Lo scorso ventiquattro ottobre è iniziata a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, la Future investiment initiative, evento organizzato dal Fondo di investimento pubblico saudita e sponsorizzato dal re Salman. Ed è proprio durante la prima giornata di lavori che è intervenuto Mohammed bin Salman, principe ereditario del regno. Il suo discorso ha destato scalpore dal momento che ha sottolineato la necessità del Paese di tornare a un Islam moderato e aperto. «L’Arabia Saudita non era così prima del 1979. Dobbiamo tornare come eravamo prima. Dobbiamo tornare all’Islam moderato, aperto al mondo, a tutte le religioni, a tutte le tradizioni e a tutti i popoli». È però un obiettivo sincero o una dichiarazione di facciata, per raggiungere altri fini, quali un maggiore sviluppo economico? Andiamo per gradi.

Chi è Mohammed bin Salman?

Classe 1985, figlio dell’attuale re Salman, si è fatto ben presto notare come l’uomo giusto per proiettare verso il futuro il proprio Paese, una monarchia assoluta definita uno stato islamico, dove non esiste un parlamento, il re nomina personalmente i membri del governo e il sistema giudiziario è basato sulla legge islamica. Già prima di diventare principe ereditario, al posto di suo zio Muhammad bin Nayef, è diventato il Ministro della Difesa più giovane al mondo, approvando, tra l’altro, l’operazione Tempesa Decisiva, ovvero i bombardamenti a tappeto in Yemen contro i ribelli Huthi di religione sciita sostenuti dall’Iran, storico rivale dell’Arabia Saudita. Poco dopo è divenuto capo del Consiglio degli Affari Economici e di Sviluppo ed è proprio con questo ruolo che si è fatto promotore di un piano economico molto importante, Vision2030, lanciato nell’aprile del 2016, che mira a rendere l’Arabia Saudita indipendente dagli idrocarburi entro il 2030.

Cosa è successo negli ultimi mesi

Per comprendere meglio il discorso tenuto da Mohammad durante l’evento, è necessario osservare le riforme portate avanti negli ultimi mesi, e capire, così, che le parole di Mohammad possono essere considerate importanti ma comunque in linea con i cambiamenti portati avanti recentemente, anche in vista dell’obiettivo del Vision2030. Infatti, come hanno suggerito al futuro re i numerosi consulenti per gli affari pubblici e privati di cui si è circondato, il regno può sopravvivere solo con una revisione completa in ambito culturale, sociale ed economico, dal momento che il settanta per cento della popolazione ha meno di trent’anni, il settore pubblico è intasato e inefficiente e il livello di produttività giovanile è molto basso. Da un punto di vista sociale, i rigidissimi divieti di organizzare eventi culturali e ludici sono stati allentati. Infatti, il 30 gennaio scorso a Gedda, città a ovest di La Mecca, considerata più aperta rispetto alla capitale Riyad, si è tenuto il concerto di Mohammed Abdu, star locale conosciuta come il Paul McCartney Saudita. L’evento, che prevedeva la partecipazione di soli uomini, è stato organizzato nonostante l’opposizione della più alta autorità religiosa del Paese, il Grand Mufti Abd al-Aziz bin Abd Allah Al ash-Sheikh, che, durante il suo programma televisivo settimanale, ha etichettato i concerti pubblici come segno di depravazione e primo tentativo di aprire le porte al mischiarsi di donne e uomini nello stesso spazio fisico, cosa vietata dalla legge saudita. A febbraio, poi, sempre a Gedda, è stato organizzato un festival di tre giorni, Saudi Comic-con, dedicato ai videogame e ai supereroi. Il tentativo iniziale di tenere divisi uomini e donne non è stato rispettato, senza alcuna eccessiva opposizione degli addetti alla sicurezza, e ci sono stati momenti di condivisione dello spazio pubblico tra i due sessi. Inoltre, il re Salman a ottobre ha emanato un decreto per l’istituzione di un Consiglio composto da studiosi dell’Islam, con il compito di applicarsi nella rilettura degli Hadith, eliminando le interpretazioni estremiste e radicali della Sunnah, che contiene i detti del Profeta all’inizio tramandati oralmente. Ultimo traguardo, celebrato in tutto il mondo, è stato permettere alle donne di guidare. Il divieto, presente ormai solo in questo Paese, era stato introdotto in modo informale, attraverso una fatwa del Grand Mufti, durante la guerra del Golfo nel 1990, ma era divenuto poi una politica ufficiale del governo. Gruppi di attiviste ne avevano a lungo richiesto l’abolizione ed era stata creata l’associazione “Women2drive” con manifestazioni e proteste per sfidare il divieto, rischiando spesso l’arresto e la condanna per aver guidato. Infine, proprio durante la Future Investment Initiative, l’Arabia Saudita è stato il primo Paese a dare la cittadinanza a un robot, Sophia, che ha tutti i canoni di una donna occidentale. Il messaggio lanciato, almeno in apparenza, dal regno è quello di apertura al progresso, ma non poche sono state le critiche circa i diritti che questo robot potrà avere e se avrà le stesse limitazioni delle donne saudite.

arabia saudita
Una donna fotografa un cartello che indica l’entrata della sezione riservata alle donne e quella agli uomini del Comic-Con di Gedda. (AP Photo)

E il petrolio?

Alcuni sostengono che la concessione di maggiori libertà in settori culturali e di intrattenimento sia  stata resa necessaria per continuare ad avere l’appoggio della popolazione dopo le difficoltà economiche dovute al crollo del prezzo del petrolio negli ultimi anni, fonte primaria della ricchezza saudita, e alle recenti riforme che hanno ridotto la spesa statale saudita del 25%, tagliando anche molti sussidi pubblici erogati ai cittadini. Per quanto riguarda la crisi petrolifera, iniziata nel 2014, quando l’offerta di petrolio globale ha superato la domanda e nel 2015 si è verificato un surplus di petrolio prodotto di 2,5 milioni di barili al giorno, una prima mossa è stata la decisione di una vendita parziale di Saudi Aramco, l’azienda petrolifera di Stato che detiene le più grandi riserve petrolifere al mondo, e la sua quotazione sul mercato. Queste decisioni sono la conseguenza di un livello dei prezzi che negli ultimi due anni ha messo in crisi le casse dello stato, così come quelle di altri Paesi la cui economia è basata quasi esclusivamente sulle esportazioni di petrolio. Tuttavia, se la vendita di una percentuale delle azioni sembra un messaggio di apertura del Paese a investitori stranieri in un settore ritenuto come lo scrigno dei più grandi segreti del regno, sembra che ci siano delle difficoltà per la quotazione in borsa dovute al fatto che i sauditi non vogliono dichiarare l’ammontare delle riserve petrolifere, rendendo molto difficile stimare il valore dell’operazione. Inoltre, la segretezza con cui viene gestita la compagnia è molto lontana dai requisiti di trasparenza necessari per una società quotata pubblicamente. Un altro problema sarebbe dato dal fatto che sganciare l’economia dalla produzione di petrolio porterebbe alla necessità di creare milioni di posti di lavoro per quei cittadini che si stanno mantenendo proprio grazie alle ricche entrate petrolifere. La soluzione pensata avrebbe un nome, Neom. Quest’ultimo indica la futura città che Mohammad bin Salman vuole far sorgere sul Mar Rosso, al confine tra Egitto e Giordania, con un investimento previsto di cinquecento miliardi di dollari. Come si può vedere dagli annunci pubblicitari, l’obiettivo è quello di dare un’immagine dell’Arabia Saudita come un Paese all’avanguardia, sia nel settore economico che sociale, con donne vestite in modo occidentale che vivono circondate da ogni forma di comfort. Neom dovrebbe essere una vera e propria zona economica speciale, estesa su 26.500 chilometri quadrati, che resterebbe sotto la sovranità saudita ma avrebbe comunque autonomia amministrativa. L’ambizione è quella di creare un hub globale di eccellenze nei disparati settori industriali, dall’energia alla biotecnologia, indipendente dall’uso del petrolio e soprattutto a zero emissioni: una Hong Kong araba senza inquinamento, sul modello di apertura sociale di Dubai, dove uomini e donne possono bagnarsi sulla stessa spiaggia.

Come la mettiamo con l’Islam?

Per arrivare a questi obiettivi, è necessario anche allentare il legame tra la famiglia reale e i religiosi waahabiti, che ha le sue radici nella storica alleanza tra la famiglia reale dei Saud e la casa di Ibn Abdul Wahhab, teologo del XVIII secolo e fondatore del movimento waahabita, una forma molto rigida di Islam sunnita. Questo legame è da sempre indispensabile alla famiglia reale per la legittimità politica: in cambio di supporto, infatti, ai religiosi viene dato il controllo di settori chiave del Paese, come l’istruzione, il sistema giudiziario e la segregazione delle donne. Allentare il rapporto con l’alleanza religiosa potrebbe significare un generale indebolimento della famiglia regnante. Il tentativo di muoversi verso un Islam moderato del futuro erede al trono è dunque senza precedenti, basato sulla volontà di far tornare il regime a prima del 1979, anno in cui furono diffuse le idee del cosiddetto risveglio islamico. Qualcosa in questa direzione si è già mosso: lo scorso aprile il governo ha ridotto lo strapotere concesso alla polizia religiosa saudita, la Mutawa, e Mohammed bin Salman ha dichiarato che uno degli obiettivi è quello di aumentare la percentuale di donne che lavorano e dare loro diritti che non hanno ancora avuto. Un invito dunque, quello del futuro regnate, a un’apertura sociale e culturale, soprattutto verso politiche meno discriminatorie, che sono un requisito essenziale per i gli ambiziosi obiettivi di sviluppo economico che l’Arabia Saudita si è prefissata. Un progetto rafforzato anche dagli arresti recenti di undici principi, quattro ministri e vari ex-ministri effettuati da una “commissione anti-corruzione” creata ad hoc poche ore prima, che chiarisce ancora di più la volontà di Ibn Salman di volersi sbarazzare di chiunque gli ostacoli la strada verso il rinnovamento. Resta da vedere se queste ambizioni diventeranno concrete o se non celano interessi più grandi, che vanno al di là del non avere più a che fare con idee estremiste e con la corruzione, ma mirano soltanto a un’egemonia del polo sunnita nel mondo arabo. 

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Nata in provincia di Pisa nel 1994, ma adottata dalla Capitale nel 2013, quando mi sono trasferita per studiare Scienze Politiche alla LUISS. Adesso sono al secondo anno della specialistica in Public Policies. Sebbene non sappia cosa fare di preciso nella vita, tre sono le cose delle quali sono certa: amo viaggiare, scrivere e imparare nuove lingue. In particolare, ho una fissa con la lingua araba e per questo motivo ho più timbri del Marocco, dove ogni tanto vado a fare corsi di arabo, che di qualsiasi altro Paese sul mio passaporto. Ultimamente, ci sono restata qualche mese in più per fare uno scambio all’università EGE di Rabat per poi tornare di nuovo a Roma. Nel mio tempo libero, sono una gattara che va a cavallo.