Torna theWise incontra e questa volta siamo in compagnia dello stand-up comedian del momento, che con il suo ultimo spettacolo Lo ha già detto Gesù sta registrando sold out in tutta Italia. Nella sua lunga gavetta si è prodigato per portare anche qui in italia una certa maniera di fare comicità, incentrata sulla totale libertà d’espressione, nella speranza di fare da apripista per una nuova generazione di giovani comici che abbiano qualcosa da raccontare e che possano avvalersi di tutti i mezzi a loro disposizione per farlo. Ci siamo fatti una lunga, lunghissima chiacchierata.

 

Licenza di dire quel che si vuole e come si vuole

Filippo Giardina: comico satirico e personaggio molto seguito sui social, che nasce però dalle esperienze sul palco. Già dal 2001 infatti cominci a esibirti in vari palchi come monologhista, giusto?

«Sì. Prima ho fatto un classico corso di teatro di due anni e ho cominciato a esibirmi come attore. Il risultato erano spettacoli brutti, per i quali non venivamo pagati e sempre per i quali bisognava leccare il culo ai registi, così ho deciso che non faceva per me e ho iniziato a scrivere, a fare monologhi».

Questo fino al 2009, anno in cui fondi Satiriasi, un collettivo di comici.

«È nato tutto dopo aver visto Lenny, un film con Dustin Hoffman sulla storia di Lenny Bruce, un comico che è stato il primo, intorno agli anni Cinquanta, a sdoganare la libertà di linguaggio tra i comici. Lui, poveraccio, se l’è passata male, è stato arrestato più volte, faceva dentro e fuori dalla galera. È stato un personaggio che hanno letteralmente distrutto, è morto di overdose e tra l’altro hanno pure umiliato il cadavere, poiché la polizia non aveva messo le transenne intorno al luogo del ritrovamento, quindi è stato toccato da tutti i giornalisti. Tuttavia molti intellettuali si schierarono dalla sua parte, e da quel momento in America si è diffuso il concetto che il comico può dire e fare, bene o male, quello che gli pare, fino agli ultimi anni in cui si assiste invece a una sorta di bigottismo di ritorno. Chris Rock, altro attore comico contemporaneo molto bravo, ha deciso di non fare più spettacoli per gli universitari, ad esempio, asserendo che i giovani d’oggi sono troppo politicamente corretti, che non si può scherzare su nulla. La comicità, quando viene incanalata in binari troppo stretti, perde proprio di significato».

Non è più comicità!

«Esatto. Anche perché tendenzialmente siamo tutti a favore dei diritti degli omosessuali, a favore dei diritti delle persone di colore, difendiamo le donne, difendiamo i malati, però poi finisce che diventa lo spettacolo del “grazie al cazzo”. La comicità secondo me nasce non quando il comico dice quello che tutti pensano ma non dicono, ma quando dice qualcosa a cui nessuno aveva pensato. Quando chiami un idraulico lo chiami perché tu non fai il suo stesso mestiere, è lui a portare la sua professionalità. Allo stesso modo il comico dovrebbe sforzarsi di cercare di dire cose un pochino più originali».

Filippo Giardina durante uno spettacolo.
Filippo Giardina durante uno spettacolo.

Ecco, tu mi hai parlato della situazione americana…

«Sì, per arrivare infatti a quella italiana. Io ho iniziato a fare monologhi per tristezza. Nella vita non sapevo proprio cosa fare, così come flusso di coscienza ho iniziato a scrivere cose, cercando di ironizzare su ciò che mi faceva stare male. Mi sono affacciato sul panorama del cabaret e tutti mi dicevano: «Eh ma questo non si può dire, questo non si può fare», ma io avendo visto quel film mi chiedevo perché se in America avevano potuto farlo qui da noi invece non si può fare, così ho iniziato la mia difficile gavetta esibendomi nei posti più disparati, in contesti anche non adatti alla comicità, a dire il vero. Sagre, battesimi, una pizzeria al taglio all’inaugurazione, e dentro di me pensavo a quanto stupido fosse il pubblico a non capirmi. Fino a che a un certo punto ho realizzato, e ci ho messo otto anni per farlo, che in realtà ero io a essere fuori contesto. Se vai in costume a una festa dove tutti sono in smoking è evidente che sei tu quello fuori contesto, non loro. Allo stesso modo, se vado in una sagra, dove il livello d’attenzione è tendenzialmente molto basso, non è che puoi metterti a fare un monologo che necessita di ascolto, al massimo puoi fare intrattenimento. Tutti i contesti dove mi ritrovavo a fare comicità erano sempre legati al cibo, e un vecchio detto dice che contro gli spaghetti alle vongole non vince neanche il comico più bravo al mondo! Apriamo una parentesi: in Italia c’è stato ad un certo punto un momento di doping della comicità unico al mondo, con Zelig che è riuscito a fare qualcosa come dodici milioni di telespettatori, una cifra assolutamente non consona alla comicità. È stata fatta diventare talmente popolare che si è creato un indotto per cui tutti hanno pensato che siccome andava di moda allora fosse giusto fare i comici ovunque, dai centri commerciali alle sagre appunto. Il problema è che la comicità necessita di ascolto, perché se non ti ascolto non posso nemmeno ridere, e così per uscire vivo da quel contesto tu potevi solo prendere in giro il pubblico, o raccontare barzellette, o giocare sui pregiudizi più biechi. Zelig era costruito, nonostante la professionalità di alcuni, a tavolino, tipo Vacanze di Natale. Metto il comico siciliano lento un po’ mafiosetto, il milanese che corre, il napoletano che frega, il romano che è cafone, tutto stereotipato, in maniera che una fetta sempre più larga del pubblico potesse riconoscersi in quel comico. In sostanza mappavi l’Italia, e riuscivi a ottenere quei numeri. Questo però ha ucciso la comicità, perché veniva meno il concetto di ascoltare qualcosa che potesse sorprenderti, che è la base della comicità, ma ascoltavi qualcosa che già sapevi. Una delle tecniche più utilizzate da quei comici era il doppio senso, il gioco di parole, battute tipo: «basta con l’erba, piantiamola».

Queste battute sai da dove nascono? Il bambino, verso i sette anni, scopre la comicità attraverso il linguaggio. Inizia a capire che le parole possono avere più di un significato, e la cosa lo diverte. La mamma di un mio caro amico, maestra alle elementari, mi raccontava che con i bambini di seconda elementare prendeva dei testi di canzoni popolari e li faceva riscrivere ai bambini a parole loro, e uscivano cose divertentissime. Quindi, giochi di parole e canzoni riscritte, che si chiamano centoni, tu pensa a quante volte li hai visti a Zelig. È come se avessimo fatto per anni comicità per bambini di sette anni, e questo ti dà l’idea del perché ha avuto quel successo, perché ciò che fa ridere il bambino di sette anni fa ridere anche il genitore perché lo tranquillizza. Questo per quanto riguarda il piano formale, mentre per quel che riguarda quello sostanziale, abbiamo detto, pregiudizi: non trovavi mai una bella donna a fare comicità, c’erano Sconsolata, la donna cicciona col dente nero, o la Littizzetto, a confermare l’idea che le donne non possono far ridere, e per far ridere devono essere cesse. Erano infatti personaggi per i quali l’immagine arrivava prima del contenuto. In America, tra le tante, prendi Sarah Silverman, una comica molto brava che è una figa, e non si è mai posta il problema di essere una figa. È una bella donna, che ha dei messaggi da dare, e sa farlo in maniera divertente. Nessuno si pone il problema del “è troppo bella per far ridere”. Tutti i giovani comici, per anni, hanno cercato di entrare a Zelig, perché entrare a Zelig garantiva una serie di serate con cachet da migliaia di euro, anche per comici non particolarmente bravi. Tutti proponevano pezzi utili all’ingresso a Zelig, ossia monologhi da tre-cinque minuti, se c’era un tormentone era meglio, se c’era poi una parrucca o un personaggio molto riconoscibile meglio ancora, e di fatto la comicità ha perso quel suo potere di innovazione che ha sempre avuto. Questo almeno per quanto riguarda la comicità “pop”. Poi c’è il mondo “satirico”, invece, ma anche qui c’è stato un equivoco gigantesco: la figura di Berlusconi ha creato una sorta di emergenza. Un magnate, con i mano i mezzi di comunicazione, che si comporta come si è comportato. C’è stata una sorta di allerta culturale: tutti hanno iniziato a temere che ci sarebbe potuta essere una svolta autoritaria, o quantomeno una privazione della libertà di espressione. Nel 2001 è successo qualcosa: Daniele Luttazzi intervista Travaglio all’interno del suo programma Satyricon, il qual presenta il suo libro L’odore dei soldi, sulla storia di Berlusconi. In seguito a quell’intervista quel programma è stato chiuso. Berlusconi in sostanza impose che Santoro, Luttazzi ed Enzo Biagi non avrebbero dovuto più lavorare in televisione, e furono cancellati i loro programmi. Questo da una parte è stato percepito come perdita di libertà d’espressione, dall’altra queste persone, sentendosi messe alle strette, cercando di farsi forza, sono diventate molto popolari. Travaglio ha venduto oltre un milione di copie, Grillo, Luttazzi o Guzzanti hanno cominciato a farsi un pubblico di persone che non li seguivano per ridere, ma per ascoltare qualcuno che dicesse la verità: qualcuno che avesse il coraggio di combattere contro il sistema, qualcuno che facesse controinformazione, tutte parole che nel mondo della satira non hanno assolutamente senso. Il giornalista ha il compito di informare, il comico di far ridere, e se fa satira cercare di veicolare anche il suo punto di vista, ma ciò è ben diverso dal fare informazione. In Italia invece si sono confusi i ruoli, quindi oggi abbiamo Marco Travaglio che fa spettacoli a teatro dove legge sentenze spesso con battutine, doppi sensi, o storpiano i nomi dei politici, e in cui la gente ride, sorride, fondamentalmente per questo equivoco. Cosa stai andando a vedere? Uno spettacolo o una conferenza di un giornalista? È tutto confuso.

Dall’altra parte i comici satirici hanno iniziato a dire “noi dobbiamo combattere il sistema” e cosa è che è morto? È morta la comicità. Non si rideva più. Da un lato quindi la comicità pop, dall’altra questa nicchia che sentiva questa emergenza, di fatto in Italia ci si è cominciati a prendere troppo sul serio, e nel momento in cui ti prendi troppo sul serio muore la comicità. Tornando alla tua domanda, nel 2009 ho capito che dovevo aprirmi qualcosa di mio, non tanto per aprirmi una di queste ennesime sette, quanto per cercare di ripartire dall’ABC della comicità. Ho scritto per Satiriasi un manifesto di quindici punti, che è stato anche preso molto in giro, che diceva cose in realtà per un comico lapalissiane, ma che erano dimenticate. Faccio un esempio: il primo punto diceva «la risata è il mezzo ma non il fine». Vuol dire che la risata è il mezzo, il nostro mezzo, se non fai ridere non fai il comico. Tu non puoi andare sul palco a dire cose intelligenti, che la gente dice «ammazza è proprio vero» senza ridere; non fai il comico allora, magari fai un altra cosa, degnissima, ma non fai il comico. È il mezzo, dicevo, ma non è il fine, perché, come in ogni manifestazione artistica, se prendi la chitarra e fai il cantautore tu qualcosa da dire, da comunicare, devi averla, ecco. Questo era il primo punto, ossia cercare di riportare sul palco persone che avessero il piacere di fare un mestiere, perché questo è un mestiere molto duro, difficile, che nasce da una esigenza, come tutte le forme espressive. In sostanza ho scritto questi punti e messo su questo collettivo, un po’ con persone che già conoscevo un po’ con altre che mi sono state presentate, e abbiamo fatto queste serate dal vivo. Ogni quindici giorni facevamo uno spettacolo originale con monologhi scritti nelle due settimane, di otto-dieci minuti, per andare contro alla comicità da tre minuti televisiva, che subito portavamo sul palco davanti a cento persone all’inizio, trecento/quattrocento verso le ultime serate, e lì si è iniziato a riformare un pubblico che spegneva i telefonini e ti stava a sentire. I nostri monologhi non erano perfetti, abbiamo sbagliato tante cose, ma è stata una scuola per tutti noi che lo abbiamo fatto, un allenamento costante innanzitutto nello scrivere e poi nel cercare di ricreare quel luogo consono alla comicità. Il comico sul palco, il pubblico zitto che ascolta, ride se ha voglia e giudica quanto vuole. Altra cosa: avevo messo il VM18, proprio per perseguire l’idea che il comico può dire quello che vuole. Il che non vuol dire che ha licenza di uccidere, tu puoi offenderti, alzarti e andartene, parlare male del comico, però la regola vuole quello: se io non sono libero di esprimermi come voglio è come se giocassi a pallone con un braccio legato. Da questa cosa, dopo cinque stagioni, siamo finiti su un programma su Rai2 che si chiamava Aggratis!, dove siamo stati presi per il culo perché ci contattò il produttore dicendo «porteremo in tv la stand up comedy nuda e cruda» ma poi di fatto ci impose mille paletti. Dopo quest’esperienza fallimentare Comedy Central, un piccolo canale su Sky, ci chiamò e abbiamo fatto lì tre stagioni, per me molto importanti, perché lì davvero abbiamo fatto praticamente le stesse cose, proprio come facevamo nei localetti romani. Proprio oggi mi diceva un collega che stanno organizzando queste serate open mic, a microfono aperto, dove si esibiranno circa 400 aspiranti comedian. La cosa positiva è che sento che sta tornando questo fermento fra i giovani. Io tanto ormai ho 43 anni, sono quasi un vecchio rincoglionito, la cosa bella sarà vedere proprio i giovani. In Italia non abbiamo mai visto una lesbica che fa comicità, una persona di colore, un disabile, tanti caratteri che sono stati tenuti al margine della comicità, e sarebbe interessante vedere cosa hanno da dire».

Filippo Giardina in tour con Lo ha già detto Gesù.
Filippo Giardina in Satiriasi.

Però mi sembra che qualcuno di questi c’abbia provato ultimamente. Ricordo all’interno di un talent molto seguito un comico omosessuale che ironizzava sulla sua omosessualità e su quando i suoi genitori la scoprirono. In questo caso però non temi che possano essere presi per bravi proprio per via di quel buonismo del pubblico che criticavi prima?

«Assolutamente. Qual è il problema però? Il talent. Il talent si basa su un concetto: una persona sul palco, quattro giudici, che tu da casa vedi di spalle e il pubblico dietro. C’è questo povero cristo che sta lì giudicato da quattro giudici, dal pubblico presente in sala e dal pubblico a casa. È proprio l’esatto opposto della comicità. Io non è che ti devo convincere, io porto la mia proposta, poi se ti faccio ridere giudica tu. Il fatto è che prima in televisione ci andavano quelli che avevano fatto un mestiere, che avevano fatto la gavetta, e la televisione era un po’ il coronamento. Tu arrivavi lì che almeno eri preparato. Oggi invece si parte dalla televisione, è tutto ribaltato. La comicità non può essere messa fuori contesto. Il talent è una serata di varietà, il comico invece ha bisogno di un pubblico che sta lì per lui, senza giudizio. Se io devo parlare di quanto mi stanno antipatici i pelati [l’intervistatore ha la testa rasata, N.d.R] e tu sei giudice e non sei una persona autoironica sarai scettico, e io perdo la mia libertà. Io devo poter parlare di tutto, se c’è qualcosa che mi impedisce di parlare di qualche argomento a priori quello non è il contesto adatto alla comicità».

È la maturità interiore che cerca di manifestarsi in qualche modo, ovviamente.

«Ovviamente, certo. I giovani però non guardano più la televisione: ci sono Netflix, internet, quindi non esistono più quei modelli che c’erano prima. Tendenzialmente un ragazzo di vent’anni Louis C.K. lo conosce e Panariello no, e in tal caso nel suo immaginario tenderà più a somigliare a Louis C.K. che a Panariello. Secondo me da oggi in poi l’Italia diventerà un terreno molto fertile poiché c’è una prateria, c’è tutto un mondo che è andato avanti e noi siamo rimasti indietro. I canali televisivi ormai non li segue più nessuno, quindi a un certo punto dovranno cercare di mettersi al passo con i tempi».

Svecchiare un po’ insomma….

«Sì, perché altrimenti moriranno, e quindi secondo me saranno dieci anni da oggi in poi molto divertenti. Ci saranno molte cose fatte male, ma comunque ci sarà l’opportunità di sperimentare».

Il mio pubblico, il mio rispetto per loro.

Perlomeno ci saranno cose fatte, ecco. Col tuo discorso mi hai bruciato un sacco di domande già preparate, a me sembrava molto intelligente chiederti diverse cose a cui invece hai già risposto parlando da solo. Ora vorrei collegarmi a quello che tu hai detto riguardo il pubblico. Hai parlato di un pubblico che deve stare zitto e ascoltare, che non deve giudicare, un pubblico che deve essere concentrato, che può ridere, offendersi, purché ascolti.

«Ti interrompo un attimo: il pubblico può anche giudicare, basta che ascolti. Ti faccio un esempio: quando tu vedi uno special di un comico americano su Netflix, tu vedi il pubblico che quando entra già ride. Se invece vieni ad un mio spettacolo il pubblico sta concentrato, alla «fammi senti’ che dice». Ecco, questo è l’approccio. Paolo Villaggio diceva una cosa, e cioè che uno spettacolo comico deve essere visto da gente che ha voglia di ridere. Non è che allora sia troppo facile, sia chiaro, perché far ridere è comunque una cosa difficile, ma non è che io debba convincerti. Se quando vai a vedere uno spettacolo di magia stai a pensare che forse c’è e si vede il trucco, in sostanza, non te lo godi. Lo stesso è la comicità, è un patto che si dovrebbe stipulare tra il pubblico e il comico. Il pubblico quindi può fare quello che vuole, ma dopo aver ascoltato».

La cosa che volevo chiederti era proprio il tuo rapporto con il pubblico. Molti, o quantomeno diversi dei tuoi monologhi, finiscono se non con un’offesa con riflessioni molto serie. Tu dici che il pubblico deve venire con la voglia di ridere, molto spesso invece le tue parole sono tutt’altro che divertenti. Ricordo per esempio un monologo che termina con la frase «molti di voi sono nati pubblico e moriranno pubblico».

«Ecco, partiamo dalla base della comicità: il nemico è allo specchio. Il nemico di un comico è prima di tutto sé stesso. Tu hai questa tua verità che vuoi raccontare, che poi però puoi cucinare. Nel condire un concetto di quella verità tu puoi ribaltare completamente il punto di vista. Quel monologo che tu citi era un monologo in cui davo degli imbecilli a tutti, si parlava di internet: io ho cominciato a lavorare su internet nel 2006, con un programma che si chiamava Non rassegnata stampa su un blog personale, abbiamo fatto oltre duecento puntate ed è andata malissimo, io in prima persona quindi ho vissuto lo sparlare a sproposito su internet. Poi nasce il porno e io son diventato porno-dipendente, ho trovato tutto questo mostro a portata di mano, e quindi la frase «voi che state sul porno» era in realtà «io che l’ho già vissuto», e anche il finale «voi siete nati pubblico e morirete pubblico» era rivolto a me: «accetta che forse mai nella vita diventerai quello che sogni di essere, accetta che nella vita non sempre serve una consacrazione». Ecco, ero sempre io il nemico di quel pezzo, trasformato in un pezzo che mi faceva sembrare il più stronzo di tutti, ma quella poi è tecnica, nel senso che nel dire una cosa io poi posso dirla come mi pare, l’importante è che trovi una maniera paradossale. La forma è diversa, ma se lo leggi in controluce quel monologo ha avuto tanto riscontro sul web perché era vero, ma non vero “per sentito dire”, vero perché ho sperimentato tutte le cose che dicevo dentro quel monologo e quindi sapevo di non sbagliare. Non c’era il discorso “io vi dico quello che non sapete”, ma era “vi dico quello che io ho vissuto”, poi lo faccio passare come se fossi il più stronzo di tutti, ma di base dietro c’era una verità. Tornando alla domanda sul pubblico, io ho un enorme rispetto per il pubblico e quindi non me lo filo perché nel momento in cui fai qualcosa per il pubblico è come se lo trattassi da imbecille. Tipo [indicando l’intervistatore, N.d.R.]: «Eh ma quello ha 26 anni, l’orecchino, quindi magari se dico questo magari gli interessa…» no, se lo facessi ti tratterei da cretino. Io il pubblico non me lo filo proprio quando scrivo, ma cerco di portare qualcosa sulla quale ho pensato o qualcosa che mi ha colpito in una forma che poi faccia ridere. Nella mia carriera sono passato dal voler dire qualcosa a qualcuno al volermi esprimere, che sono due concetti molto diversi. È una forma di rispetto, grandissimo. Io non dirò mai «eeeh io grazie a voi», perché tutte quelle cose che invece vengono fatte molto spesso dai comici sono un modo un po’ per raggirare il pubblico».

Beh, mi hai dato una chiave di lettura per i tuoi monologhi molto particolare.

«Ci perdo molto tempo. Davvero, invito tutti coloro che mi apprezzano e mi seguono a non fermarsi a una prima lettura dei miei monologhi, perché davvero ci perdo molto tempo. È la mia vita scrivere monologhi: ho trasformato la mia malattia in reddito, non è che mi sono messo a fare un mestiere. Guardavo il soffitto, ventenne, mi facevo le canne e pensavo che non avrei fatto nulla nella vita. Non sapevo cosa fare, e pensavo. A un certo punto ho detto “ma proviamo a infilare le cose che penso in qualcosa”. È un lavorio continuo».

La lunga strada verso il successo

Altra cosa che volevo chiederti: in un altro monologo ti sei definito «l’uomo che ha fatto della sua antipatia un mestiere». Sei infatti un personaggio molto controverso, utilizzi anche la volgarità, quindi immagino sia stato facile poterti criticare per molte cose. Quanto è stato difficile continuare lungo la tua strada, e quante le difficoltà incontrate?

«Guarda, le difficoltà incontrate si possono riassumere almeno nel primo anno e mezzo in cui ho fatto monologhi in cui veniva la gente, mi dava le pacche sulle spalle e mi diceva «sei un bel ragazzo, perché non ti metti a fare lo stewart? Sta roba non fa per te», e  quando torni a casa umiliato, ma umiliato veramente dopo monologhi di un quarto d’ora in cui non ride mai nessuno, ecco senti la morte dentro, non si può spiegare. Però qualcosa dentro mi diceva di riprovarci, forse proprio in virtù del fatto che avevo visto quel film, Lenny, dicevo dentro di me che forse avrei potuto farcela. Il palco è un luogo onesto, e a differenza di molti miei colleghi quando le cose andavano male non me la prendevo con gli altri ma con me stesso. È stato molto faticoso, ma nel tempo ho capito che il pubblico non ha nulla contro di te, quindi se non ride è semplicemente perché non l’hai fatto ridere. Dopo essermi trincerato un po’ di tempo dietro la frase “non mi capiscono” ho iniziato a dirmi “magari, Filippo, non sei stato bravo”. Questo è un mestiere. Uno che inizia a suonare la chitarra dopo sei mesi non finisce a fare concerti, nella comicità invece devi gettarti subito su un palco, per capire il rapporto col pubblico. Negli anni ho cercati di diventare bravo, e diventare bravo nel mestiere di monologhista vuol dire entrare in empatia col pubblico e saper farlo ridere: questo è il punto di arrivo. Intanto farlo ridere, poi magari imparare anche decidere come farlo ridere, ma intanto farlo ridere. Oggi vedo ragazzi molto più contenti nel dire «ah non mi hanno capito, si sono alzati e se ne sono andati», ma quello è solo ego. La comicità è anche ego, ma non basta. È chiaro che la gente che vive bene sicuramente non perde tempo a raccontarti la sua vita sul palco, la gente che non è egomaniaca non sale sul palco a farsi fare gli applausi, vero tutto, ma serve anche una componente di onestà. Quando vedi comici bravi percepisci loro come fossero tuoi amici. Certo, c’è un lavoro e una tecnica dietro, ma di base si tratta di parlare di quello che sai, quello che conosci, di quello che hai vissuto, e questo ti aiuta molto. Poi certo, ho fatto anche sei anni di psicoanalisi e quelli mi hanno dato una bella…»

Una spintarella in più?

«Sì, diciamo di sì. Martoriarti alla fine funziona. Se io dico una cosa contro di me poi tu abbassi le difese, e io allora te lo posso mettere al culo. Tu ti fidi. La comicità è manipolazione. I primi tempi quando scrivevo i monologhi mettevo delle crocette dove speravo che la gente avrebbe riso, poi a fine spettacolo dopo aver provato il monologo verificavi che magari sette su dieci erano entrati e gli altri no, e quindi sapevi di dover sistemare quei tre blocchetti. Devi fingere che ti siano venute sul momento cose che in realtà sono pensate e scritte a tavolino. C’è molta manipolazione, ma pure all’interno di questa tu devi comunque sorprendere il pubblico».

Filippo Giardina in tour con Lo ha già detto Gesù.
Gli anni di psicoanalisi lasciano solchi indelebili nello sguardo.

Il web, il cinema italiano, quella robaccia lì.

Te l’ho chiesto perché da persona come sei tu, che si è fatto il culo per arrivare dov’è…

«Aspetta, ti fermo, io sarò arrivato quando ci saranno dieci bravi comici in Italia di vent’anni che ci sorprenderanno con il loro universo comico. Fino a che siamo pochi, finché siamo baluardi, non sono arrivato da nessuna parte. Sta nascendo qualcosa, ma ci vuole ancora tempo».

…dicevo, fatto il culo per arrivare dov’è al momento, così te la faccio bella pulita, ecco. Tu nasci dal palco, e approdi poi in tv e sul web. Cosa ne pensi di coloro che invece fanno il percorso inverso? Ora si assiste al fenomeno per cui molti esplodono sul web per poi finire sul palco o in tv.

«Guarda, il palco è infame. Sul palco un’ora da solo non ci stai. Tu puoi anche essere super famoso, ma senza lavoro dietro… Per esempio so che c’è un ragazzo, Yotobi, che ha iniziato a fare stand up. È partito da piccole cose e si sta allenando, ma c’è del lavoro dietro. Discorso diverso è Casa Surace, loro fanno sketch. La cosa che noto è che le dinamiche televisive si sono riproposte sul web: tutti quelli con diversi milioni di fan sul web tendenzialmente sono abbastanza basici come comicità, è tutto molto stereotipato. Rispetto alla televisione però costoro non sono solo comici, ma anche grandi imprenditori. Chi raggiunge quelle cifre è gente che ci sa fare, se non strettamente nel campo artistico almeno in quello imprenditoriale sono davvero cavalli di razza. Nulla sul web succede per caso».

Molti di loro però sono entrati a gamba tesa nella scena comica italiana. Molti di loro fanno film, cinepanettoni, affiancati ad attori vecchio stampo. Come vedi questa forma di ricambio generazionale con queste dinamiche?

«I problemi del cinema italiano sono A) i film, B) gli sceneggiatori, C) il cinema italiano. Ormai non ci va più nessuno al cinema. In Italia si fanno solo film tristi. Predo un film che ho visto per caso qualche giorno fa, che ha avuto molto successo: Smetto quando voglio. L’idea di un gruppo di giovani ricercatori che l’Italia non valorizza, costretti a vendere droga perché non c’è speranza… Che coglioni! È retorica, lo sappiamo! Manca l’idea che mi sorprende, vedere poi sempre le stesse facce mi annoia. Ci sono attori molto talentuosi, per carità, ma non abbiamo tutti Robert De Niro che devi far recitare per forza perché è talmente bravo che sarebbe un delitto lasciarlo a casa, basta! I primi criminali sono i produttori rincoglioniti: dovrebbero essere imprenditori, e l’impresa è una cosa difficile, e invece no, fanno «dobbiamo mettere questo perché funziona, quest’altro perché piace»… la parola “funziona” uccide il mondo dello spettacolo. Vuol dire prevedere quello che piace al pubblico, vuol dire umiliare il pubblico, riallacciandomi a quanto detto prima. Non c’è più quello che piace a me, ma c’è quello che funziona, deciso da chi poi? Da settantenni. Con tutto il rispetto, in Italia è come se mancasse la saggezza degli anziani: abbiamo solo il rincoglionimento. Come fai a fare un film come Benedetta follia, con Verdone? Io rivendico due diritti, uno è quello di criticarlo e due è quello di non vederlo: voglio criticarlo senza vederlo. Cioè, Verdone, che a sessant’anni mi parla di questo nuovo mondo delle chat… Ma levati! Come attore proprio, levati e mettici uno di vent’anni. Fammi raccontare il mondo da chi lo vive! Fatemi vedere i ventenni che si drogano, promiscui a livello sessuale, raccontatemi un mondo che è cambiato. La comicità ha sempre avuto questo privilegio, e cioè di poter raccontare quello che cazzo gli pare, e invece no, sempre le stesse storie».

Un po’ come se ci fosse un fondo perbenista nelle storie raccontate, come se mancasse la volontà di innovarsi.

«Il perbenismo è naturale negli italiani. Noi abbiamo la Chiesa: anche chi è ateo è ateo cattolico. La abbiamo fisicamente e mentalmente: siamo stati cresciuti che bisogna essere fedeli, che bisogna trovare l’amore della vita, tutte cose che può pensare chi non l’ha mai vissuta la vita, perché chi l’ha vissuta lo sa. Ma come si fa? Amare tutta la vita una persona… Se ti capita bene, ma il resto è violenza. Costringere le persone a stare insieme per questo ideale nobile è ingiusto, tutta la moraletta cattolica da quattro soldi la vedi solo perché hanno molto potere. L’elettorato cattolico o il pubblico cattolico sta sempre lì a rompere i coglioni, oggi poi per assurdo le persone più perbeniste e bigotte sono proprio quelle che si definiscono di sinistra, e che attaccano pippe su qualunque argomento come facevano i conservatori di destra un tempo, e per assurdo dovrei votare Salvini, un essere che disprezzo ma che dice «Basta co sto perbenismo». Ecco, in questo ha ragione, pure se è lui!»

La scena politica in Italia

A questo punto mi collego all’attualità. Tra poco ci sono le elezioni, e ci sono comici o quantomeno esperti di comunicazione che iniziano ad emergere e a candidarsi all’interno di alcune liste. Cosa ne pensi?

«La politica è l’opposto della comicità: se un comico inizia a fare politica muore il comico, e viceversa. Ho letto tanti anni fa un libro di Miller che parlava delle capacità recitative dei presidenti degli Stati Uniti, diceva che da Nixon in poi non sono stati più politici ma attori. La politica ha preso una piega molto legata al marketing, e quindi per ricevere voti si candidano persone capaci di prendere voti. Il problema è che oggi la politica dovrebbe dire cose molto sconvenienti, dovrebbe dire «Cari italiani tra dieci anni staremo peggio di oggi, non abbiamo attività fiorenti, abbiamo la giustizia più lenta e la criminalità alle stelle». Bisognerebbe rimboccarsi le maniche nella speranza che tra vent’anni si possa iniziare a stare meglio. Un programma così, però, quanti voti prenderebbe? Zero. Il Movimento Cinque Stelle? Noi siamo onesti e voi ladri? La banalizzazione fatta partito.  O Renzi, un personaggio da televendita: Massimo Giletti ha più carisma, una di quelle persone che provano a essere simpatiche ma che non ci riescono mai.  Salvini è una bestia, Berlusconi non ne parliamo. Quindi chi voti? Io penso che si dovrebbero votare non programmi economici, ma ideali. Nonostante tutto ci sono state leggi sulle unioni civili, sul testamento biologico, ora ci starebbe bene una bella legge sulla legalizzazione delle droghe leggere. Leggi che aumentino la libertà delle persone. Tanto già a livello economico siamo prigionieri di una Europa all’interno della quale DEVI stare, perché immagina l’Italia da sola dove andrebbe. Io più di questo non dico neanche, perché tanto io di economia non so nulla, e allora che mi metto a parlare di economia? Oggi invece si sentono tutti esperti perché hanno letto un trafiletto in un blog. Siamo nell’epoca della popolarità: ci sono persone popolari e persone sotto che vorrebbero essere popolari, tutti a voler dare un significato epico alla propria vita, tutti a urlare, mentre oggi la gente dovrebbe solo essere gentile, abbassare il tono di voce. In Italia si vive male, ma una caritas ancora la trovi. Non possiamo vivere nella nostalgia degli anni Novanta, Max Pezzali e quelle robe lì. Noi eravamo una potenza? Sì, e non lo saremo più. Basta con questo credere in noi stessi dopato. Come sul palco c’è un momento in cui si prendono gli applausi e uno in cui si zappa, ecco, adesso è il momento di zappare per ricostruire le fondamenta».

Molto spesso la classe politica rispecchia gli elettori. Tu mi hai parlato ora dei dirigenti, di chi prende i voti. Cosa pensi invece di chi i voti li dà?

«Quello che tu hai detto era vero forse trent’anni fa. Oggi la politica lavora a livello subliminale. La gente non legge più, non si informa più, tranne che su Facebook, a suon di titoloni. La rivoluzione dei social ha fatto sì che in pochissimo tempo cambiasse la maniera di fruizione dell’informazione per tutte le persone, senza che qualcuno glielo spiegasse. Ora, per un giovane è facile, ma chi è sopra i cinquant’anni? Chi vive nei paesini? Abbiamo dato un mitra in mano alle persone senza spiegargli come funzionasse. In Italia l’informazione è morta: qual è la tua fonte sicura? Dove ti informi? I giornali sono fortemente politicizzati, ma la politica stessa è confusa, ridotta a un “noi siamo meglio e gli altri peggio”. L’elettore medio vive la cosa praticamente da tifoso. Internet, il principale contenitore di informazioni che abbiamo, non può essere considerato un mezzo neutro, uno di quelli che “dipende come lo usi”. Internet ha un suo potere, è un mondo nel quale hai tutte le informazioni ma non hai un indice, non sai dove andarle a prendere. Se a quattordici anni finisci in un blog di neonazisti, con la loro bibliografia da centinaia di libri, finisci lo credere anche tu che l’Olocausto non sia mai esistito. È colpa tua? No, hai quattordici anni, che colpa puoi averne? La società non si è resa ancora conto di questa trasformazione. La filosofia e la sociologia sono ancora freschi di trattati sull’argomento. Sta a voi giovani la responsabilità di raccontare il mondo, scrivere i libri sui quali si studierà in futuro».

Giovani, datevi da fare

L’ultima cosa che volevo chiederti è proprio questa: hai parlato molto spesso dei giovani, che consigli dai a quelli fra loro che volessero intraprendere la tua strada?

«Salire sul palco. Il comico nasce dal confronto col pubblico: questo lavoro ti permette proprio questo, di avere un riscontro immediato: fa ridere o non fa ridere, altrimenti diventa solo un lavoro intellettuale solitario. Impegnarsi, un comico deve impegnarsi. Un fabbro sta lì dieci ore al giorno, è il suo mestiere, allo stesso modo quello del comico è un mestiere e richiede impegno. Non fissarsi, se non hai una lira non rovinarti la vita per fare l’artista. Provaci se puoi permettertelo, altrimenti fai che sia un hobby, almeno all’inizio. È un lavoro che ti stressa e incattivisce, perché l’ambiente legato al mondo della comicità è un mondo orribile popolato da egomaniaci, ma il momento dell’esibizione poi è invece bellissimo. Sei tu con le persone ed è un momento di condivisione. Ridere è un’esperienza catartica. Giovani, capite se vi piace il mestiere e godetevi quei minuti che passate sul palco. È l’unico mestiere in cui i tuoi difetti possono diventare il tuo punto di forza. Il comico può essere tutto, basta trovare sincerità e risate».

Filippo Giardina in tour con Lo ha già detto Gesù.
Filippo Giardina in tour con Lo ha già detto Gesù.

Ottimo, ricordiamo le prossime date del tuo spettacolo.

«Sì, Lo ha già detto Gesù, il 16 febbraio a Milano, Teatro Fontana e 5 marzo a Roma, alla sala Umberto. Grazie a Dio sono entrambe già quasi piene, quindi se volete i biglietti affrettatevi».