Skeleton Tree Tour: Nick Cave live in Italia

Nick Cave Skeleton Tree tour
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Si è appena concluso il passaggio in Italia di Nick Cave and The Bad Seeds, in tour a un anno di distanza dall’ultimo disco in studio, Skeleton Tree. La band australiana ha fatto il tutto esaurito per le date a Padova, Milano e Roma, portando in scena un eccezionale spettacolo dal totale coinvolgimento emotivo, un evento quasi dal carattere religioso, con Cave che incarna contemporaneamente la figura di divinità scesa in terra e di diavolo tentatore, padrone assoluto del palco e del pubblico. Qui il racconto della prima delle tre serate, svoltasi a Padova il 4 novembre alla Kioene Arena.

Nick Cave alla Kioene Arena di Padova

Nick Cave sul palco della Kioene Arena nel corso dello Skeleton Tree Tour. (Photo credits: ZED! Live)

L’umana sofferenza di Skeleton Tree

La registrazione di Skeleton Tree, album che dà il nome al tour, arriva in un momento particolarmente drammatico per la vita di Nick Cave: il figlio Arthur, appena quindicenne, muore cadendo da una scogliera a Brighton nel luglio del 2015. Dopo questo tragico evento, le tematiche del disco su cui sta lavorando il cantautore australiano si tingono di nero, portando alla luce un album di sincero e terrificante dolore, testimoniato anche dal documentario One More Time With Feeling.

L’inizio del concerto trasporta immediatamente il pubblico in una dimensione cupa, sembrando quasi una cerimonia funebre: giochi di luci blu e verdi investono il palco mentre la band si esibisce nel trittico di canzoni estratte da Skeleton Tree, per la precisione Anthrocene, Jesus Alone e Magneto. Cave confessa tutto il suo dolore con voce profonda e disperata avvicinandosi alle prime file del pubblico, mentre una selva di mani si alza al suo passaggio come un gesto di collettiva empatia. Uno dei momenti più intensi del concerto avviene proprio nel corso del ritornello di Jesus Alone, quando sul maxischermo posto sul fondo della sala compare il primo piano del volto funereo di Cave, mentre con la voce piena di pathos canta: «With my voice I’m calling you».

Dal lutto al caos

Con un inizio così carico di tragicità e sofferenza, sembra che sia il lutto a fare da tema centrale del concerto, ma quando una forte luce rossa illumina il palco e una chitarra elettrica apre le porte per l’inizio di Higgs Boson Blues si capisce che lo spettacolo offerto dai Bad Seeds sarà ben più variegato rispetto alle premesse. «Can you feel my heart beat?» chiede ripetutamente Cave al pubblico, facendosi toccare il petto dai fan a ridosso del palco, come a voler dimostrare di essere ancora vivo nonostante il terribile lutto familiare.

Dopo Higgs Boson Blues arriva il momento di From Her to Eternity, brano tratto dall’omonimo primo album di Cave assieme ai Bad Seeds: una pioggia di luci bianche colpisce ripetutamente il palco come una scarica di fulmini, mentre Cave, come posseduto, si dimena selvaggiamente in una schizofrenica danza epilettica fuori controllo. Tutt’attorno i membri della band danno vita a una infernale baraonda sonora, dilatando allo stremo il brano e scatenandosi sul palco, mentre la baraonda elettrica formata da luci e suoni si abbatte sempre più forte.

Il viaggio all’indietro verso gli albori musicali dei Bad Seeds continua con Tupelo, tribale e inquietante predica che fa da perfetto seguito alla scarica di adrenalina di From Her to Eternity. Nick Cave pare essere sempre più indiavolato sul palco, mentre con voce delirante canta furiosamente.

Con Jubilee Street, settimo brano in scaletta, Cave si ricompone in parte, rallentando il ritmo infuocato dei due brani precedenti. Il rapporto con il pubblico si fa sempre più intimo, con il musicista australiano che rimane sempre a stretto contatto con i fan delle prime file, come una sorta di predicatore rivolto alla massa ipnotizzata in ascolto. La band è assolutamente impeccabile, con il collaboratore di lunga data Warren Ellis che funge da factotum destreggiandosi fra chitarra, violino, pianoforte e sintetizzatore.

La quiete dopo la tempesta

Dopo aver raggiunto il picco di delirio, Nick Cave si siede al pianoforte e chiude la prima metà del concerto con due canzoni dalla dolcezza unica: The Ship Song e Into My Arms. Forse proprio grazie al netto contrasto con la cacofonia e solennità della prima parte dello spettacolo, questi due brani vengono interpretati con una meravigliosa delicatezza quasi inaspettata. In particolare l’esecuzione di Into My Arms vede il coinvolgimento di tutto il pubblico, con Cave che lascia cantare alla platea il ritornello del brano, in uno dei momenti di maggiore partecipazione della serata.

Dopo questa transizione di inattesa tranquillità, la scena si incupisce nuovamente con altri due brani estratti da Skeleton Tree, Girl in Amber I Need You: di nuovo le luci ricoprono di un tetro blu i musicisti, mentre Cave sprigiona il suo dolore in tutta la sua disturbante potenza. Il verso «Nothing really matters when the one you love is gone» è la frase che meglio riassume il sentimento di profonda sofferenza che Cave ripropone più volte sul palco.

La calma però è solo momentanea: i Bad Seeds aumentano nuovamente il ritmo, suonando prima la sensuale ballata gotica Red Right Hand e spingendo poi del tutto sull’acceleratore con The Mercy Seat, alienante mantra punk con Cave luciferino e inarrestabile nella sua frenetica danza tribale. Il netto contrasto con i brani più intimi e sentiti estratti da Skeleton Tree fa sì che, allo stesso modo di From Her to Eternity, la tensione accumulata si sfoghi di colpo, in un’esecuzione che appare ancora più energica e viva. Cave è incontenibile, fuoco vivo mentre la feroce tempesta sonora infuria tutto attorno a lui.

Per chiudere le quasi due ore di concerto prima del bis, Cave torna nuovamente a pescare da Skeleton Tree, ma questa volta l’insostenibile macigno di tristezza si sgretola lasciando spazio a una nuova speranza, una luce in fondo al tunnel che riempie il cuore del pubblico e forse di Cave stesso. La lenta e rasserenante Distant Sky, impreziosita dalla comparsa sullo schermo della cantante Else Torp, diventa un sentito inno alla vita, mentre la finale Skeleton Tree fa scivolare via definitivamente il dolore. «And it’s alright now». Va tutto bene ora. Cave e i suoi Bad Seeds salutano e ringraziano, poi si ritirano dietro le quinte prima del bis.

L’abbattimento del muro invisibile

Dopo un concerto dalla tale intensità e carica emotiva, chiedere ancora di più sembrerebbe troppo: eppure quello che succederà nell’ultima mezz’ora riuscirà addirittura a superare quanto visto nelle due ore precedenti.

Il primo dei tre brani proposti durante il bis è una delle canzoni più famose della discografia di Nick Cave & The Bad Seeds, The Weeping Song. A metà dell’esecuzione Cave rompe la fittizia barriera che lo separa dalla folla e, con grande sorpresa del pubblico, scende dal palco e inizia a camminare in mezzo ai fan estasiati. Dall’esterno sembra quasi di vedere una divinità in mezzo ai suoi fedeli, increduli nel guardare il proprio idolo che all’improvviso si tramuta in un comune essere umano. Cave risale su una pedana verso il centro della sala, dove guida il pubblico nel battere le mani in una maniera simile a quella del flamenco.

Una volta terminato il brano, dilatato di gran lunga rispetto alla sua durata originale, la band sul palco attacca a suonare Stagger Lee, mentre Cave torna in mezzo alla folla per tornare alla sua postazione originale. Quando risale però il cantante non è da solo, ma porta con sé una discreta fetta di fan, che finiscono per coprire quasi interamente i musicisti intenti a suonare. Se prima era stato Cave a immergersi nella folla, questa volta è il pubblico a elevarsi sul palco, in una scena a dir poco incredibile. I fortunati fan chiamati sul palco vengono coinvolti in prima persona nell’esecuzione del brano, diventando per certi versi loro stessi membri dei Bad Seeds.

Il brano scelto per chiudere definitivamente lo spettacolo è Push the Sky Away, sussurrata ballata che diventa il perfetto commiato per una serata straordinaria. Cave fa sedere il pubblico sul palco e in un’atmosfera surreale regala l’ultima, grande emozione del concerto. L’abbraccio con un fan con cui chiude la canzone è l’immagine che meglio sintetizza questo meraviglioso evento, un collettivo viaggio emotivo dal dolore più struggente all’amore totale, sapientemente guidato da un musicista gigantesco che riesce ancora incredibilmente a superarsi.

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Vittorio Comand

Sono nato a Palmanova, in provincia di Udine, il 25 febbraio 1995. Sono appassionato di musica fin da quando avevo sei anni e a tredici ho iniziato a suonare la batteria. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine decido di iscrivermi all'università di Padova, presso il dipartimento di Economia. Nel tempo libero guardo film e serie tv, cerco di completare la Settimana Enigmistica, leggo e strimpello la chitarra. Scrivo perché non c’è niente di meglio che parlare di ciò che si ama e questo piccolo spazio me ne dà la possibilità.