Gli italiani sono da sempre un popolo di santi, poeti, navigatori e – aggiungiamo noi – scrittori di prosa. Nascosto in ognuno di noi c’è uno spirito narrativo che aspetta solo un’occasione per venire fuori. Noi di theWise abbiamo pensato di dare spazio e voce alle giovani penne che popolano il Paese. Questo è lo scopo della rubrica “theWise racconta”, sulla quale ogni mese ospiteremo un racconto breve inviatoci da un nostro lettore.

Questo mese pubblichiamo un racconto di Fabio Strinati, poeta e compositore marchigiano. L’anima della musica parla dei vent’anni, ossia «più un luogo che un’età ben precisa»: il luogo in cui si scopre l’anima musicale e letteraria che ci accompagnerà per tutta la vita.

Vorresti comparire nel prossimo appuntamento? Inviaci il tuo racconto breve (massimo due cartelle word, argomento libero) a info@thewisemagazine.it, o contattaci sulla nostra pagina Facebook. Inviandoci il tuo scritto, acconsentirai implicitamente alla pubblicazione.


Ricordo che quel giradischi in camera girava e girava senza sosta; ogni minuto della mia giornata era scandito dalle note che sgorgavano dal tocco leggiadro della puntina sul vinile. Ogni istante della mia esistenza veniva rovistato da quelle musiche che avevano il compito di tenermi compagnia e di alleggerirmi l’anima che per sventura di un’adolescenza turbinosa era spesso inquieta e a tratti come appassita in uno spazio d’orto senza semi per la terra. Spesso, disteso sul mio letto, guardavo verso il mio pianoforte che proprio di fronte a me mi fissava con uno stato d’animo perverso; un periodo dove i Notturni di Chopin amavano fondersi con gli assoli di David Gilmour, la musica si apriva a me irrompendo dentro la mia anima ribelle proprio come Like A Rolling Stone di Bob Dylan irruppe nelle nostre menti per indicarci la via verso una libertà pronta a slegare ogni catena, pesante, avvolta sulle nostre deboli coscienze.

Quel giradischi girava anche di notte, così come il mio cuore che spesso si separava dal mio torace per inseguire la melodica partitura che aleggiava nella stanza. Ero solo, inerme alla vita che come un immenso polipo voluttuoso sembrava avvolgermi senza lasciarmi respirare le tante note che mi passavano davanti. Mi sentivo solo ma non lo ero. Il poster di Mark Knopfler che violentava la chitarra accarezzandola mi faceva ogni volta tremare lo sguardo, inducendomi a pensare che la vita è erotismo musicale e visione infinita di una poetica assolutamente non virtuale. Qualche volta, la mia anima sembrava uscire dal corpo per esplorare tutto ciò che accadeva intorno a me, ma faticavo a comprenderne il significato profondo perché il mio intimo si mostrava distratto dai cambiamenti che l’incedere veloce della vita metteva in atto.

Vent’anni sono più un luogo che un’età ben precisa: io sapevo benissimo che un treno segue i suoi binari alla perfezione, ma anche che una partenza non sempre corrisponde a un arrivo ben preciso, e così, quando queste torture mentali mi assalivano da dentro e si impadronivano di me, rovistavo un po’ tra la mia collezione di vinili, con la consapevolezza che qualche oggetto misterioso sarebbe uscito allo scoperto. Ogni volta tremavo dalla gioia e dallo stupore, immaginando che dietro ogni porta poteva celarsi il fantasma elettrico dell’illuminazione oppure la Gioconda dall’aria stupita, ascoltando il suono di Slowhand di Eric Clapton. Nella mia piccola/grande stanza una moltitudine di arti ed anime convivevano insieme e si abbracciavano tra loro formando cerchi di giostre, dando così vita ad interminabili mulinelli di note musicali e di letteratura intrisa di pittura e di storia.

Ricordo una giornata di fine novembre, con la nebbia che sembrava incollata ai vetri e il sole celato da un’eternità sconfinata a ridosso delle alte montagne marroni dell’entroterra marchigiano, e io tenevo stretto tra le mani Making Movies dei Dire Straits. Quella copertina rosso fuoco sembrava stonare con l’ambiente circostante, ma allo stesso tempo dal suo interno un’anima spingeva e si annunciava… come per acquietare la mia. Una vibrazione mi percosse arroventandomi le mani, come se quel vinile avesse iniziato a bruciare pian piano, dolcemente. Come un film… non è forse una pellicola la nostra vita? Un film sembra che viva dentro uno schermo di sala o di un televisore, ma in realtà esiste davvero nella vita di tutti i giorni e siamo noi i protagonisti di questo magnifico spartito. La vita è bella anche quando la tristezza germoglia il suo seme, anche quando scrivi il tuo cognome e ti accorgi che sul foglio bianco si legge appena. Come ti chiami conta poco del resto ma anche no in questo mondo barbaro; amavo scriverlo a matita proprio come facevo con le note sul pentagramma, niente di più. 

Il giradischi, dentro a tutto questo riverbero assordante che come un’onda immensa ed impetuosa arrivava ai confini del mio vuoto colmo di silenzio, suonava Tunnel Of  Love ricordandomi come l’amore sia perfetto nella sua imperfezione regolare, come una lancia al cuore penetra a fondo rovistandolo nel punto più lontano e immortale. Ascoltare ancora oggi l’assolo magistrale di Mark Knopfler mi riporta con la mente a quei periodi. Cercavo di imitarlo con una vecchia chitarra che un mio amico aveva deciso di mandare prematuramente in pensione. Il risultato era pessimo, ma l’impegno era premiato dal fatto che poi, il mio stato d’animo improvvisamente rinasceva di luce propria, riluceva non solamente dentro la mia stanza carica di umori discordi e dissonanti, ma anche nel resto della casa.

Mia madre non era un’appassionata di musica ma sapevo benissimo che quelle note le piacevano così tanto da non dirmi mai di abbassare il volume. D’altronde la mia passione per la musica è opera di mio padre. Faceva girare sul piatto in continuazione Animals dei Pink Floyd e io, bambinetto di sei anni, m’innamorai perdutamente della musica. Dopo tanto, a diciotto anni, ripresi ad ascoltare quel vinile e con stupore mi resi conto di percepirlo con orecchi diversi, con uno stato d’animo completamente nuovo. Già il fatto che mentre ascoltavo canzoni come Dogs leggessi La terra desolata di T.S. Eliot la diceva lunga sulla mia ostinata ricerca… sempre dettata dal cuore e mai dalla ragione. Ho sempre amato volgere le mie vispe antenne su quei luoghi fumosi, nebbiosi, nebulosi, carichi di penombra e di sentimenti soffusi, seminascosti… affini alla mia anima contorta e complicata. Ho sempre desiderato immergermi dentro strati magici fatti da vite che come la mia, cercano il tuffo nel vuoto, per poi lasciarsi cullare dagli estremi evitando quelle banalità prive di fantasia che come l’edera sugli alberi di quercia poi seccano e fatalmente cadono a terra. Quegli ambienti sotterranei, dove le luci giocano con le ombre in una rincorsa senza tregua, senza vincitori né vinti, mi hanno aiutato più come scrittore di prosa e versi che come musicista.

Ricordo ancora con molta nostalgia l’autunno del 2014 e un altro passaggio del mio cammino. Il mio primo libro di versi… Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo, nasce con il lungo e approfondito incontro del variegato cosmo dei poeti, amanti della solitudine come terapia per una profonda conoscenza di sé stessi, scavando nei meandri dell’anima per assorbirne completamente l’essenza, anche quella più occulta, quella che fa più fatica ad emergere, proprio perché in realtà ci conosciamo molto poco dentro. Io mi conoscevo molto più prima, ai tempi dell’ascolto di Le Gorille di Georges Brassens o Suzanne di Leonard Cohen. Mi comprendevo meglio perché mi ascoltavo di più e, anche se la solitudine aveva conficcato le sue radici nel mio corpo mi trascuravo meno perché, in ogni caso, la solitudine, pur essendo un sentimento non facile da accettare, fa pur sempre parte di noi e vive, soffre, gioisce con noi tutta intera; è una parte della nostra esistenza che se presa nel giusto verso  è anche in grado di suscitare forti emozioni.

Moltissimi miei versi sono da attribuire a questo particolare sentimento. Insomma, i miei libri, belli o brutti che siano, nascono solo per quel giradischi che girava e girava senza mai fermarsi e gira ancora oggiNon ha mai smesso di suonare, di emozionarmi così intensamente tanto da piangere di felicità, da farmi da spalla nei momenti più duri della mia vita. Poi, come non si può rimanere strabiliati dall’eleganza di un giradischi, dal movimento della puntina che scende dolcemente. In quel sibilo graffiante che ti entra nel cervello è impressa tutta la nostra memoria, i nostri ricordi legati a quegli attimi pregni della nostra esistenza che, inesorabile, ci sfugge pian piano.

Forse il disco che più ho esplorato è Blonde on Blonde di Bob Dylan. Lo facevo per via di quella voce che sembrava uscire da una caverna piena di lava… e le sue parole pesavano il doppio di quelle di tanti altri cantori. Quella musica, quelle sonorità così mercuriali che provenivano come da un’antichità smemorata e desolata: il risultato di quel sound così lunare non era solo di Dylan ma era dovuto anche a The Band, un mitico gruppo che ha accompagnato Bob per le sue strade. L’anima di tutta questa musica mi ha accompagnato fin qui nella vita tenendomi per mano.