Nonostante ci fosse caldo, dormivo ancora con la coperta. Avevo nove anni e non dovevo più alzarmi dal letto la mattina alle sei per andare a scuola. Ma quel giorno, il 23 agosto, io e mia madre ci siamo svegliati all’alba: sotto i nostri nasi aveva iniziato a galleggiare un odore che mi sembrava come quello delle foglie morte che calpestavo in autunno nel cortile sotto casa. Dopo qualche minuto, ho visto la gonnella nera a fiorellini bianchi di mia madre che girava per le stanze. Così, sconsolato, mi sono alzato anche io. Mentre mamma controllava nel frigorifero se qualche cibo fosse andato a male, io ho aperto subito la finestra della cucina e ho lanciato un urletto. «Cu c’è, cu c’è?» ha bisbigliato frettolosamente mia madre alle mie spalle. Poi è venuta da me, che ero ancora immobile davanti alla finestra con le mani sugli infissi. «Maronnuzza mia!» ha gridato, alzando in alto le braccia. In effetti, quello che avevamo davanti non era certo una cosa che ci si aspetta di vedere, fuori dalla televisione almeno (e io ne guardavo tanta). Un pollo senza testa era appeso alla nostra finestra: era viscido, illuminato dalle prime luci del sole e puzzava da morire. Alle grida di mamma erano accorsi il vicino di casa, due signore del secondo piano e la dirimpettaia che aveva aperto la finestra e si era messa una mano sulla bocca senza dire nulla. Il nostro vicino, Giovanni, era entrato con la chiave che gli avevamo consegnato per le emergenze e aveva lasciato la porta aperta, cosicché la gente entrava e la voce si spargeva nel palazzo di via Garibaldi 18 B.

Dunque c’erano Giovanni, che a vedere lo spettacolo era diventato di un colore tra la tovaglia gialla a fiori e le scarpe di Maria, quella del secondo piano, che le indossava sempre bianche col mezzo tacco (un tocco di eleganza, così lo chiamava lei); Maria, appunto, che era subito accorsa con il suo stacchettìo, aveva già fatto la sua supposizione senza nemmeno aver visto il pollo per intero: «La morte è venuta a trovarci oggi». Così, eravamo rimasti tutti zitti, in attesa che si avverasse il presagio. Nel mentre, Veronica, la dirimpettaia, si era mossa e ci aveva raggiunti nella nostra riunione condominiale fuori programma. Il pollo stava ancora lì e si muoveva piano per il vento, su e giù, sinistra destra, senza pudore e tutto spennato.

Veronica portava i bigodini e la vestaglia estiva e cercava di passare nella prima fila per vedere da vicino l’insolito spettacolo. Appena visto il pollo, sempre accompagnato dall’aura dei raggi del sole come un’illuminazione, è svenuta. E di nuovo si gridava, si chiamava la Madonna e qualche altro santo, finché non è apparso Don Luigino, detto Fufù, che non era un vero prete ma lui si faceva chiamare così, e le ha alzato le gambe. Sulla vicenda non ha detto niente, è rimasto zitto, anche se ogni tanto cercava di sbirciare.

Per ultima è arrivata Giorgina, la vedova, anche se il marito era morto da talmente tanto tempo che la chiamavano tutti zitella, ma lei non lo sapeva. Giorgina era molto bassa, cosicché si è dovuta mettere prima sulle punte e poi si è arrampicata su di uno sgabello e ha guardato la scena perplessa, mentre diceva a mezza bocca: «Alberto?». Insomma, sembravamo tutti un po’ ammattiti alla vista di quel pollo, che continuava a dare spettacolo sotto la luce del mattino. Poi è arrivato l’ex poliziotto del quarto piano, Rosario, gridando «Che succede qui?» e noi ci siamo tutti risvegliati dai nostri pensieri e abbiamo distolto lo sguardo dal pollo. «Andiamo, sgomberare l’area!» ha detto Rosario. Alcuni hanno riguardato la finestra, altri sono scappati spinti dall’autorità di Rosario e dei suoi baffoni neri. Poi siamo rimasti io, mamma e lui che ci ha augurato caldamente «Buon pranzo» guardando il pollo e ha chiuso la porta.

Non avevamo il coraggio di toglierlo dalla finestra e silenziosamente ci chiedevamo come fosse finito lì, chi avrebbe potuto metterlo. «Polluzzo, polluzzo, se potessi rispondere alle nostre domande!», dicevo. Ma niente, quello non aveva manco le orecchie per sentire, figuriamoci. Così ho aiutato mamma a togliere l’animale, che iniziava a diventare dorato sotto il sole, e ho preso il mio taccuino. Chiunque l’avesse appeso lì doveva aver agito di notte, doveva avere una scala, non troppo lunga visto che eravamo al primo piano, e doveva avere un motivo per farlo. E siccome Rosario non avrebbe sicuramente indagato perché era in pensione ormai, volevo iniziare a farlo io. «Mà, qualcuno ci odia?» le ho chiesto. Come risposta, mi ha tirato un ceffone dicendomi «Mimmuzzo, tua madre santa è». Me ne sono andato allora un po’ sconsolato a cercare qualche notizia, nel nostro palazzo di via Garibaldi 18 B.


Un insolito spettacolo – seconda parte.

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Sono nata a Sassari il 16 aprile del 1995. Scrivo da quando avevo sei anni, non ho mai smesso. Sono innamorata di qualsiasi forma d'arte, ma più di tutte della letteratura. Mi piace, nelle mie storie, diventare persone che non sono, visitare luoghi mai visti, trasmettere sensazioni e dare forma alle emozioni che sento. Sono laureata in Economia e Management e mi piacerebbe, un giorno, diventare una scrittrice professionista.