Oroscopo: una stima statistica che non ci ha creduto abbastanza

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L’oroscopo, nel senso pseudoscientifico del termine, è una «predizione che viene formulata sull’assunto che la posizione dei pianeti e dello zodiaco al momento di un evento influenzi il destino o il futuro delle persone. Viene chiamata oroscopo anche la pubblicazione di predizioni generiche sul destino individuale delle persone, classificate secondo il segno zodiacale di nascita; queste predizioni si basano sull’influenza che il passaggio dei pianeti potrebbe avere, nel periodo di tempo considerato dall’oroscopo, sulle persone nate in un determinato segno zodiacale».

L’oroscopo, che ci si creda o meno, lo si può trovare ovunque: sui giornali, anche quelli gratuiti, dopo il telegiornale del mattino, alla radio e persino nel weekend in trasmissioni per la famiglia. C’è chi afferma che ci crede e chi, invece, ci crede e se ne vergogna, o chi, addirittura, fa finta di non crederci. Anche se, di fondo, qualcuno afferma che non ci crede minimamente, quando si trova davanti la previsione del proprio segno un’occhiata se la fa sempre sfuggire. Ma perché si crede all’oroscopo?

Purtroppo sono domande a cui non si può rispondere facilmente. Se, da un lato, leggere l’oroscopo è un comportamento semplice da osservare e riconoscere, dall’altro lato, quello psicologico, è difficile vedere un fenomeno ben distinto. All’interno dell’universo umano è difficile – e in qualche modo riduttivo – prendere in considerazione un comportamento tralasciando le componenti che lo precedono e lo accompagnano: la credenza e l’atteggiamento. Quindi, quando osserviamo una persona che legge l’oroscopo, questa potrebbe crederci fermamente e cercare uno strumento su cui leggerlo di propria iniziativa, potrebbe non crederci ma esserne semplicemente curioso o, all’estremo opposto, essere convinto che sia una fesseria e mettere in atto dei comportamenti che evitino ogni contatto con esso. Ecco perché dare una risposta univoca è difficile, se non impossibile. Possiamo però scomporre il quesito in quattro domande più precise.

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(Credit: astrawomangr.files.wordpress.com)

Perché crediamo all’oroscopo?

La risposta è da ricercare nella difficoltà che ha il cervello umano nel compiere anche la più semplice stima statistica. Quando si tratta di avere a che fare con la probabilità, il carico cognitivo diventa importante e il cervello emette risposte semplici e immediate per salvare tempo ed energia. Questo tipo di scorciatoia cognitiva ci rende totalmente ciechi alla probabilità che determinati eventi possano accadere e, viceversa, che eventi opposti possano o non possano far parte di quella stima di probabilità.

Prendiamo per esempio uno dei degli esperimenti più famosi e studiati della psicologia del pensiero: le carte di Wason. Wason, storico ricercatore dell’University College London, sottoponeva ai suoi partecipanti un compito di selezione. Mostrava loro quattro carte su un tavolo: sul dorso visibile erano riportate due lettere, una consonante e una vocale, e due numeri, uno pari e uno dispari. Tra le numerose versioni troviamo le carte A D 3 7. Successivamente viene chiesto di indicare quali carte devono essere girate per constatare se la regola “Se c’è una A su un lato della carta, allora c’è un 3 sull’altro lato” è vera o falsa. Succede che la maggior parte dei partecipanti sceglie di girare la A e il 3. Quello che l’esperimento vuole mostrare – tralasciando la faziosità della consegna che, non seguendo un linguaggio naturale, induce i partecipanti a fallire – è che gli esseri umani tendono a verificare l’ipotesi, piuttosto che falsificarla. Per dimostrare che la regola fosse esatta, si sarebbe dovuto, in realtà, girare la A, per verificare l’ipotesi, e poi il 7, per falsificarla. Quindi è il 7 che determina se la regola è vera o falsa. È proprio la tendenza a verificare e non a falsificare, dunque, il sotto testo che guida la credenza all’oroscopo.

Proviamo a fare un esempio concreto. Leggendo una qualsiasi predizione o ascoltando la signora di turno, scopriamo che chi è del leone è passionale. Abbiamo dunque due eventi compresenti: la presenza del segno del leone e la caratteristica della passionalità. Quello che tendenzialmente il cervello umano non fa è quello di considerare tutte le alternative che possono esistere nella realtà: ovvero l’esistenza di “tutti quelli del leone che non sono passionali” (controllo di sufficienza) e di “tutti quelli passionali che non sono del leone” (controllo di necessità). Prendendo in considerazione gli incroci degli eventi possibili risulta molto più evidente come sia particolarmente raro che due eventi come l’essere del leone e l’essere passionali possano coesistere nello stesso tempo. Definire, quindi, con assoluta certezza che, per esempio, tutti quelli della vergine sono delle teste dure è statisticamente errato.

La tendenza a considerare solo l’alternativa con le due caratteristiche che verificano l’ipotesi è chiamata correlazione illusoria. Questo tipo di correlazione, oltre ad essere alla base della creazione degli stereotipi, è uno specifico esempio di bias di conferma indotto da focalizzazione. In altre parole, è un processo che porta a prendere in considerazione solo quei dati a cui assegniamo un “peso” strategicamente maggiore con lo scopo di verificare la nostra ipotesi. Se avessimo la tendenza a prendere in considerazione tutte le informazioni con il giusto peso (facendo controlli di sufficienza e necessità) la Terra sarebbe un posto migliore: senza oroscopi, scie chimiche ed esseri umani.

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Un noto statistico (Credit: funweek.it)

Perché ne siamo attratti?

Siamo attratti dall’oroscopo perché soddisfa, in qualche modo, uno dei bisogni fondamentali che ha garantito la sopravvivenza del genere umano: il bisogno di rendere prevedibile e controllabile il mondo (effectance motivation). Il passo successivo è conoscere il più possibile il mondo per proteggersi da eventi potenzialmente dannosi, anche se inesistenti. Credere all’oroscopo potrebbe rispondere a questo bisogno. La necessità di conoscere il futuro rassicura e rende prevedibile il mondo. Rassicurante e prevedibile è anche il profilo del segno zodiacale. Appartenere ad un gruppo di persone che hanno le stesse caratteristiche e sapere che si può conoscere e prevedere il comportamento di una persona solo sapendo il suo segno di appartenenza risponde profondamente a questo bisogno.

Perché ci rispecchiamo?

Ci rispecchiamo nelle descrizioni di profili e predizioni ipoteticamente per tre ragioni: l’eccessiva generalità della descrizione, la vacuità del discorso e l’identificazione sociale. La prima e la seconda ragione tendono a descrivere due sfaccettature dello stesso concetto: la descrizione ha un linguaggio che è così generico, privo di dettagli significativi e tendente al discorso vacuo che il resto lo aggiunge la percezione umana. Il discorso vacuo è definito dal professor Giuseppe Mosconi, fondatore della psicologia del pensiero in Italia, come «quel discorso non controllato da chiarezza e comprensibilità, che è accettato all’autorevolezza della fonte e l’esotericità del linguaggio di un gruppo di persone considerato depositario di un particolare sapere. In questo modo è possibile che le persone accettino uno pseudodiscorso, una struttura di parole vuota nel significato, costruita nei modi del linguaggio esperto». In questo senso, ogni descrizione o previsione dell’oroscopo sarebbe accettata in quanto priva di dettagli e derivante da una fonte ritenuta particolarmente affidabile.

Come se ciò non bastasse, la data di nascita ci inserisce – che lo si creda o meno – all’interno di un gruppo omogeneo. Una volta facenti parte di quel gruppo – secondo Henri Tajfel nella sua Teoria dell’Identità Sociale – si tenderebbe ad autodefinirsi secondo le caratteristiche tipiche. Questo farebbe parte della definizione di sé, che avverrebbe attraverso l’appartenenza al gruppo. Quelle caratteristiche diventano, quindi, parte della modalità con cui le persone si descrivono a sé stesse e agli altri. Se ci si presenta come “una persona dell’acquario”, oltre a voler dire tutto e niente, si esprime un insieme di caratteristiche tipiche – e stereotipiche – delle persone dell’acquario, qualsiasi esse siano.

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Una nota psicologa del pensiero (Credit: marsicalive.it)

Perché la previsione poi si avvera?

Se a qualcuno è mai capitato di mettere in difficoltà chi crede fermamente nell’oroscopo si sarà certamente scontrato con l’asserzione: «funziona solo se ci credi veramente». Esatto, proprio come il miracolo del Natale. Il punto è che, purtroppo, chi afferma ciò ha ragione. Quando si crede fortemente – con più o meno forza – che un evento accada, inevitabilmente il comportamento umano – volontariamente o non, consapevolmente o meno – porta a far accadere quell’evento. Questo processo è definito profezia che si autoavvera. In altre parole – quelle dell’autore, Robert Merton – «quando le nostre idee ci portano ad agire in modo da produrre una loro apparente conferma». Merton fa un esempio molto chiaro: se alcuni clienti vengono indotti a credere che la loro banca stia per fallire, faranno a gara per prelevare i loro risparmi; in questo modo le loro false percezioni creano una realtà. Quindi, quando si legge la previsione della giornata, i nostri comportamenti possono influenzare gli avvenimenti fino a riprodurre l’effetto previsto. Oppure, più semplicemente, ci ricordiamo solamente quei dettagli che confermano la profezia che abbiamo in mente. Ecco che ritorna il bias di conferma. Inoltre, il processo è direzionabile anche verso gli altri. Se si è particolarmente convinti che le persone del cancro sono particolarmente antipatiche, il nostro comportamento li porterà in maniera molto sottile a comportarsi come ci aspettiamo. In questo modo confermeremo ancora una volta le nostre aspettative.

Gli esseri umani sono sopravvissuti fino ad oggi proprio grazie a questi processi. La cultura ci ha elevati a una categoria superiore agli animali e ha permesso il nostro successo. Questi processi però, molto utili tra gli alberi e i mammuth, ci portano, al giorno d’oggi, a credere a complotti internazionali, a teorie gender, a vaccini che provocano l’autismo e a comici che si dedicano alla vita politica. Per quanto si cerchi di contrastare queste credenze, ci si imbatterà sempre nella conferma delle proprie ipotesi di partenza. È nella natura umana aver sempre ragione.

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Stefano Urso

In questa linea temporale sono un dottore in psicologia sociale. In questo mondo parallelo non sono ancora morto. Il caso ce l’ha sempre avuta con me, o forse mi vuole bene ed è sempre stato un problema di interpretazione. Ventinove anni di essere umano e ancora non ho capito come ci sono arrivato. Dopo una carriera scolastica mediocre sono sbarcato al porto dell’università. Qui la mia passione per la psicologia si è trasformata in qualcosa di concreto, dove lo studio della mente umana è diventata Scienza, e dove la mia trascuratezza mentale è mutata in amore per la ricerca. Amore, a quanto pare, non corrisposto. Ho dedicato il mio percorso formativo allo studio degli stereotipi, dei pregiudizi e del come affrontarli, con un'attenzione particolare all’antropomorfismo e alla psicologia delle religioni. Ora mi dedico alla selezione, allo sviluppo delle risorse umane e allo studio della robopsicologia. Odio profondamente la PNL e chi la sostiene come verità assoluta. Amo profondamente fare pane e dolci. Mi piace pensare che il corso del tempo non sia così definito come lo si percepisce. Il me che agisce al tempo presente lo fa pensando al me futuro. Così in ogni cosa che faccio ringrazio il mio me passato, precedente me presente che ha pensato al me futuro, ovvero l’attuale me presente. Sono appassionato di viaggi nel tempo. Trovo una soddisfazione incontenibile quando, narrativamente parlando, un autore riesce a stravolgere temporalmente una storia e farla roteare su se stessa su una serie infinita di viaggi nel tempo che portano tutti ad annullarsi. Scrivo di viaggi fantastici, di gatti magici e astronauti golosi. In questa linea temporale, di questo mondo parallelo, mi ritrovo a combattere l’ignoranza in prima linea scrivendo articoli di psicologia e cercando, al contempo, di guadagnare qualcosa: autorevolezza.