Ad oltre due settimane dalla decisione ufficiale della Federal Communications Commission di abrogare il regime di Net Neutrality che vigeva negli Stati Uniti, l’ennesimo filone di polemiche della travagliata presidenza Trump non accenna ad attenuarsi, tra azioni legali in procinto di essere avviate e mobilitazioni popolari sempre più massicce. Qui in Italia, soprattutto nello scorso mese di dicembre, sono arrivate notizie in merito, ma confuse e frammentate: il periodo di massima viralità sui social network è ormai passato, ma è sempre opportuno definire correttamente concetti ed eventi.

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La celebre Internet Splat Map di Steve Jurvetson del 2005, che illustrava tutte le connessioni internet mondiali avvenute nell’anno precedente. (Creative Commons)

Cos’è effettivamente la Net Neutrality?

Net Neutrality (letteralmente “neutralità della rete”, ma “rete” è intesa come insieme di servizi di connessione e non come rete fisica) è nient’altro che una buzzword, ovvero una parola o piccola frase più d’impatto evocativo che con un significato effettivo. Difatti non esiste una definizione univoca di Net Neutrality: la prima definizione, cronologicamente parlando, fu offerta nel 2003 da Tim Wu, professore della Columbia Law School. Questi in seguito, nel 2008, pubblicò una FAQ tutt’ora on-line dove spiegava i concetti giuridici di trasparenza relativi al servizio reso da un fornitore di connessione a internet (Internet Service Provider o in breve ISP) alla propria utenza. L’idea alla base, secondo i canoni di Wu, è quella della preservazione del regime concorrenziale di servizi e accesso ai dati che di fatto ha reso Internet ciò che è oggi, mantenendo le infrastrutture di rete quanto più general purpose e meno settoriali possibili, per venire incontro a bisogni presenti e futuri degli utenti finali.

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Tim Wu in una foto del 2014. (Wikipedia)

In seguito sono giunte nuove definizioni, sia di taglio tecnico che di taglio economico e giuridico, di Net Neutrality: in particolare va ricordata quella dei “padri di Internet” Sir Tim Berners-Lee, Vinton Cerf e Robert Khan, secondo cui la Net Neutrality è la possibilità data a chiunque di poter sviluppare un’applicazione, un dispositivo o un’infrastruttura di rete capace di comunicare attraverso Internet con un proprio pari senza interferenze o ingerenze di enti terzi. Tale concetto viene riassunto dal brocardo coniato da Khan stesso in un’intervista: niente di interessante può accadere all’interno di Internet. Non è proprio così in realtà, ma l’ideale fondamentale definito dagli uomini che plasmarono il World Wide Web è quello di rete aperta a chiunque, agevolmente accessibile e senza restrizioni sui contenuti, basata sui principi della comunicazione end-to-end (terminale verso terminale) e del “cavo stupido”, secondo i quali dispositivi opportunamente configurati per un determinato scambio di dati sono liberi di farlo senza intromissioni di altri dispositivi intermedi alla comunicazione.

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(da sinistra verso destra) Vinton Cerf, Robert Khan, Tim Berners-Lee e Louis Pouzin durante la cerimonia del Queen Elizabeth Prize for Engineering del 2013. (Wikipedia)

È possibile instaurare un regime di totale Net Neutrality?

Risposta categorica: no! Una totale imparzialità di tutto il traffico dati mondiale, secondo la quale ogni byte immesso in rete dovrebbe avere uguale dignità, al giorno d’oggi è impossibile, per ragioni sia tecniche che politiche. Eccezion fatta per gli albori di Internet così come oggi viene concepito, tutti gli infiniti pacchetti di dati vengono trasmessi da e per ogni dispositivo connesso grazie a vari protocolli di rete pensati appunto per gestirli in maniera diversa, in base allo stato momentaneo delle infrastrutture di connessione, della tipologia di dato trasmesso e via dicendo. Inoltre, i dati possono e devono essere controllati, e se necessario tracciati, anche solo per semplici ragioni tecniche, che vanno dal monitoraggio del flusso di traffico alla manutenzione dei server.

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Semplice infografica con i protocolli principali della suite TCP/IP.

Le ragioni non squisitamente tecniche per cui un’imparzialità totale è impossibile sono da ricercare nelle regolamentazioni nazionali ed internazionali, che vanno dalle necessità di tracciamento dei dati per fini di sicurezza alle leggi di controllo del mercato degli ISP e delle compagnie telefoniche. Quest’ultimo caso, in particolare, ha creato il clamore mediatico delle ultime settimane negli Stati Uniti.

Quindi perché è importante la Net Neutrality?

Se una totale neutralità del traffico non è possibile, almeno tecnicamente parlando, è pur sempre possibile stabilire una neutralità sui contenuti e sull’accesso ad essi: non conta che ogni pacchetto trasmesso sia “trattato allo stesso modo” rispetto a qualsiasi altro, ma è necessario che viga un’imparzialità dal punto di vista della fruizione dei vari servizi e contenuti di rete da parte dell’utente finale. La Net Neutrality ha ragione d’esistere e di essere preservata per un solo e semplice motivo: Internet è uno solo. Al contrario di altri canali comunicativi, dalla telefonia alle TV passando anche per le reti di trasporto di beni e persone, che ad oggi possono essere implementati grazie a diverse tecnologie, Internet è invece un canale sui generis, estremamente stratificato nelle applicazioni ma sempre e comunque condiviso da chiunque vi acceda. Non esistono Internet “diversi”, solo modi diversi di accedervi, in base alle infrastrutture di rete installate e ai parametri di qualità di servizio (Quality of Service o in breve QoS) stabiliti tra i vari ISP e gli utenti finali in fase contrattuale.

La Net Neutrality non prevede che ci sia l’accesso ad Internet o servizi offerti attraverso Internet a scrocco, né che su Internet viga l’anarchia o che si possano consumare impunemente attività illecite; ciò che la Net Neutrality si prefigge di preservare è la capacità potenziale data a chiunque di offrire un servizio in un ambiente estremamente concorrenziale. Senza un regime di Net Neutrality, gli attuali colossi del web come Google, Amazon o Facebook non avrebbero mai potuto svilupparsi. La Net Neutrality, inoltre, permette di evitare discriminazioni del traffico dei contenuti online da parte degli ISP attraverso “doppie velocità”, filtri, corsie veloci o rallentamenti arbitrari. Esattamente lo scopo delle grandi compagnie statunitensi…

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L’ex presidente del FCC Tom Wheeler. (Wikipedia)

Cos’è successo in questi anni negli USA in merito alla Net Neutrality?

Tra il 2014 e il 2015, quindi durante il secondo mandato di Barack Obama, la Federal Communications Commission (FCC, ovvero il “ministero delle telecomunicazioni” statunitense) nella figura dell’allora presidente democratico Tom Wheeler lavorò affinché si colmasse il vuoto legislativo in merito alla Net Neutrality, spinta anche da polemiche scaturite da alcuni comportamenti scorretti commessi dagli ISP come Verizon o ComCast. Fino ad allora non esistevano regolamentazioni esplicite in merito alla Net Neutrality, se non delle linee guida promulgate nel 2010 che non avevano però forte vincolo legale. Nel giugno del 2015 invece, dopo un iter burocratico molto lungo (tutto il mondo è paese!) che passò anche per un aumento dei poteri legislativi del FCC stesso, furono promulgate le Net Neutrality Rules, che tra le altre normative vincolavano gli ISP ad essere inclusi nel novero dei common carriers in base al Titolo II del Communications Act del 1934 e alla sezione 706 del Telecommunications Act del 1996.

Brevemente, secondo la giurisprudenza common law americana, chi offre generici servizi di comunicazione si tassonomizza in due gruppi, “common carriers” e “private carriers“. I common carriers (traducibile in “vettori pubblici”, dove per pubblico non si intende a partecipazione statale, ma piuttosto di accesso pubblico) sono quelle compagnie che per legge devono offrire il loro servizi di trasporto e/o comunicativi a chiunque senza discriminazioni e sono responsabili diretti di eventuali disservizi. Common carriers sono ad esempio le aziende che offrono servizi postali, di gestione di reti autostradali, di telefonia fissa e simili. I private carriers (vettori privati) sono invece compagnie che offrono trasporto di beni e/o servizi a enti terzi o che li trasportano in proprio, sempre in ossequio alle leggi vigenti ma senza obblighi verso la clientela. Private carriers sono ad esempio aziende di trasporto merci su gomma o rotaia oppure le TV via cavo o satellitari.

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L’attuale presidente del FCC Ajit Pai. (Wikipedia)

Alla fine della seconda presidenza Obama e all’inizio della presidenza Trump, con tutti i conseguenti cambi alle squadre di governo, a Tom Wheeler è succeduto come presidente del FCC il repubblicano Ajit Pai. Pai, a causa anche di forti pressioni lobbystiche da parte delle grandi compagnie telefoniche e ISP statunitensi, ha palesato sin dagli inizi dall’investitura della carica l’intenzione di abrogare le Net Neutrality Rules della scorsa legislatura, facendo ritornare gli ISP di nuovo sotto il novero dei private carriers. Ciò ha generato un vespaio di polemiche ancora oggi tutt’altro che sopito: grandi nomi come Reed Hastings (co-fondatore e  CEO di Netflix), Jeff Bezos (fondatore e presidente di Amazon) e Steve Huffman (co-fondatore e CEO di Reddit) oltre a tanti altri si sono mobilitati da subito affinché non fossero vanificati gli sforzi della passata presidenza in merito alla preservazione della Net Neutrality. Sono tutt’ora in corso mobilitazioni popolari come la petizione Battle for the Net, pubblicizzata tra gli altri dal noto anchorman John Oliver.

Lo scorso 14 dicembre, la FCC ha votato a favore la mozione per la risoluzione delle Net Neutrality Rules e dell’obbligo agli ISP di sottostare al Titolo II, mozione non poco ironicamente intitolata Restoring Internet freedom. Lo scorso 4 Gennaio la mozione è stata pubblicata nel Code of Federal Regulations (CFR), l’equivalente statunitense della Gazzetta Ufficiale italiana, rendendola legge a tutti gli effetti. Tuttavia sono in procinto d’avviamento azioni legali verso le varie corti federali contro tale mozione.

Esistono leggi in merito alla Net Neutrality in Italia?

In Italia ad oggi non esistono leggi effettive che obblighino gli ISP nostrani a sottostare ad un regime di Net Neutrality, però nel 2014 fu istituita alla Camera dei Deputati una Commissione di studio su diritti e doveri relativi ad Internet, che promulgò una Dichiarazione dei diritti di Internet pubblicata ufficialmente l’anno seguente e che funge da “linea guida” per eventuali azioni legali tra utenti e fornitori di accesso ad Internet. In particolare l’articolo 4 è tutto incentrato sulla neutralità della rete, il cui secondo comma recita testualmente: «il diritto ad un accesso neutrale ad Internet nella sua interezza è condizione necessaria per l’effettività dei diritti fondamentali della persona».

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Foto di sessione plenaria del Parlamento Europeo.

Esistono anche normative comunitarie europee che regolamentano l’accesso imparziale e concorrenziale ad Internet. Già nel 2002 furono promulgate cinque direttive sull’accesso ad Internet, sulla trasparenza dei contratti tra utenti e ISP in termini della QoS proposta in fase contrattuale e sulla sicurezza dei dati e della privacy delle persone. Queste normative sono state rivedute e corrette tra il 2007 e il 2009 in un ulteriore gruppo di direttive comunemente noto come Telecoms Package. Inoltre nell’Ottobre del 2015 fu approvata dal Parlamento Europeo la regolamentazione 2015/2120, normativa espressamente promulgata per la Net Neutrality su tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Questa normativa tuttavia è soltanto valida in linea generale e non è stringente quanto lo erano le Net Neutrality Rules statunitensi: secondo molti analisti il testo lascia troppo spazio di manovra alle compagnie telefoniche grazie a numerose eccezioni, come ad esempio la possibilità di usare corsie preferenziali per alcuni servizi specializzati o differenziare il traffico per categorie. L’obiettivo di tale regolamentazione è anch’essa quello di essere una “linea guida” da seguire se uno stato membro abbia intenzione di introdurre nella sua giurisprudenza leggi più stringenti nell’ambito della Net Neutrality, cosa già avvenuta ad esempio in Olanda e in Lettonia ed in corso d’opera in Francia.

Quali ripercussioni possono esserci da noi?

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L’attuale piano tariffario dell’ISP portoghese MEO per l’accesso ad Internet da smartphone. (Wikipedia)

Per ora non è dato sapere se anche da noi in Italia ed in tutta Europa si formerà un regime di Net Neutrality stringente oppure verrà lasciato molto margine di manovra alle compagnie telefoniche nazionali ed internazionali, sull’onda di ciò che sta accadendo negli USA. In Portogallo ad esempio la compagnia telefonica di punta MEO ha già proposto un piano tariffario per l’accesso ad Internet a consumo via 4G LTE estremamente settorializzato, da molti considerato come l’illustrazione del mercato degli ISP senza un regime di Net Neutrality, anche per accesso fisso. Anche in Italia ad esempio TIM offre la possibilità di guardare in abbonamento le partite di calcio della Serie A senza che il traffico dati venga addebitato all’utente (in gergo zero rating). La preoccupazione è che gli ISP senza canoni ben delineati possano “giocare sporco”, ad esempio favorendo, ovviamente previo accordo commerciale, un determinato fornitore di servizi (ad esempio un motore di ricerca o un cloud storage) anziché un suo concorrente, magari emergente, il cui sviluppo verrà inevitabilmente stroncato sul nascere.

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Classe 1986, nocerino puronsangue, eternamente legato alla mia terra natia da un conflittuale rapporto di amore verso tutto ciò che offre e d'odio verso chi la popola, incapace di apprezzarne i frutti ed onorarne la storia. Figlio di un ex ufficiale della Marina Militare, da mio padre ho ripudiato fin da ragazzino il rigore della divisa, ma ereditato e trasformato a modo mio tutta la voglia d'esplorazione ed il desiderio di libertà degli uomini di mare. Da bambino adoravo la geografia ed in particolare la cartografia, passione che comunque preservo tuttora, poi vennero i videogames ed i computer e non fui più lo stesso, a partire da un NES regalatomi come strenna natalizia e da un Amiga di un mio vicino, per poi avere un PC tutto mio a circa 10 anni. Non solo giocare e basta, ma anche provare a capire come funzionasse tutto ciò che fosse elettronico, spesso combinando disastri. Da ciò non potevo far altro che finire dopo il liceo dentro una facoltà di Ingegneria, in particolare quella dell'Università di Salerno, nell'ormai lontano 2005, e da cui per una serie di sfortunati eventi e per il mio cronico fancazzismo ne sono uscito solo nel 2018, con una tesi sulle reti di sensori di nuova generazione. Su TheWise per ora mi limiterò ai videogiochi, cercando di parlarne attraverso un taglio un po' meno ludico ed un po' più tecnico, al tempo stesso però evitando tutto ciò che ai più non interessa. Oltre l'ingegnere e lo smanettone, in me c'è anche un uomo che adora lo sport (vederlo più che praticarlo, in particolare basket, calcio e ciclismo), la musica elettronica, l'arte dei grandi mangaka giapponesi che prova ad emulare con scarso successo, la birra trappista e la cucina casereccia. Mi reputo un figlioccio dell'esistenzialismo di Camus e del razionalismo di Popper, e sto iniziando da qualche tempo a scavare dentro l'oggettivismo di Ayn Rand, ma alla fin fine credo solo nel prendere nulla troppo sul serio, a partire da me stesso.