Piazza San Carlo: quando terrorismo fa rima con giornalismo

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Lo scorso 3 giugno, piazza S. Carlo a Torino è stata il palco di un evento preoccupante. Circa trentamila persone si sono riunite, lo scorso sabato, per assistere alla diretta da maxischermo della finale di Champions League: Juventus – Real Madrid. All’incirca dopo il terzo goal del Real Madrid si genera il panico tra i presenti, che da spettatori diventano una fiumana di persone terrorizzate e intente a scappare. I presenti riportano di aver sentito delle esplosioni (forse un petardo) o di qualcuno che avrebbe gridato alla bomba. Il risultato di tale caos – nel momento in cui si scrive – è di 1527 feriti (bambino più, bambino meno), tutto senza nessuna traccia di un reale attacco terroristico.

L’opinione pubblica si è subito riversata su questioni riguardante la sicurezza: «C’era un piano di evacuazione? Se fosse accaduto un vero attacco? Perché si vendevano bottiglie di vetro? La piazza poteva contenere un numero così grande di persone?»

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Piazza San Carlo, a Torino, dopo l’ondata di panico (credit: lapresse.it)

Proviamo per qualche minuto a mettere da parte i libri di testo, le ricerche scientifiche e il sapere professionale per abbandonarci a un poco di sana ignoranza. Parliamoci chiaramente, nessuno di noi – a meno che non si tratti di un esperto di sicurezza pubblica – potrebbe rispondere con cognizione di causa a quelle domande. Utopisticamente, quello che il nostro cervello ignorante dovrebbe farci chiedere è: «Perché trentamila persone si sono comportante in quel modo?»

La risposta è da ricercare negli ultimi avvenimenti che stanno scuotendo gli animi: il terrorismo. Proviamo a definirlo facendo riferimento alla memoria che abbiamo degli eventi – passati e presenti – di terrorismo, lasciando da parte Wikipedia. Possiamo definire il terrorismo come un periodo di tempo di lunghezza indefinibile in cui le persone di un determinato contesto culturale si ritrovano a percepire ansia e paura. Questa percezione può essere anche di bassa e durevole intensità, ma intervallata da picchi di intensità molto elevata e di breve durata. Questi picchi sono il risultato dei cosiddetti attacchi terroristici, eventi in cui la quotidianità e il “dato per scontato” delle persone viene improvvisamente disintegrato da una violenza cruda e da un’apparente gratuità.

Il terrorismo è un po’ come il fuoco: senza combustibile si spegne e si dimentica. Ogni attacco, anche quelli di minore entità, rappresenta di fatto un “alimentare la fiamma”. Quello che però è successo a Torino è un caso particolare: si tratta infatti di un attacco terroristico, ma senza attacco. A conti fatti, si è assistito all’effetto di un attacco, senza che questo fosse realmente avvenuto. A chi è imputabile tutto questo? Ai terroristi? All’ISIS? Forse siamo tutti un po’ troppo convinti che il processo di causa-effetto sia sempre sotto il nostro naso.

Quello che si ignora è che l’attacco – se non lo si vive in prima persona – è per il nostro cervello un’informazione come tutte le altre. Un’informazione che riceve la sua valenza estremamente negativa quando si recepiscono altri indizi, come il tono di allarme con cui la si comunica, e altri dati – come il numero di morti, le immagini di persone ferite e i video dell’accaduto. In parole povere, si ignora come – e con quale frequenza – l’informazione viene veicolata. In questo i giornali – e, soprattutto, i telegiornali – hanno una grande responsabilità. Paradossalmente, chi detiene lo scettro dell’informazione ha anche il potere di modularne l’intensità e la valenza, senza, di fatto, prendersi alcuna responsabilità nel caso di notizie completamente inventate o di procurati allarmi. Tutto il campo del giornalismo – o, talvolta, presunto tale – spesso non è in grado di differenziare il dato di fatto dalle ipotesi e le ipotesi dalle opinioni, né è in grado di valutare e parametrare l’autorevolezza di più opinioni. A conti fatti, allo stato attuale dell’informazione italiana, non vi è alcuna differenza tra il peso di un’affermazione di un professore universitario esperto di cambiamento climatico e il peso di una boiata uscita dalla bocca di una sensitiva sposata con alieni che si riproducono con la sola imposizione delle mani – sempre che la loro superiorità evolutiva gliele abbia fornite.

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(credit: tgcom24.mediaset.it)

Portiamo un esempio concreto: all’interno di una medesima testata giornalistica, come in questo caso il Corriere, si sono scritti numerosi articoli riportanti dati non confermati – come quelli di un ragazzo senza maglietta che sarebbe stato la causa del panico – poi disconfermati a distanza di poche ore. Nel frattempo, però, l’opinione pubblica si è espressa alla velocità della luce su eventi che in realtà non hanno alcun fondamento. Pensiamo ora alla portata che ha l’informazione televisiva. Un sottofondo inquietante, delle immagini strazianti e voci di urla seguite da esplosioni incutono letteralmente uno stato di paura indotta nello spettatore, che in quel momento magari si sta godendo la cena. Instillare terrore in persone che in quel momento si stanno godendo la propria quotidianità, e farlo giorno per giorno, con notizie che riguardano attacchi passati ormai da giorni, è considerabile – anche se indirettamente – terrorismo a tutti gli effetti.

Le persone che quel 3 di giugno si sono spaventate a morte per un nonnulla sono il frutto, sì, del terrorismo internazionale, ma anche del continuo ribadire dei media che il panico è sempre dietro l’angolo e che non ci si può fidare di nessuno. Al posto di informare su come comportarsi in situazioni del genere, si sceglie di fare leva sugli ascolti derivanti dalla paura e dalla motivazione delle persone a conoscere per difendersi. Quando poi succedono eventi come questi, che di fatto sono innescati da stimoli ambientali comuni, si porta le persone ad affidarsi esclusivamente a comportamenti irrazionali di massa. I 1527 feriti di piazza San Carlo sono tutti sul gobbone dell’informazione: dal Corriere della Sera a Barbara D’Urso, dal TG5 a Quinta Colonna e le Iene. L’informazione italiana – tralasciando quella internazionale – ha delle responsabilità che in nessun modo si vuole assumere. È lontano, purtroppo, il tempo in cui Sposini mangiava il pollo in diretta.

«Sì, d’accordo, ma l’informazione è anche quello che ci raccontano i testimoni! La gente deve sapere!» Vogliamo davvero fidarci di chi è stato testimone di avvenimenti traumatici? Le persone presenti in piazza, dopo aver subito un attacco di panico di massa, riportavano di aver sentito esplosioni e urla di attentatori – quando, al momento, non sembra nemmeno sia scoppiato un petardo. La ricerca scientifica ha prodotto una quantità importante di articoli sull’attendibilità di certi racconti.

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(credit. Scoopnest.com)

Il Fatto Quotidiano si infila a gamba tesa sulla questione, riportando sulla sezione blog una gloriosa testimonianza di un amico dell’autore dell’articolo – il che equivale, quanto ad autorevolezza, alla testimonianza di “mio cugino” quando si raccontano eventi di vita vissuta, che si vuole spacciare come realtà oggettiva, tra le mura di un bar. L’autore in questione, Sciltian Gastaldi, fa sapere al mondo – perché è giusto così – l’opinione di un suo amico medico presente all’evento. Nel raccontare «la sua verità» elenca ben otto punti che descrivono meticolosamente cosa è andato storto e perché. Si va dalla questione «I controlli sono stati sommari e tutt’altro che accurati ed inoltre addirittura nulli», passando per «La piazza ci è subito parsa non adatta ad un evento previsto dall’amministrazione stessa con affluenza di circa 30.000 persone», finendo in bellezza con «Non ci è sfuggito che lo schermo in piazza fosse sponsorizzato (Jeep) e che questa mattina abbiamo pagato alla città di Torino l’imposta di soggiorno (3,7 euro a testa) per i servizi offerti».

Ancora una volta – come nei migliori problemi di ragionamento logico – quello che si ignora è la premessa: cioè chi ha aperto bocca e per dire cosa. Questa è l’ennesima dimostrazione di come l’opinione divenga il carburante di una verità deviata. La realtà, per quanto sia totalmente lontana dalle opinioni, è costantemente influenzata da essa. Se si continua a pensare di vivere in una situazione di terrore costante, quel terrore arriva a prendere forma. Prima di pensare a chiudere le frontiere contro il terrorismo, pensiamo, una volta per tutte, a selezionare l’informazione e mettere al fronte la paranoia.

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Stefano Urso

In questa linea temporale sono un dottore in psicologia sociale. In questo mondo parallelo non sono ancora morto. Il caso ce l’ha sempre avuta con me, o forse mi vuole bene ed è sempre stato un problema di interpretazione. Ventinove anni di essere umano e ancora non ho capito come ci sono arrivato. Dopo una carriera scolastica mediocre sono sbarcato al porto dell’università. Qui la mia passione per la psicologia si è trasformata in qualcosa di concreto, dove lo studio della mente umana è diventata Scienza, e dove la mia trascuratezza mentale è mutata in amore per la ricerca. Amore, a quanto pare, non corrisposto. Ho dedicato il mio percorso formativo allo studio degli stereotipi, dei pregiudizi e del come affrontarli, con un'attenzione particolare all’antropomorfismo e alla psicologia delle religioni. Ora mi dedico alla selezione, allo sviluppo delle risorse umane e allo studio della robopsicologia. Odio profondamente la PNL e chi la sostiene come verità assoluta. Amo profondamente fare pane e dolci. Mi piace pensare che il corso del tempo non sia così definito come lo si percepisce. Il me che agisce al tempo presente lo fa pensando al me futuro. Così in ogni cosa che faccio ringrazio il mio me passato, precedente me presente che ha pensato al me futuro, ovvero l’attuale me presente. Sono appassionato di viaggi nel tempo. Trovo una soddisfazione incontenibile quando, narrativamente parlando, un autore riesce a stravolgere temporalmente una storia e farla roteare su se stessa su una serie infinita di viaggi nel tempo che portano tutti ad annullarsi. Scrivo di viaggi fantastici, di gatti magici e astronauti golosi. In questa linea temporale, di questo mondo parallelo, mi ritrovo a combattere l’ignoranza in prima linea scrivendo articoli di psicologia e cercando, al contempo, di guadagnare qualcosa: autorevolezza.