Un esito scritto (fino a un certo punto)

Il risultato di queste elezioni ha colto di sorpresa pochi addetti ai lavori, numericamente parlando: il centro destra ha “vinto”, il MoVimento ha seguito a ruota e il PD ne è sostanzialmente uscito con le ossa rotte. Ciò che risulta più sorprendente però sono due elementi: il 17% (a entrambe le Camere) di Matteo Salvini, che ha più che moltiplicato i consensi su scala nazionale rispetto al recente passato, e il “cappotto” nel sud Italia dei pentastellati, che si sono aggiudicati la quasi totalità dei collegi del Meridione. Ciò che a molti osservatori della politica nostrana è sfuggito sono però le cause intrinseche di questo desolante risultato, che vede le formazioni “populiste” uscire dalle consultazioni con numeri da capogiro. Ma andiamo con ordine.

luigi di maio
Il vero vincitore: Matteo Salvini. Foto: il Post.

I vincenti: non chiamateli populisti

A giudicare dal comportamento e dalle mutazioni interne che il primo partito di queste elezioni ha vissuto, è improprio definire il MoVimento come formazione squisitamente “populista”: tralasciandone i pattern comunicativi, rimasti pressoché similari al passato, dopo anni di esperienza in legislatura il partito di Grillo ha appreso come fare politica, ha smussato i suoi spigoli più acuminati ed è sceso a compromessi con il suo integralismo, diventando di fatto una forza politica tout court, checché ne dicano i suoi adepti: la prova più lampante di questa mutazione sono le dichiarazioni di Bonafede e di Di Maio, i quali, una volta appresa la “vittoria” elettorale, si sono affrettati a manifestare la loro disponibilità ad ascoltare tutte le proposte di tutti gli altri partiti per l’interesse del Paese, che in politichese è traducibile sommariamente come «stiamo con chi ci fa comodo». Non è un caso inoltre, dal punto di vista del bacino elettorale, che il MoVimento abbia “fatto cappotto” in quasi tutti i seggi del Sud, dove – essendoci un forte senso di abbandono dello Stato – i grillini hanno avuto gioco facile a pescare voti nel malcontento, con la fallace promessa di un reddito di cittadinanza che fa assumere a questo risultato i contorni del voto di scambio.

Di Maio
Il momento dei festeggiamenti nella sede elettorale del MoVimento. Foto: La Repubblica.

Per ciò che concerne la Lega, terzo partito di questa contesa per numero di voti (dietro a M5S e PD), il risultato è tanto sconvolgente quanto significativo: considerando i numeri risibili delle politiche 2013 (4,09%!), l’aumento dei consensi è stato decisamente esponenziale, figlio di una strategia politico-comunicativa da dieci e lode di Matteo Salvini che, forte di questo risultato, si candida prepotentemente a essere leader del centrodestra. La mossa vincente è stata indubbiamente quella di comprendere l’entità del malcontento che serpeggiava tra la popolazione e farsene alfiere non solo a livello regionale, cosa che la Lega aveva storicamente sempre fatto, ma a livello nazionale: una vera e propria novità per il Carroccio. Per capire quanto il cambiamento di tattica (e di nomenclatura) abbia inciso su questo risultato, basti pensare al risultato di Lecce: da 75 a 10.059 voti, il tutto nel giro di cinque anni. Sensazionale.

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La protesta di una Femen al seggio di Silvio Berlusconi. Foto: Reddit.com

I perdenti: il fallimento dello Stato

Differentemente da quanto si può pensare a una prima lettura dei dati, chi ha davvero perso le elezioni è Silvio Berlusconi: sarà l’età che avanza, sarà la lunga assenza dalla scena politica causata dalle conseguenze della condanna nel processo Mediaset (e della conseguente interdizione dai pubblici uffici), ma il Cavaliere ci aveva abituato a risultati di ben altro tenore. Il 14% non è in realtà un pessimo score, beninteso, ma il dato assume contorni tristemente fatali se raffrontato al punteggio dell’altro “cavallo di razza” della coalizione: il derby interno è perso, le redini della destra sfuggono dalle mani dell’ex premier, disarcionato dalla sella forse a causa del suo essere, per molti elettori di centrodestra, troppo legato all’establishment, allo status quo, agli inciuci e alle larghe intese. Per una destra moderata ed europeista bisognerà dunque aspettare molto tempo: con questo scenario è quantomeno improbabile ipotizzare un impegno in prima persona di Antonio Tajani, già impegnato altrove e difficilmente interessato a sbrogliare questa complessa matassa.

A proposito di larghe intese, a fare le spese dei troppi governi di coalizione è stato soprattutto il PD. Secondo l’avviso di chi scrive, in realtà, la sconfitta dei democratici è sì grave, ma si inserisce in un quadro più ampio dove la contingenza storico-politica vede le sinistre perdere consensi in tutte le competizioni elettorali di prima fascia, basti pensare ai risultati deludenti dell’SPD in Germania, al tonfo storico dei Socialisti francesi e all’avanzamento delle destre nazionaliste in tutto l’Est Europa. Il 19% del partito di Renzi era tutto sommato prevedibile, e nonostante le attenuanti sopra citate non può che considerarsi un fallimento politico: gli errori dei Dem sono evidenti, da un dibattito troppo personalizzato intorno alla figura di Renzi (che in queste ore ha ceduto il passo e convocato un ennesimo congresso) a una comunicazione politica troppo poco attenta alle necessità primarie dell’elettore comune e alla scarsissima attenzione al territorio nella compilazione delle liste. Da questa debacle si potrà ripartire solo restando all’opposizione, ruolo storicamente fruttuoso per i partiti di sinistra: l’ormai ex capo del partito si è già saggiamente espresso in questo senso.

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Grasso e Boldini, “poltronissime paracadutate”. Foto: Il Fatto Quotidiano.

Andiamo più a Sinistra dunque, in zona Gauche Caviar. Capitolo Liberi e Uguali (e Pochissimi): il manipolo di arditi, coacervo di fuoriusciti PD e personaggi sempre convinti di essere “più di sinistra” rispetto alla sinistra, non è riuscito a presentare un programma politico credibile e coerente (basti pensare alla fragile proposta di rendere l’università gratis, quando chiunque abbia frequentato un ateneo pubblico sa benissimo che la tassazione è progressiva ed è una minima parte del totale delle spese di un universitario), e l’eterogenesi di cui era costituito ha portato a un risultato deludente e molto sotto le aspettative, con il “capo politico” Grasso costretto a ricorrere al listino proporzionale per trovare l’ennesima poltrona in Senato.

Una “nuova” frattura

Su cosa hanno costruito la non-vittoria Salvini e Di Maio? La chiave di lettura più adatta sembra essere rintracciabile in una nuova cleavage (frattura) politico-sociale: non tanto fra politica e antipolitica, quanto fra “sistema” e “antisistema”. Non è un caso che i grandi partiti del Patto del Nazareno siano quelli usciti con le ossa rotte da queste elezioni: Lega e M5S sono stati abili intercettori delle necessità più urgenti dell’elettore medio italiano, attento più che mai a temi semplici e quotidiani come immigrazione, sicurezza e lavoro. La comunicazione politica dei grandi partiti, di contro, ha preferito privilegiare temi più marginali come ambiente e diritti civili, sì importanti ma meno attraenti per un cittadino che vive questo momento storico di crisi, recessione e malcontento direttamente sulla sua pelle. Queste elezioni riflettono pienamente il fallimento non solo dello Stato nei confronti del cittadino, ma anche della politica nei confronti del sociale.

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Una proiezione molto vicina al dato reale.

Chi dice che «chi vota Di Maio o Salvini è un ignorante» inquadra solo una frazione del problema: gli elettori di queste formazioni appartengono solo in parte a questa categoria (notoriamente più sensibile ai temi primari sopra citati e poco abile nell’informarsi), dato che molti altri sono i disoccupati, i delusi della politica, gli emarginati, tutti coloro i quali si sentono abbandonati dallo Stato e dunque scelgono l’antisistema, la frattura, la speranza di cambiamento. Le istanze portate avanti da queste due formazioni sono di immediata lettura e visibilità, due facce della stessa medaglia di esasperazione e paura: era compito dei politici e della Politica (con la P maiuscola) intercettare queste issues e farvi fronte, ma la politica (minuscola) di ieri non ne è stata in grado, troppo intenta forse a discutere sul sesso degli angeli. Dove lo Stato non c’è arriva la faccia pulita, ingenua e tranquilla di Luigi Di Maio, il ragazzotto della porta accanto che potrebbe essere tuo amico, tuo marito, tuo figlio: l’identificazione è immediata, la comunicazione semplice e diretta, l’idea che con 189 preferenze su un sito internet si possa passare dall’essere lo steward di uno stadio all’essere Primo Ministro in cinque anni è il sogno che ogni italiano medio potrebbe avere nel suo cassetto. Di Maio rappresenta il fascino della vita cambiata in poco tempo, senza qualità o merito alcuno, in cui l’italico votante ha gioco facile a identificarsi e immedesimarsi.

Luigi Di Maio al 32%, con tutto ciò che rappresenta, impartisce una grande lezione a chi si professa “intellettuale”: studiare non serve a niente.

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Nato ad Avezzano nel cuore della Marsica, capistrellano di origini, vivo da sempre a Roma; al momento occupo in solitaria una modesta casetta, parte della quale subaffittata ai miei due gatti a una cifra onesta. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a "La Sapienza", attualmente sto finendo il mio ciclo di studi magistrali in Scienze Politiche alla LUISS e lavoro come cronista sportivo nei circoli calcistici della zona nord di Roma, oltre che per la testata EventiCulturali Magazine; oltre a essere un gattaro D.O.C. sono appassionato di calcio (ma sfortunatamente tifo Roma), ascoltatore compulsivo di musica di ogni genere, console gamer e, come la mia laurea potrebbe suggerire, malato cronico di politica nazionale ma anche estera, delle quali spesso mi diletto a scrivere; nel tempo libero metto su carta anche riflessioni, prose e poesie di scarso valore artistico. Dopo aver lavorato per diverso tempo in svariate redazioni, fra le quali IMDI.it e oltremedianews.it, ho deciso di fondare una testata tutta mia dove poter dare libero sfogo al mio desiderio di fare informazione e cultura: sto parlando proprio di theWise, che spero abbiate lo stesso piacere che ho io nel leggere. Oltre a essere fondatore e presidente della testata, mi occupo di politica interna, interviste e approfondimenti socio-culturali di varia natura, ma ogni tanto (piuttosto di rado in realtà) lavoro per davvero.