MONOtono e l’intelligenza demenziale degli Skiantos

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«Ma che cazzo me ne frega! Genere ragazzi, genere! Ehi sbarbo, smolla la biga che slumiamo la tele. Sei fatto duro, sei fatto come un copertone. Ci facciamo? Sbarbi, sono in para dura! Ok, ok, nessun problema ragazzi, nessun problema! Sbarbi, sono in para dura. Schiodiamoci, schiodiamoci. C’hai della merda? Ma che viaggio ti fai?! C’hai una banana gigantesca. Oh c’hai della merda o no? Un caccolo! Ma che viaggio ti fai? Intrippato. Brutta storia ragazzi, brutta storia. C’ho delle storie ragazzi, c’ho delle storie pese! C’hai delle sbarbe a mano? No c’ho delle storie pese. Fatti questo slego: UNO DUE SEI NOVE!»

MONOtono Skiantos

La copertina di MONOtono.

L’incomprensibile dialogo che avete appena letto è l’inizio di Eptadone, prima traccia di MONOtono, album degli Skiantos uscito nel 1978 e diventato il manifesto del punk rock demenziale. Per quanto insensata e stupida possano sembrare a un primo ascolto, la musica degli Skiantos è stata un punto focale per l’evoluzione del rock italiano che ne sarebbe seguito, oltre che uno dei primi esempi di punk della penisola. Ma perché MONOtono, che quest’anno compie quarant’anni, ha tutt’ora questa rilevanza? Procediamo con ordine.

Gli Skiantos prima degli Skiantos

Per spiegare perché gli Skiantos abbiano avuto un impatto così importante, bisogna prima tenere conto di un paio di premesse. Prima di tutto, va ricordato che in Italia la comicità in musica ha spesso suscitato grande interesse nel pubblico: già negli anni Cinquanta e Sessanta musicisti come Renato Carosone, Fred Buscaglione o i Brutos si servivano di elementi umoristici per i loro brani, ottenendo grandissimo successo di pubblico. Lo stesso stile demenziale e nonsense tipico degli Skiantos ha il suo precursore in Clem Sacco, cantante ormai quasi dimenticato del tutto le cui canzoni, come Baciami la vena varicosa o Mamma, voglio l’uovo alla coque, si contraddistinguevano per i loro testi surreali.

Un’altra doverosa premessa riguarda il contesto sociale in cui la band muove i primi passi: la Bologna di fine anni Settanta è una città dove si respira aria di ribellione, con i movimenti giovanili in aperto conflitto nei confronti dello stato e delle forze dell’ordine. Bologna è una delle città più politicizzate nel corso degli anni di piombo, epicentro di numerosi scontri fra studenti e polizia e immersa in un clima di terrore che vedrà il suo culmine il 2 agosto 1980 nell’attentato terroristico diventato noto come la strage di Bologna, dove lo scoppio di una bomba alla stazione causerà la morte di 85 persone.

Inascoltable: prove generali prima di MONOtono

In questa città in pieno fermento politico, muove i primi passi un giovanissimo Roberto Antoni, soprannominato Freak, studente iscritto al DAMS e appassionato di musica. Nella cantina di casa sua invita spesso alcuni amici a suonare senza però che ci sia un concreto progetto. La svolta arriva una sera del 1977: l’esibizione dei presenti in casa di Freak, che improvvisano una quindicina di brani con testi spesso inventati sul momento, viene registrata su cassetta e diventa Inascoltable, il primo disco degli Skiantos. Il titolo dell’album la dice lunga sul suo contenuto: canzoni elementari con un testo privo di senso, cantate in maniera sguaiatissima ed eseguite molto alla buona, il tutto registrato con una qualità infima. La dichiarazione di intenti pare chiara fin da subito: «Io sono un pestone, io sono un pestone, non ho un’ambizione, io sono un pestone, mi faccio un flacone» dicono in Io sono un pestone. Gli Skiantos sono strafottenti, rozzi, triviali e soprattutto non se ne vergognano. Nell’Italia musicale divisa fra la tradizione della canzone sanremese, il virtuosismo della prolifica scena prog e lo snobismo del cantautorato più impegnato, gli Skiantos rappresentano un elemento di assoluta novità che riesce a opporsi ugualmente a tutte queste tendenze principali: gli Skiantos suonano e cantano male, non hanno alcun messaggio da dire e, invece di ricercare parole raffinate, comunicano con il gergo dei giovani dell’epoca.

L’arrivo alla Cramps Records

Dopo Inascoltable, gli Skiantos iniziano a farsi conoscere per l’Emilia grazie alle loro esibizioni live fuori dal comune: il rapporto con il pubblico viene completamente ribaltato, sfidando apertamente i presenti ai loro concerti con insulti e lancio di ortaggi verso gli spettatori, che a loro volta rispondono allo stesso modo. Una volta ottenuta una discreta fama, la band bolognese approda alla Cramps Records, etichetta discografica nota per la produzione dei dischi degli Area e di Eugenio Finardi. Esce nel 1978 il 45 giri Karabigniere Blues/Io sono un autonomo: se il primo brano prende in giro le forze dell’ordine, il secondo si concentra sull’altra fazione degli scontri per le strade, quella dell’Autonomia. Questa doppia parodia pone il gruppo inizialmente in una posizione ambigua, in quanto il suo stesso pubblico è composto in buona parte da studenti militanti, ma gli Skiantos non sono un gruppo politico, il loro obiettivo è andare contro tutto e tutti, soprattutto contro il pubblico.

MONOtono e il mito degli Skiantos

Nel 1978 esce quello che è il vero esordio degli Skiantos: MONOtono. Già leggere i nomi dei sette componenti del gruppo, per chi non ne conoscesse la musica, è tutto un programma: Roberto Freak Antoni è infatti affiancato da Dandy Bestia, Jimmy Bellafronte, Sbarbo, Tormento Pestoduro, Andy Bellombrosa e Frankie Grossolani. I dodici brani che compongono il disco non sono tanto punk dal punto di vista musicale quanto per l’atteggiamento: la rottura totale con quanto avesse da offrire prima la musica. L’ironia e la dissacrazione sono le armi di Freak Antoni e compagni, non c’è una causa che valga la pena di essere difesa, tutto può essere ridicolizzato. Estrema sintesi di questo concetto è il brano Largo all’avanguardia, dove il gruppo si scaglia senza termini contro al pubblico: «Fate largo all’avanguardia, siete un pubblico di merda, applaudite per inerzia» è una provocazione efficace e diretta, un attacco sfrontato allo spettatore dal forte richiamo dadaista.

In MONOtono è il nonsense a farla da padrone: i testi sono spesso costruiti su versi messi vicini solo per costruire una rima baciata. L’esempio più eclatante è forse il brano Io sono uno skianto, una sorta di inno in cui tutti i versi rimano in -anto senza che ci sia un vero significato di fondo. Il disco è uno sberleffo continuo, che comincia già nell’utilizzo della K al posto della C dura (trent’anni prima che diventasse uso comune nel linguaggio degli SMS), dove la band prende di mira i movimenti giovanili (Panka rock), il mondo della cultura più elitaria (Diventa demente) e coglie anche l’occasione per fare a pezzi la canzone d’amore con i suoi triti cliché: Io ti amo da matti è un frenetico rock ‘n’ roll dal messaggio inequivocabile, mentre Vortice racconta la storia di un giovane vittima della scarsa igiene della sua amante. Nella lunga carriera del gruppo bolognese, questo disco rimarrà il più fulgido esempio di genialità in netto anticipo rispetto al proprio tempo.

Nonostante gli Skiantos non siano mai diventati particolarmente noti al grande pubblico, il loro contributo per la musica pop italiana successiva è innegabile: la creazione di quello che viene definito rock demenziale è stata una delle maggiori innovazioni all’interno della musica leggera, una novità assoluta che ha ispirato numerosi musicisti negli anni successivi. I più noti fra gli allievi degli Skiantos sono senza dubbio Elio e le Storie Tese, con cui hanno avuto l’occasione di suonare insieme e il cui stesso nome fa riferimento alle storie pese dell’inizio di Eptadone.

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Vittorio Comand

Sono nato a Palmanova, in provincia di Udine, il 25 febbraio 1995. Sono appassionato di musica fin da quando avevo sei anni e a tredici ho iniziato a suonare la batteria. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine decido di iscrivermi all'università di Padova, presso il dipartimento di Economia. Nel tempo libero guardo film e serie tv, cerco di completare la Settimana Enigmistica, leggo e strimpello la chitarra. Scrivo perché non c’è niente di meglio che parlare di ciò che si ama e questo piccolo spazio me ne dà la possibilità.