Salah faraone d’Europa: un 2018 (da Pallone) d’oro

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Con la doppietta – sia di gol che di assist – rifilata martedì scorso nella semifinale d’andata di Champions League contro la Roma, sua ex squadra, Mohamed Salah ha raggiunto quota 21 reti in 19 presenze nell’anno solare.
Nello spettacolo offensivo del Liverpool l’egiziano – supportato magistralmente da Manè e Firmino – ha raggiunto l’apice della sua spettacolare stagione, la prima nei Reds. Una prestazione così altisonante da essere definito da molti, tra cui il centrocampista dell’Inter Ivan Perisic, “da Pallone d’Oro” già da adesso e da Steven Gerrard, l’ultimo prima di Salah a essere così tanto amato dalla Kop, come “il giocatore più forte al mondo”.

L’attaccante, che ha contribuito a riportare il Liverpool in una semifinale di Coppa Campioni dopo dieci anni, sta effettivamente disputando una stagione strepitosa e per molti versi irripetibile a livello realizzativo per un giocatore del suo ruolo. Ha aiutato sicuramente lo stile di gioco ultra-offensivo e orientato al gegenpressing di Jürgen Klopp, che ha permesso anche al senegalese Manè e al brasiliano Firmino di realizzare la stagione (per ora) più bella della loro breve carriera. Facile – per chi ha amato la precedente creatura di Klopp, il Borussia Dortmund di cinque anni fa – paragonare il reparto offensivo del Merseyside alla devastante trinità Reus-Lewandowski-Götze.
L’ultimo giocatore prima di Salah a partecipare a quattro realizzazioni nella stessa semifinale di Champions fu proprio il cannoniere dei giallo-neri di Klopp, l’attaccante polacco ora al Bayern.

Una stagione senza togliere il piede dall’acceleratore

Svenduto nel giugno scorso dalla Roma del neo-arrivato ds Monchi (che doveva chiudere una plusvalenza in tempi brevi per rientrare nei ranghi del fair play finanziario imposto dalla UEFA) per 42 milioni, cioè la stessa valutazione di Patrik Shick, dopo neanche un anno Salah ha almeno triplicato il suo valore, anche a causa dell’inflazione dei cartellini dei giocatori negli ultimi anni.

Salah

Salah ai tempi della Roma, probabilmente dopo aver scoperto che sarebbe stato ceduto per comprare Shick.

Nessuno, di quelli che lo hanno visto giocare, dubitava delle qualità dell’egiziano: tra Roma e Fiorentina Salah realizzò 35 gol e 24 assist in 81 partite di Serie A. Nessuno (a Trigoria di certo) poteva però aspettarsi un’esplosione del genere: alla prima stagione effettiva (ha avuto una brevissima esperienza al Chelsea: fu uno dei tanti giocatori bruciati in quel periodo da Mourinho insieme a De Bruyne e Lukaku) in Premier League Salah si impone come il giocatore più forte del campionato; pochi giorni fa è stato premiato PFA Player of the Year nonostante il suo Liverpool sia arrivato molto dietro ai campioni del Manchester City.

Prima della partita di martedì scorso, il tecnico della Roma Eusebio di Francesco si augurava che i suoi giocatori “potessero limitare il gioco di Salah, conoscendolo molto bene”. Non è stato ovviamente così. L‘egiziano quest’anno sembra incontenibile e continua a macinare record su record: miglior marcatore del Liverpool in una singola stagione e in una competizione europea (insieme a Firmino), il giocatore a segnare più reti (al pari di Cristiano Ronaldo e Suarez, ma con ancora tre gare da giocare) nella Premier League a venti squadre, il calciatore a vincere più premi come Giocatore del Mese nella storia della Premier, l’africano a realizzare più reti in una singola stagione e addirittura il giocatore a segnare più gol di sinistro in una singola stagione di campionato inglese (ben 24).

A Liverpool Salah ha trovato l’ambiente migliore per esplodere definitivamente come fuoriclasse, e allo stesso tempo è diventato imprescindibile per gli uomini di Klopp che senza di lui l’anno scorso (ma con Coutinho) erano molto forti nel reparto offensivo, ma ben lontani da essere la macchina perfetta di quest’anno. Per capire l’importanza dell’egiziano nel gioco dei Reds basta guardare allo sbandamento generale della squadra dopo la sua sostituzione contro la Roma: nel quarto d’ora finale il Liverpool ha subito due reti e non è più riuscito a trovare la sua dimensione in campo dopo una partita letteralmente dominata.

Dal Nilo al Mersey: il Messi egiziano

Probabilmente la frase “Messi del paese X” è una delle diciture più abusate nel mondo del calcio; l’ex Udinese Torje era il Messi di Romania, Cengiz Under è il Messi turco, Konoplyanka il Messi ucraino, l’ex Genoa Fetfatzidis era addirittura il Messi greco (e ora, a 27 anni, gioca negli Emirati Arabi). Spesso – ma non necessariamente – sono tutti accomunati da uno stile molto simile a quello dell’argentino: brevilinei, mancini e tecnici.

Ai tempi del Basilea, Salah era uno come gli altri. Un giocatore proveniente da un paese povero calcisticamente, per il quale era già tanto avere un giocatore a certi livelli: non poteva che essere lui il Messi delle Piramidi.

L’anno scorso, Salah ha portato – quasi in solitaria – l’Egitto alla prima qualificazione ai Mondiali dopo 28 anni. E dopo questa stagione, è uscito dalla schiera di finti Messi e può tranquillamente ergersi a competere direttamente con la stella del Barcellona e dell’Argentina. Altro che Messi d’Egitto, Mohamed ha portato al suo paese la gloria e il prestigio di sentirsi anche solo per un attimo il centro del mondo: una cosa che non succedeva dai tempi di Ramesses II e Tutankhamon. Mohamed Salah è il nuovo faraone d’Egitto.

Salah

In un paese come l’Egitto la fede di Salah non può non essere un pregio.

In Egitto, ai tempi dell’adolescenza, Salah ha conosciuto quella che è ora sua moglie. Difficilmente troverete foto su Instagram o Twitter di Magi Sadiq, la ragazza che ha conosciuto nella scuola di Basion in Gharbia, a nord del Cairo. Ciò che li accomuna è la fede, entrambi sono musulmani praticanti e hanno voluto chiamare la figlia, nata nel 2014 a Londra ai tempi del Chelsea, Mekka in onore della Città Santa.

La beneficenza e l’amore verso il prossimo dell’attaccante del Liverpool sono una conseguenza della sua fede verso la parole del Corano, da molti considerato come libro che incita alla violenza. Con il suo modo di fare Salah spazza molti stereotipi occidentali sulla religione musulmana e sugli arabi in generale (ricordate le discussioni sull’esultanza di Benatia in Juventus-Roma, riprese persino da molti parlamentari?).
Dalla donazione di 500 mila sterline a un ospedale de Il Cairo per comprare attrezzature volte a curare i bambini egiziani vittime di cancro al midollo osseo fino all’aiuto a trovare un lavoro a un ladro che aveva provato a rapinare la sua casa in Egitto, sono tanti i motivi per cui Salah è letteralmente amato e glorificato – come un vero faraone – dai propri connazionali. E non sorprende leggere la notizia che abbia ricevuto un milione di voti alle scorse presidenziali, nonostante questa si sia poi rivelata una probabile bufala.
E non sorprende nemmeno che il “vincitore” delle elezioni pseudo-democratiche, il generale Al Sisi, celebri la figura di Salah dopo la devastante semifinale con la Roma: «Mi congratulo con il figlio d’Egitto per i suoi gol, che sottolineano le capacità degli egiziani in tutti i campi». Salah come collante tra dittatura e popolo egiziano, che lo voglia o no.

E quindi Salah può vincere il Pallone d’Oro?

Mai come quest’anno il monopolio Messi-Ronaldo – che perdura dal 2008, mai nessuno oltre Iniesta a essere nei primi due posti – del trofeo individuale più importante del mondo sembra potersi finalmente spezzare.
L’argentino e il portoghese, pur rimanendo due alieni del calcio, non stanno vivendo la miglior stagione della loro carriera: il primo pur vincendo il campionato, ha deluso in Champions League con due prestazioni molto opache contro la Roma, mentre il secondo ha iniziato la stagione molto male per poi riprendersi con l’inizio della fase a eliminazione diretta della Champions tornando ai suoi livelli contro PSG e Juventus.

In un’interessante analisi di BBC Sport, che confronta i numeri di Salah con quelli dei due fenomeni e Neymar, si può vedere l’egiziano è quello ad aver realizzato più gol (43) e ad avere il più alto indice di conversione di tiri in porta in goal (23,89) contro il 20,59 di Neymar e rispettivamente il 16,22 e il 14,81 di Ronaldo e Messi.
Considerando il fatto che Salah giochi, tra i quattro, nel campionato oggettivamente più difficile e in una squadra meno forte rispetto a Barcellona, Real Madrid e PSG risalta ancora di più i meriti dell’egiziano. E pensando che nessuno si sarebbe aspettato una stagione del genere da parte sua, il Pallone d’Oro sarebbe più che meritato.

Anche Wesley Sneijder nel 2010 e Franck Ribery nel 2013 avevano disputato stagioni fenomenali, ma non vinsero il premio di France Football (l’olandese non finì nemmeno nei primi 3). Nello stesso anno di Sneijder, Iniesta e Xavi trascinarono con le loro geometrie la Spagna verso il suo primo Mondiale, ma a vincere fu ancora una volta Leo Messi.

Appunto, il Mondiale. In un anno dispari, Salah sarebbe sicuramente il favorito per il titolo di miglior giocatore del mondo. O quantomeno, se lo giocherebbe nella ì finale di Kiev contro Cristiano Ronaldo.
Nell’anno dei Mondiali di Russia, la stagione e la Champions League possono però valere molto meno nelle decisioni degli esperti: è molto probabile che a vincere il Pallone d’Oro sia il giocatore migliore del Mondiali, o perlomeno un giocatore che lo disputi alla grande dopo un’ottima stagione. Se dovessero vincere Brasile o Argentina, Neymar e Messi potrebbero diventare di colpo i favoriti.

Salah

I due favoriti – prima del Mondiale, che può confermare o ribaltare la situazione – per il Pallone d’Oro.

Salah con il suo Egitto ha apparentemente poco da dire di fronte alle grandi nazionali. Eppure se risultasse decisivo nella qualificazione da un girone non proibitivo (con Russia, Uruguay e Arabia Saudita) e guidando da solo l’Egitto a essere una delle sorprese del torneo potrebbe farcela.
Insomma, mai come ora il Pallone d’Oro è sembrato essere in discussione e in bilico. Magari non sarà Salah a vincerlo, ma nulla potrà togliergli il titolo di fenomeno delle piramidi, che ha tornato a far sognare Anfield e inorgoglire un intero popolo.

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Andrea Braschayko

Ucraino cresciuto con l'accento napoletano, trapiantato a Bologna. Appassionato di calcio, economia, politica e di qualsiasi cosa possa creare una discussione.