theWise incontra: The Heron Temple

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Due voci intrecciate, chitarre, synth, il sangue caldo del sud Italia e il gusto internazionale per sonorità da dancefloor patinato, alla costante ricerca del punto d’unione tra spunti moderni e animo soul: sono gli Heron Temple, duo palermitano su cui il web si è scatenato a seguito delle travolgenti e curatissime performance nell’ultima edizione di X Factor, e della chiacchieratissima “scelta” di Manuel Agnelli che ha segnato la loro uscita dal talent show, proprio prima della fase finale. A seguito dell’uscita del primo singolo della band, Vulnerabile, noi di TheWise Magazine abbiamo incontrato Valerio Panzavecchia (voce e chitarra elettrica) per due chiacchiere su talent, musica, passato e futuro.

Heron Temple

Partiamo con un po’ di storia: come nascono gli Heron Temple?

«Io e Vincenzo (Vincent Hank, voce, chitarra e tastiere) ci conosciamo da tantissimi anni: facevamo entrambi parte di due progetti differenti, entrambi scrivevamo già pezzi nostri e condividevamo lo stesso box, ci siamo conosciuti così. Entrambi i progetti sono poi giunti a termine, lui si è trasferito a Londra per lavoro, al Natural History Museum, io ho continuato con altri progetti che non sono decollati, mentre mi iscrivevo e successivamente mollavo l’università. Ci siamo reincontrati per caso al Barbera durante una partita del Palermo, e mio fratello Dario dal nulla ha detto: «Perché non provate a fare qualcosa insieme, dato che al momento siete entrambi liberi?». Ci siamo visti, è nato tutto con due chitarre acustiche e due voci, poi il progetto ha preso un’altra piega».

Un progetto acustico che poi ha preso un’altra piega. È tra i motivi del cambio del nome del gruppo, da Iron Sky (dal pezzo omonimo di Paolo Nutini) a Heron Temple, come da voi raccontato a X Factor?

«La cosa curiosa è che abbiamo prima iniziato a suonare live e poi abbiamo pensato al nome: avevamo questo primo concerto, eravamo particolarmente legati a Paolo Nutini e a quel pezzo e Iron Sky è stato il nostro nome. In seguito, con l’esigenza di scrivere cose nostre, è nato il limite di un legame così forte. Abbiamo accostato la geometria del tempio all’airone, sia per riferimento personale, avendo io lasciato Architettura da poco, a monito del passato recente, sia perché l’airone ci è sempre sembrato maestoso, impassibile, sia per fare un po’ il verso a gruppi esteri come i Tame Impala e simili… Così sono nati gli Heron Temple».

In bilico tra una partenza acustica e l’elettronica, a quali gruppi vi ispirate principalmente?

«Il passaggio dall’acustico a sonorità più moderne è innanzitutto stato molto naturale e assolutamente non studiato a tavolino: ci piace tantissimo l’atmosfera che si viene a creare in acustico, l’intreccio delle voci, la maggiore intimità. Nasce tutto da lì: molti nostri brani nascono da una chitarra acustica e sono sviluppati in seguito in studio. La voglia e la necessità di aggiungere sonorità, con Vincenzo che sa mettere mano su più strumenti, ha portato poi all’aggiunta prima del piano, poi di synth, chitarre effettate e infine sequenze. Gradualmente, siamo passati da un duo acustico a un duo con influenze rock/blues misto all’elettronica».

Heron Temple - X Factor

Quanto influiscono i luoghi da cui provenite sulla vostra proposta musicale e sul vostro futuro? Dalla viva ma periferica Palermo all’esperienza di Vincenzo a Londra, c’è traccia di questi posti nella musica degli Heron Temple?

«Portare avanti un progetto musicale a Palermo è molto complicato, per gli spostamenti e per il fatto che riviste, etichette e location che contano sono tutte più al nord. Vincenzo ha molta esperienza nel settore, anche per motivi anagrafici essendo più grande di me, oltre ad aver già fatto due tour europei. Ha sempre macinato palchi di ogni genere e imparato dalle varie realtà che gli si sono presentate davanti a Londra, la sua esperienza ha inciso molto anche riguardo la mia formazione musicale, tanto che mi piace pensare agli Heron Temple come a un progetto sì in lingua italiana, ma che comunque nasce da una cultura tipicamente britannica».

Ispirazioni internazionali e testi in italiano: vi sentite parte della scena indipendente nazionale, che tanto sta vedendo una riscoperta a volte anche esasperata del testo in italiano o vi considerate un caso a parte?

«La domanda è difficile, persino un po’ affrettata dato che stiamo ancora lavorando al disco; non sapendo perfettamente cosa ne uscirà, non saremmo in grado di definirci dentro o fuori questa scena a oggi. Sulla scelta dell’italiano, sicuramente hanno inciso varie cose, tra cui la mia non perfetta conoscenza dell’inglese che ci ha portato naturalmente a scegliere la nostra lingua, in più l’esperienza di X Factor: abbiamo fatto nostro il consiglio preziosissimo di Manuel Agnelli, che ci ha reputati discograficamente pronti, e ci ha consigliato di buttarci nella scrittura in italiano per evitare l’impossibile concorrenza con un gran numero di band britanniche. Cercare di portare qui nuove sonorità, testi in italiano su pezzi d’ispirazione internazionale, un’idea dall’esecuzione abbastanza complessa, tanto che a volte cantiamo sui nuovi brani in un finto inglese per poi tradurre i suoni in italiano, cercando di conservarne la musicalità».

Heron Temple - Manuel Agnelli

Arrivando alla partecipazione all’edizione 2017 di X Factor e alla vostra tanto discussa eliminazione a un passo dai live, l’impressione generale è stata che voi aveste delle idee troppo “mature” per le necessità del programma. Sbaglio?

«Non voglio risultare presuntuoso o arrogante, voglio solo parlare della realtà dei fatti: io e Vincenzo, grazie all’età e alla maggiore esperienza, specialmente live, eravamo forse più preparati e con idee più chiare degli altri gruppi partecipanti, questo implica una minore malleabilità rispetto ad altre realtà che ricercava il programma. Pensandola come un percorso in cui tu vai da zero a cento in due mesi, per me uno dei motivi è che su noi si poteva fare un lavoro da zero a cinquanta, mentre su altre band si poteva lavorare da zero a cento. Il resto bisogna chiederlo a Manuel Agnelli».

Volendo quindi trarre una conclusione dall’esperienza X Factor, sia in termini di pubblico che di esperienza musicale, cosa diresti?

«X Factor è un’esperienza che rifaremmo miliardi di volte. Non tanto perché crediamo nei talent show, non ci abbiamo mai creduto nonostante ne abbiamo fatto parte: ci interessava arrivare a più gente possibile, far capire quello che facciamo, non parteciparci per moda o per basarci completamente una carriera. La parte formidabile è passare dal suonare in piccoli pub tre volte a settimana davanti ai passanti o in piazza, a una arena con 2500 persone, davanti a persone come Agnelli (che è tra i miei punti di riferimento nella musica italiana). Sicuramente ti aiuta a crescere tanto, hai responsabilità più grandi da fronteggiare. Sotto molti altri punti di vista, più lontani dal mondo della musica, non vado pazzo per X Factor: è ovviamente uno show, devi pensare all’audience e ad altri temi molto poco musicali, e viene enfatizzata più del dovuto la tua storia, se possibile».

Proprio in un periodo in cui nella musica italiana si sta avendo una riscoperta della band al completo con basso, batteria, chitarre e tastiere, avete scelto la forma del duo: quanto è importante per la vostra idea di gruppo?

«Da un lato essere in due è un grandissimo vantaggio, è più facile unire due persone che una band da più elementi; d’altro canto, nei live è molto più difficile riuscire a rendere: tutto il peso è diviso su due persone, in più entrambi cantiamo. C’è l’idea, a seconda di come uscirà il disco, di andare in tour con altri due elementi, semplicemente per avere più botta live e perché è bello che qualcosa sia suonato e non solo mandato in play, nonostante sia sempre prodotto da noi».

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Progetti per l’immediato futuro degli Heron Temple?

«Intanto Vulnerabile sta andando molto bene, non ce lo aspettavamo e siamo molto felici: c’è stato un buon riscontro di pubblico, diverso sia dall’ascoltatore medio di X Factor, sia dall’appassionato di generi più di nicchia, a metà tra l’underground e il mainstream, che era un po’ l’idea che avevamo in mente durante tutto il lavoro sui master agli Abbey Road Studios di Londra. Ha girato abbastanza in radio nonostante le sonorità non siano prettamente pop e moderne: è un pezzo chitarristico, ma con una linea vocale molto orecchiabile.

Stiamo promuovendo il singolo: saremo a Spaghetti Unplugged a Roma (Marmo, zona S. Lorenzo) il 26 novembre, abbiamo intenzione di far uscire un nuovo singolo attorno Natale, stiamo inoltre scrivendo il nostro primo disco che è in fase di elaborazione; da gennaio saremo in studio, una data scelta per fissarci un obiettivo e lavorare al massimo, abbiamo tante idee su cui lavorare e da affinare».

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Luigi Buono

Inguaribile figlio degli anni Novanta, nato ormai ventitré anni fa tra i monti della Lucania, sono cresciuto a pane, marmellata e “Non è la Rai”. Trapiantato a Roma, studio presso la facoltà di Medicina e Chirurgia della Sapienza, e – nonostante la passione per la materia e i chiari progetti lavorativi (sogno, tra le altre cose, di fare divulgazione scientifica) – trovo sempre il modo migliore di rovinarmi i piani di studio e le ore minime di sonno grazie all’insano amore per la musica, che mi ha spinto a suo tempo ad imparare a suonare la chitarra. Appassionato di letteratura, scienze, arte, trash e arte del trash, scrivere su Il Meglio Di Internet (e collaborare col progetto theWise) è per me un modo per mettermi alla prova e migliorare innanzitutto me stesso, concretizzando quel che ho in mente, con la consapevolezza di contribuire a un progetto che racchiude freschezza, coerenza e anche la giusta dose di ambizione: un porto sicuro per menti curiose in mezzo a tanta immondizia mediatica, virtuale e non.