frequentato la Juilliard, ero una ballerina» aggiunse, e portò il sedano in alto facendo un inchino elegante.

La signora Collins fece un sorriso divertito.

«Da ragazza mi facevo chiamare Maiko, danzatrice. Tutti mi conoscevano così, pochi conoscevano il mio vero nome».

La signora Collins fece un ultimo grande sforzo. Le passò per la mente un ricordo velocissimo, un’immagine, e lei l’acchiappò, prima che si perdesse nei meandri delle sue dimenticanze. ‘Maiko… Maiko…’ pensava, toccando piano le arance. Ed eccolo lì, il ricordo.

«Woodstock?» domandò in un sussurro la signora Collins.

«Come?» rispose la signora Sanders confusa. «Non sento molto bene».

«Woodstock!» esclamò la signora Collins gioiosa, e lanciò in aria l’arancia che aveva in mano.

La signora Sanders parve un po’ spaventata dal gesto improvviso, ma subito dopo sorrise, come se anche lei stesse ricordando qualcosa di bello.

La signora Collins finalmente l’abbracciò, sentendosi per un attimo di nuovo giovane. «Ma che fine avevi fatto? Cinquant’anni senza tue notizie!»

La signora Sanders si scostò un po’ e ribatté: «E tu? Nemmeno tu sei più venuta a cercarmi». Poi sorrise, ma non sembrava più davvero contenta.

La signora Collins, però, non si accorse dell’ombra che era comparsa sulla sua faccia.

«Allora, come è andata la tua carriera?» domandò. «Come sta tuo figlio?» aggiunse, mentre già sognava ad occhi aperti quei giorni, quel caldo d’agosto, i vestiti colorati e succinti, la musica più bella che fosse mai esistita, l’ebbrezza, l’odore dell’erba. E lei che si scatenava e non pensava a niente. Non pensava a niente, proprio come quando andava al supermercato a scegliere le verdure, a sentire l’indivia tra le mani, l’indivia che le ricordava la testa riccia di quel ragazzo con cui stava, dei suoi vent’anni.

La signora Sanders, approfittando della distrazione della signora Collins, girò il suo carrello e fece per andarsene, ma prima le rispose, a voce bassa: «Mi scusi, dobbiamo esserci sbagliate. Io non ho mai avuto un figlio».

Poi se ne andò via, lasciandola signora Collins sola con i suoi ricordi e con la sua indivia, che stava ancora accarezzando tra le sue mani. La signora Collins non comprese il motivo di quel gesto tanto improvviso: era assolutamente convinta di non essersi sbagliata. Rimase per un po’ interdetta, immobile nella sua postazione.

Si ricordava tutto perfettamente. Ricordava di quella donna, che si scatenava ballando e che ballava così bene. Ricordava di quando lei cercava invano di imitarla, mentre tutto intorno gli altri urlavano: «Maiko! Maiko!» e la donna nemmeno li sentiva. E ricordava anche di quel bambino piccolo che teneva in braccio. E poi?

Sulla faccia della signora Collins apparve una smorfia inorridita.

Poggiò l’indivia e lasciò la sua spesa lì. Uscì, chiamò un taxi, arrivò a casa sempre con la stessa espressione. Si sedette al tavolo della cucina, davanti alla tazza. La portò alle labbra e si accorse che la bevanda era fredda e insipida. Andò in bagno a vomitare e pensò a quel bambino che rideva in braccio alla madre.

Matt non era ancora tornato.


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