Quella guerra infinita degli italiani contro sé stessi

Guerra
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È passato appena un anno dal terremoto di Amatrice. In quell’occasione, Andrea Cucchiella scrisse una lettera aperta ancora drammaticamente attuale. Per questo motivo, oggi, abbiamo deciso di riproporla, con un editoriale di Matteo Spina come introduzione.  Perché, in quest’Italia gattopardiana, le tragedie non insegnano nulla, e tutto cambia per rimanere esattamente com’è.


L’Italia è di nuovo in guerra, contro sé stessa. Una splendida donna maltrattata da chi dovrebbe amarla come una sposa, averne cura. Il terremoto ischitano è solo l’ultimo, l’ennesimo, tragico avvenimento. L’ennesimo pugno, ma non l’ultimo. Molti seguiranno ancora. Nell’Italia che rifugge e rinnega sé stessa, che da una parte si imbroglia di regole come un alcolista che si nasconde il vino sapendo bene che quando la crisi di astinenza tornerà correrà a disseppellirlo, e dall’altra semplicemente ignora, rifugge lo Stato come un padrone indecoroso e inverecondo, tiranno e non rispettabile. Un’Italia composta da un popolo che rifiuta la responsabilità, sia essa un frigorifero a Roma, una colata di cemento nelle piane di Gioia Tauro, la sabbia nel cemento di una scuola elementare abruzzese.

Un popolo che cerca qualcuno a cui dare la colpa, la sacra colpa figlia del retaggio cattolico che ci marchia indelebilmente quando veniamo al mondo e che si lava solo con l’abluzione del battesimo. La colpa, la remissione di essa, che ha portato la sventura di messìa che la davano ad altri, come i capri espiatori dell’Antico Testamento, mandati a morire nel deserto. Fu Bossi con i terroni, fu Berlusconi con i comunisti. Entrambi non sapevano che sarebbero stati superati dall’allievo quando Beppe Grillo uscì sulle piazze e diede la colpa a loro. E il popolo, visto che dare la colpa a loro lo sollevava automaticamente dalla responsabilità di aver vissuto, alimentato e colluso il sistema, che gli sollevava la coscienza dalla responsabilità di esserne parte attiva e cosciente, lo ha seguito.

Ancora oggi, nell’isola di Ischia che conta oltre settemila richieste di condono di cui oltre quattromila ancora pendenti all’aprile dello scorso anno, la colpa, le colpe, le pesantissime responsabilità sulle cui coscienze dovrebbero pesare non solo i morti e la distruzione, ma anche i danni arrecati al mondo che dovrebbe essere consegnato alle generazioni nascenti, arriva come una minaccia la voce di Di Maio, il nulla con il niente attorno, che poche settimane fa dichiarò che «se l’abuso è colpa della politica, la casa resta un diritto». L’abluzione, l’assoluzione, il battesimo ipocrita e falso dell’uomo piccolo che vuole essere confortato delle proprie nefandezze.

Per questo fischia il vento, oggi, per questo infuria la bufera, perché il retaggio del pensiero unico fascista ancora oggi divide l’Italia tra i fascisti del condono, della piaggeria, dell’accondiscendenza, e la resistenza partigiana. Perché sì, è di parte, e come nella resistenza partigiana della seconda guerra è di ogni colore politico, fatta dagli uomini e dalle donne che chiedono di rispettare le regole, di avere regole più giuste, maglie più strette, che impediscano gli abusi che generano dissesto idrogeologico, che blocchino le costruzioni in zone di rischio come fu a Rigopiano, che evitino di tombare nel cemento fiumi come avvenne per l’alluvione di Genova, che assicurino di fatto la nostra stessa esistenza.

Perché domani Ischia sarà dimenticata come sono stati dimenticati dalle cronache l’Abruzzo e l’Emilia dei terremoti, come sono stati dimenticati i morti a Roma causati dal crollo di un palazzo perché un architetto estroso aveva deciso rimuovere muri portanti, perché sono state dimenticate le montagne ed è stata dimenticata persino l’acqua, di cui si parla oggi soltanto perché scarseggia. Perché l’Italia è oggi solamente un paese in emergenza, che vive l’emergenza come la norma e non ha ancora imparato a pianificare la normalità. Un paese ferito in guerra contro sé stesso, continuamente blandito da una classe politica schiava del facile consenso che preferisce assecondare il popolo anziché governarlo. E fino a quando queste saranno le figure che governeranno il Paese, viva la Resistenza. Sempre.

Matteo Roccalberti Spina


Terremotati, preparatevi. Lettera di un aquilano

Avete appena vissuto le prime disgrazie e i primi miracoli.

Avete già fatto il giro di telefonate ad amici, parenti, compagni di classe, colleghi per capire se stessero bene.

Siete stati ore ad aspettare che un vostro conoscente fosse tirato fuori dalle macerie, in pigiama e impolverato, vivo o morto.

State per vivere tanta solidarietà e avrete tanta rilevanza mediatica.

Preparatevi a parecchie bare bianche e a tante storie commoventi sul come e perché qualcuno si è salvato e qualcun altro era nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Non avrete più un centro storico come lo ricordavate: in realtà non lo avrete e basta. Non avrete più un paese, un tessuto sociale. Chi aveva un negozio, o un’impresa, inizi a tenere da parte quel bel ricordo: quello che è crollato difficilmente verrà ricostruito come era prima. Realizzate che, per i prossimi anni, i luoghi in cui avete vissuto saranno delle zone desolate. Se la vostra casa è pericolante, pensate sin da ora a quando verrà alla fine abbattuta dalle ruspe. Non preoccupatevi, non si solleverà tutta la polvere che avete visto ieri notte: i vigili del fuoco useranno degli idranti per evitare di sporcare troppo.

All’inizio vi stupirete dell’erba che crescerà incolta su tutta quella terra smossa, ma col tempo vi ci abituerete.

Preparatevi agli sciacalli: quelli che ruberanno gli ori di famiglia dai resti delle vostre case e quelli che si faranno belli parlando ad un’ignara platea di quello che hanno fatto per voi. E preparatevi anche a combattere contro l’ignoranza della suddetta platea, che dimenticherà in pochi mesi le vostre condizioni. Nel frattempo, godetevi il turismo dell’orrore: tutti quelli che verranno a vedere un paese distrutto.

Vivrete in compagnia della paura. Lo sciame sismico durerà settimane e vi sentirete gelare il sangue ogni volta che sentirete tremare la terra o una porta sbatterà troppo forte. Anzi, quale porta? Rimarrete per mesi nelle tendopoli, se non avete un’altra casa o parenti che possono ospitarvi. Preparatevi quindi al freddo, alle mense e ai bagni comuni.

Preparatevi anche alla mafia che si infiltrerà nella ricostruzione e ai vostri concittadini più insospettabili che mentiranno sui danni riportati dalle loro abitazioni per prendere più sussidi dallo Stato.

Preparatevi, un giorno (vi avverto, non sarà così vicino), ad entrare in un posto che potrete finalmente definire “casa mia”. E preparatevi ad aver paura di nuove scosse anche lì.

A L’Aquila c’è il comitato “3e32”, iniziate a organizzare il comitato “3e36”. D’altronde siamo simili, avete anche voi un campanile bloccato all’ora X.

Preparatevi a fiaccolate e preghiere.

Preparatevi a tanto dolore, a consolare orfani e a vedove.

Soprattutto, questa la cosa più terrificante, preparatevi ad un nuovo anno zero. D’ora in poi qualunque evento sarà classificato in “prima del terremoto” o “dopo il terremoto”.

Se riuscirete a fare diversamente, provate a smentirmi.

Andrea Cucchiella

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Matteo Roccalberti Spina

Arrogante supponente opinionista "tuttosapiente nullasapiente" (cit.), sembro stupido e a volte lo sono, ma in genere cerco di dire cose sensate. Mi occupo di politica ed economia per indole, attualmente lavoro nel marketing. Sono intimamente convinto che il successo sia tale solo quando raggiunto interamente con le proprie forze, e che il fallimento sia parte integrante del processo di crescita. Entusiasta di internet e delle sue dinamiche, europeista affascinato dal transumanismo, amo la provocazione come fattore maieutico in un percorso socratico di crescita. Abituato alla competizione con tendenza alla noia preferisco i rapporti conflittuali e spesso vengo percepito come divisivo. In realtà sono una persona con una faccia e una parola, perché come diceva Primo Levi e come è stato ribadito nella letteratura contemporanea fino alla graphic novel di "V per Vendetta", si può perdere tutto tranne quel piccolo spazio in cui decidiamo quali uomini essere. Ed è lì e solo lì che si esercita il libero arbitrio, a cui troppo spesso si abdica per non fare la fatica di diventare Uomini.