Déjà vu, bias e altri scherzi della mente

pareidolia
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“Io questa scena l’ho già vissuta”. L’abbiamo pensato quasi tutti almeno una volta nella vita: avere la sensazione di essere sul punto di rivivere un momento di cui si ha già il ricordo. È il déjà vu, uno tra i tanti scherzi riservatici dal nostro cervello, l’organo tutt’oggi più misterioso e, probabilmente per questo, affascinante del corpo umano.

Un fenomeno così frequente ed eclatante non poteva non prestarsi alle più disparate teorie scientifiche, ma anche paranormali e mistiche. Secoli fa, quella di poter godere di frequenti déjà vu era una capacità rivendicata da sedicenti profeti. L’incapacità di fornire una controprova di tale “potere” ne limitava fortemente la credibilità. Per caratteristica, infatti, nel déjà vu vi è comunque un’impossibilità a prevedere gli eventi immediatamente successivi al ricordo che giudichiamo familiare.

Déjà vu

Denzel Washington in una scena del film “Déjà vu – Corsa contro il tempo” (2006).

Parlando di trattazioni più vicine al mondo della scienza possiamo dire che, ad oggi, brancoliamo ancora nel buio. Una teoria a lungo accreditata parla del déjà vu come una forma di epilessia benigna. Effettivamente vi  sono evidenze di una maggiore frequenza di questo fenomeno nei pazienti che soffrono di epilessia temporale (oltre che in quei pazienti che soffrono di attacchi di panico e, addirittura, di schizofrenia). Uno studio condotto grazie alle più moderne tecniche di neuroimaging ha mostrato come le aree del cervello coinvolte durante il déjà vu non siano quelle legate alla memoria, ma ai processi decisionali. Pare infatti che al centro vi sia l’attività della corteccia frontale, aspetto che ha portato i ricercatori a ipotizzare che il déjà vu sia una sorta di check periodico del corretto funzionamento dei ricordi immagazzinati, processo che ci porta a vivere il momento attuale come se fosse estrapolato dalla memoria.

Possiamo definirlo uno scherzo della mente? Per quanto bizzarro e sbalorditivo, il professor Köhler dell’Università canadese del Western Ontario afferma che non è ancora possibile dire se il déjà vu sia del tutto negativo, perché potrebbe essere un meccanismo con il quale siamo spinti a essere più prudenti e a non fidarci ciecamente dei nostri ricordi.

Tra gli scherzi che possiamo senz’altro definire errori troviamo quelli racchiusi nel grande capitolo dei bias cognitivi. La definizione è molto vasta e perciò racchiude diverse sottoclassificazioni da analizzare singolarmente. Un bias è un giudizio basato su informazioni incomplete o collegate tra loro da nessi non completamente logici, che portano dunque a un errore di valutazione. A questo punto molti potrebbero storcere il naso ma, per la limitatezza dei nostri mezzi percettivi e anche semplicemente per la condizione di imperfezione umana, questo riguarda davvero ognuno di noi.

Uno dei tipi più comunemente sperimentati è il bias d’ancoraggio, per il quale si prendono decisioni costruendo proprie convinzioni dalle prime informazioni a nostra disposizione. Per spiegare questo fenomeno prendiamo un sito di prenotazioni o acquisti online. Il più delle volte si ordinano gli oggetti di ricerca in ordine crescente di prezzo. I primi prezzi visualizzati disegnano nella nostra mente uno standard per il quale, procedendo in avanti, il prezzo apparirà troppo alto per l’offerta presentata, pur non avendo tutte le informazioni a disposizione sulla camera che vogliamo prenotare o sull’oggetto che vogliamo acquistare. Non a caso in questi siti si tende a scorrere solo poche offerte e ciò viene sfruttato dai siti e dai venditori in termini di concorrenza.

pareidolia

L’impressione di scorgere volti umani in elementi della natura è un bias che prende il nome di pareidolia.

Un tipo particolare di bias d’ancoraggio è l’apofenia, errore cognitivo per il quale un particolare pattern nella nostra testa diventa più probabile di altri. È il motivo per il quale il giocatore d’azzardo ha una percezione della probabilità di vittoria maggiore rispetto al reale. A questo gruppo appartengono le pareidolie, bias attraverso i quali attribuiamo a forme casuali della natura volti umani e, in alcuni casi, apparizioni mistiche.

Parlando di percezioni distorte dell’ambiente esterno, parliamo dell’effetto alone. È l’errore cognitivo che ci porta ad attribuire ad una persona o un oggetto che presenti una qualità immediatamente evidente altre qualità. È il motivo per cui spesso si giudica il libro dall’aspetto della copertina, per cui diamo giudizi di natura caratteriale basandoci sull’abbigliamento e sul portamento di una persona, per cui un politico fedifrago ci appare come un cattivo politico.

Se nel bias d’ancoraggio il focus della convinzione è esterno, un forte orientamento verso certezze personali è caratteristico del bias di conferma. In esso tendiamo a dare maggiore importanza a tutto ciò che appoggia i nostri pensieri più saldi, scartando aprioristicamente ogni eventualità che va contro di essi. Questo è fortemente sfruttato dalla politica e dalla propaganda, che fa leva su convinzioni e paure non sempre riscontrabili nella realtà. Legandoci a questo ambito parliamo quindi dell’argomento fantoccio, o strawman fallacy, arma utilizzata dagli oratori più abili per difendere le proprie posizioni e screditare quelle di un avversario. Esso consiste nel confutare un argomento ponendolo in maniera distorta e non conforme alla realtà. In genere l’argomento centrale viene affiancato da un argomento simile ma non identico. Questo secondo argomento è creato appositamente per essere demolito (fantoccio), portando al nesso illogico per il quale tale dialettica renderebbe respinto anche l’argomento principale.

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Socrate. L’espressione strawman fallacy si deve a Thomas de Quincey che, parlando dell’abilità del filosofo nel confutare le tesi degli avversari, scrisse «It is always […] Socrates and some man of straw».

Anche la nostra memoria sa giocarci brutti scherzi, alcuni più innocenti, altri dalle ripercussioni potenzialmente importanti.

Lo sanno bene i produttori di serie televisive o letterarie, che sfruttano abilmente il cosiddetto effetto Zeigarnik. L’omonima psicologa lituana studiò come i ricordi risultino essere più intensi se legati a fatti ed eventi rimasti incompiuti. Gli studi della Zeigarnik partirono dall’osservazione che un cameriere riesce a ricordare maggiormente i dettagli di un servizio ancora in corso, mentre tende a rimuovere quelli di un servizio già concluso. L’ipotesi è che questa tendenza non sia un vero e proprio scherzo, quanto più un tentativo del cervello di archiviare compiti già portati a termine e di concentrarsi su quelli in corso d’opera, preferendoli a quelli da cominciare da zero. Il senso di motivazione che si crea in un’azione già cominciata si ripercuote quindi anche sulla memoria. È per questo che i capitoli di una serie terminano lasciando quesiti irrisolti e storie incomplete che creano l’effetto suspense che ci fa appassionare (indipendentemente dalla reale qualità della storia) e ci spinge a seguire le successive vicende. 

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David Lynch, maestro della suspense e, forse inconsciamente, dell’effetto Zeigarnik.

Potenzialmente più grave è la retrospettiva rosea, errore nella valutazione della memoria per il quale si tende a giudicare il passato in maniera più positiva rispetto agli eventi del presente. A tal proposito è importante porre una differenza sostanziale con la normale nostalgia; nella seconda, infatti, il sentimento positivo legato al ricordo può essere assolutamente conforme alla realtà dei fatti.

Strano a dirsi, alla base di questo errore vi è la capacità del cervello di semplificare i ricordi, aspetto fondamentale nel funzionamento fisiologico della memoria. È un aspetto particolarmente studiato nel neuromarketing, disciplina economica nella quale si applicano concetti di neurofisiologia al mercato in modo da influenzare il comportamento dei consumatori tenendo conto non solo dei loro bisogni ma anche delle loro emozioni e dei loro ricordi. Inutile sottolineare l’utilizzo di un fenomeno dall’impatto emotivo tanto importante in un ambito quale la politica, richiamando a una falsa impressione che la situazione attuale sia peggiore del passato, condizione che porta l’elettore a desiderare un cambiamento o, in alcuni casi, a riproporre vecchie figure politiche.

Come visto, piccoli svarioni (assolutamente fisiologici) nel funzionamento della nostra mente possono avere grandi ripercussioni nella vita di tutti i giorni. La loro conoscenza serve a renderci maggiormente consapevoli dei meccanismi attraverso i quali ci interfacciamo col mondo esterno, anche se probabilmente nessuna ricerca ci impedirà mai di dimenticare per l’ennesima volta le chiavi in casa.

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Domenico Beccia

ono nato a Lucera, in provincia di Foggia, nel 1991. Al liceo mi sono avvicinato al mondo della scienza, partecipando a svariati progetti nell'ambito della fisica, della chimica e della matematica. Ho frequentato la facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Foggia dove mi sono laureato nel 2017. Accanto alla passione scientifica coltivo un nutrito interesse per la storia, la filosofia e la politica, campi che affollano la mia libreria.