Sono passati già due anni da quando, il 10 gennaio 2016, veniva a mancare il celebre cantante inglese David Bowie. Musicista eclettico e camaleontico, Bowie ha registrato ben 28 album in studio dal 1967 al 2016, rendendolo uno degli artisti pop più prolifici e noti del ventesimo secolo. Ancora oggi la sua morte è molto sentita: il figlio Duncan Jones ha infatti da poco creato il David Bowie book club, maratona letteraria dei cento libri preferiti dal musicista inglese, in memoria del padre. Per affrontare meglio una discografia così vasta, ecco una classifica dei cinque migliori lavori realizzati dal Duca Bianco nel corso della sua lunghissima carriera.

Virtual insanity (Credit: Bowie Is/MCA Chicago/Chris Duffy)
David Bowie durante il set fotografico per la copertina dell’album Aladdin Sane. (Credit: Bowie Is/MCA Chicago/Chris Duffy)

5) Blackstar (2016)

Spesso accade che i musicisti, nei loro ultimi anni di attività, sfruttino la fama acquisita nel corso del tempo per registrare album di comodo, dischi non necessariamente brutti, ma che tendenzialmente hanno ben poco da dire in più rispetto a quanto fatto in precedenza, solo per guadagnare qualche soldo in più. Blackstar non è assolutamente uno di questi: pubblicato due giorni prima della morte di Bowie, Blackstar rappresenta un ulteriore passo avanti nella discografia di Bowie. Influenzato dall’ascolto di musicisti contemporanei, su tutti Kendrick Lamar con il suo To Pimp a Butterfly (citato dal produttore storico di Bowie Tony Visconti come una delle principali fonti di ispirazione per la realizzazione del disco), l’album è trainato principalmente dal sassofono jazz di Donny McCaslin e dalla solida batteria di Mark Guiliana. Bowie canta i suoi inquietanti testi con la consapevolezza che non gli resta ancora molto tempo da vivere e che questo disco sarà il suo testamento, un ultimo regalo al suo vecchio pubblico e alle nuove generazioni che ancora si devono avvicinare alla sua musica.

In sette tracce, Bowie condensa le sue ultime visioni musicali creando un incalzante e cupo punto di incontro fra l’aggressività del rock e del post punk e la ricercatezza e sofisticatezza del free jazz. Un disco sperimentale dall’inizio alla fine, un’opera che avrebbe potuto aprire la strada a un nuovo e originale percorso nella discografia e che invece ne segna la tragica fine, diventando il canto del cigno di uno dei musicisti pop più poliedrici mai vissuti.

4) Heroes (1977)

«There’s old wave, there’s new wave, and there’s David Bowie».

Era questo lo slogan con cui la RCA pubblicizzava Heroes nel 1977, dodicesimo album in studio del duca bianco, e non si può certo dire che avesse tutti i torti. Secondo capitolo della cosiddetta trilogia berlinese, Heroes si avvale della presenza di due fenomeni della sperimentazione rock dell’epoca: alla chitarra solista vi è infatti l’eccezionale chitarrista dei King Crimson Robert Fripp, mentre ai sintetizzatori troviamo l’istrionico Brian Eno, anche coautore di alcuni dei brani presenti nel disco.

Heroes è il naturale prosieguo del precedente Low, con Bowie che omaggia il krautrock di Kraftwerk e Neu! raccontando a modo suo la Berlino degli anni ’70, una città ancora divisa dal muro ma dalla intensa vita notturna underground, in un disco in cui tenebrosi brani strumentali minimali si alternano a decadenti e accattivanti danze di rock ‘n’ roll elettronico. Heroes però non rappresenta solo la visione di Bowie della capitale tedesca, ma è anche una sorta di ritorno alla vita per il cantante britannico: il disco infatti arriva in seguito alla disintossicazione dalle droghe affrontata assieme all’amico e collega Iggy Pop. Forse proprio da questa esperienza personale l’album assume una sfumatura di inaspettata positività, perfettamente sintetizzata nella celeberrima title-track: Heroes, oltre a essere diventata nel corso degli anni una delle canzoni più amate di Bowie, è un inno all’uomo comune, un epico grido di disperato amore da parte di chi ha toccato il fondo ma sa che può riemergere, anche solo per un giorno. Il tutto all’ombra del terrificante muro che separava il mondo in due schieramenti opposti.

3) Hunky Dory (1971)

Dopo aver avuto un assaggio di successo nel 1969 con la meravigliosa Space Oddity, Bowie stava iniziando già a essere dimenticato dal pubblico. The Man Who Sold the World del 1970 venne poco considerato al momento della sua uscita e la stessa cosa accadde inizialmente per Hunky Dory dell’anno successivo, almeno fino a quando l’uscita di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars non attirò una nuova schiera di fan che, incuriositi dalla bizzarria di Bowie, riscoprì questa gemma che altrimenti sarebbe rimasta nascosta nella penombra.

Hunky Dory è il primo vero classico della discografia di Bowie e rappresenta la prima delle varie personificazioni del multiforme artista britannico. Un disco puramente pop giocato sull’ambiguità sessuale dello stesso Bowie, che trae esplicitamente ispirazione dalla frenetica scena newyorchese dei Velvet Underground e di Andy Warhol, e che nasconde nelle ammiccanti tastiere di Rick Wakeman e nei misurati e ragionati interventi di chitarra di Mick Ronson un sentimento di disagio di fondo: Changes, dietro alla sua innocente orecchiabilità, racconta dello scorrere rapido e inevitabile del tempo, mentre la dolce Quicksand è in realtà uno scontro con le paure dell’uomo verso la morte e l’ignoto. Su tutti i brani però trionfa la magistrale Life on Mars?, forse la più bella delle centinaia di canzoni scritte da Bowie che racconta il vano tentativo di fuga dalla brutale realtà di una innocente ragazzina, la quale cerca, senza riuscirci, di trovare conforto nella finzione del cinema che però a sua volta non è altro che un drammatico specchio della realtà.

2) Low (1977)

Primo dei tre album che compongono la trilogia berlinese, Low dà il via a una nuova fase creativa nella carriera di Bowie: la trilogia berlinese, formata da Low, Heroes e Lodger, è stata chiamata così non tanto per la permanenza del cantante inglese nella capitale tedesca, quanto per l’influenza che le nuove tendenze musicali provenienti dalla Germania avevano esercitato nella composizione e registrazione dei tre album. In particolare, Low riesce a coniugare lo sperimentalismo elettronico krautrock con ritmiche e sonorità proprie del funk e del rock, anticipando alcuni degli elementi che caratterizzeranno la musica del decennio successivo.

Registrato nel suggestivo Chateau d’Herouville vicino a Parigi, stesso luogo in cui Bowie aveva appena terminato le sessioni del disco The Idiot di Iggy Pop, Low è un disco che si divide nettamente in due parti, proprio come la Berlino dell’epoca: se la prima metà è formata da  brani nevrotici e schizofrenici e dal trascinante groove futuristico, la seconda parte è una serie di disturbanti e lugubri intermezzi strumentali, rappresentazione sonora della desolazione della Berlino est e frutto del sodalizio artistico con il tastierista Brian Eno.

Low, grazie al suo approccio innovativo, si rivelò successivamente un disco di importanza fondamentale per lo sviluppo di generi quali il post-punk e la new wave: basti pensare che i Joy Division inizialmente avevano adottato il nome di Warsaw come omaggio a Warszawa, uno dei brani più inquietanti contenuti all’interno del disco.

1) The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)

Il quinto album di David Bowie è quello che lo consacra come uno dei mostri sacri della musica rock: The Rise and Fall of Ziggy Stardust è l’ancora vivido manifesto del glam rock, dove un sempre più androgino Bowie veste i panni della sua creatura più celebre, Ziggy Stardust. Con questo album Bowie non è più solo un cantante, assume una nuova fittizia identità e aggiunge una dimensione di grottesca teatralità alla musica rock che fino ad allora non era stata ancora sviluppata in questo modo.

Il connubio fra la violenza animalesca di Iggy Pop, il disagio urbano di Lou Reed, la sregolatezza di Vince Taylor e la sensualità di Marc Bolan e della sua band T.Rex permise a Bowie di partorire l’enigmatica figura di Ziggy Stardust, profeta sulla Terra di un misterioso alieno e pronto a innovare il rock con un suono fantascientifico che sembra arrivare direttamente dal futuro, prima che l’Apocalisse colpisca irrimediabilmente il mondo. Ziggy Stardust diventa l’immagine parodistica degli eccessi del rock, una caricatura che contiene lo stereotipo della rockstar come quasi una divinità e che è volta a rappresentare il paradosso dell’arte come prodotto di consumo. L’ascesa e la caduta citate nel titolo del disco sono proprio questo, il destino profetizzato di un ragazzo che da rockstar (Starman) diventa messia di fronte al suo pubblico (Ziggy Stardust) ma che finirà per rimanere schiacciato dal personaggio con cui il mondo lo conosce (Rock ‘n’ Roll Suicide). Una perfetta metafora che fa da critica allo spietato star system che ancora oggi caratterizza il mondo dello spettacolo, dove spesso sono le logiche di mercato a frenare la libertà di un artista.

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Sono nato a Palmanova, in provincia di Udine, il 25 febbraio 1995. A sei anni, guardando la tv, rimango folgorato dall'immagine in bianco e nero di Elvis Presley che canta: è questo forse il momento in cui inizia il mio grande amore per la musica, che mi porterà a prendere in mano le bacchette della batteria sette anni più tardi. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine decido di iscrivermi all'università di Padova, presso il dipartimento di Economia. Nel tempo libero guardo film e serie tv, cerco di completare la Settimana Enigmistica, leggo e strimpello la chitarra. Scrivo perché non c’è niente di meglio che parlare di ciò che si ama e questo piccolo spazio me ne dà la possibilità.