Yemen. La battaglia per Hodeida

Hodeida, che sei anni fa contava circa mezzo milione di abitanti, è la quarta città più popolata dello Yemen. Situata sulle rive orientali del Mar Rosso, non lontana dallo stretto di Bab al Mandab, tra il XVI e il XVII secolo fu un importante centro di scambio per quanto concerne il caffè e le perle, con una zona portuale corredata da un mercato ittico che ancora oggi attrae numerosi pescatori di squali della zona circostante. Alle spalle della città si trovano gli altipiani centrali dello Yemen, che vengono riforniti di cibo anche grazie al porto di Hodeida, che ricopre un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento dell’intero paese.

Nel contesto strategico della guerra civile yemenita il porto di Hodeida si è trovato praticamente sempre in mano alle forze dei ribelli sciiti Houthi, sostenute dall’Iran e dalla Russia. Teheran e Mosca hanno spesso utilizzato l’approdo per far convergere armi e materiali all’interno del paese e laddove queste servissero maggiormente agli Houthi, quindi un’eventuale caduta del porto rappresenterebbe il blocco di un’importante linea di rifornimento non solo per le armi ma anche per il cibo, decretando così l’apertura di una nuova crisi umanitaria, l’ennesima negli ultimi sei anni. L’approssimarsi delle forze della coalizione araba che sta sostenendo l’altra parte in gioco nel conflitto, ovvero le fazioni alleate con il presidente Hadi, ha suscitato notevoli preoccupazioni nell’intera comunità internazionale: il segretario di stato Pompeo e quello della difesa Mattis hanno offerto supporto a patto che il porto venisse in qualche modo risparmiato.

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Barche di pescatori al porto di Al Hodeidah. Foto: BBC.

L’intervento occidentale in Yemen è avvenuto a vario titolo ma, fatta eccezione per alcuni casi, mai con gli scarponi dei rispettivi soldati sul terreno. Tra le eccezioni figura la recente attività di sminamento dei francesi, condotta con l’ausilio delle forze speciali nei pressi del porto di Hodeida, per spianare la strada ai soldati della coalizione. I paesi occidentali sono stati criticati dai commentatori più vicini alle tematiche dei diritti internazionali per la loro presenza indiretta nel conflitto, concretizzata attraverso la vendita di armi alle potenze della coalizione araba. Nel novero dei paesi criticati è presente anche l’Italia a causa della vendita stipulata dal precedente governo di bombe Mark 80, adatte al lancio dagli aerei.

L’offensiva della coalizione è volta a tagliare una volta per tutte il principale canale di rifornimento degli Houthi: senza questo le loro postazioni sugli altipiani centrali del paese rimarrebbero isolate. Arabia Saudita ed Emirati sono le principali potenze coinvolte nella coalizione: la prima con un piano di lungo periodo che la dovrebbe far diventare egemone del Medio Oriente (e contrastata in questo dall’Iran), l’ultima con un esercito più forte di quanto le dimensioni (relativamente ridotte) del paese possano indicare, tanto da aver ricevuto il nomignolo di “Sparta del Medio Oriente”. Abu Dhabi ha come obiettivo di lungo termine il controllo degli stretti (sia quello di Hormuz che quello di Bab al Mandab) e la costituzione di un fronte comune con Riyad.

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Ribelli Houthi reduci dalla conquista del palazzo presidenziale nel 2015. Foto: AP Photo.

Le Nazioni Unite, dal canto proprio, hanno tentato una politica di compromesso finalizzata al controllo del porto da parte dei caschi blu, con la possibilità di tenerlo aperto controllando le merci in entrata. Il Palazzo di Vetro ha cercato di fare leva sul senso di responsabilità riportando i numeri della possibile catastrofe umanitaria, con 250.000 persone in pericolo di vita in caso di assedio navale del porto. La replica degli Houthi si è concentrata sul negare le accuse di aver usato il porto per fare entrare armi nel paese e sul rifiuto categorico della soluzione proposta dall’ONU.

L’offensiva si è quindi aperta il 13 giugno, con oltre trenta bombardamenti aerei condotti dall’aviazione emiratina. A terra, nel frattempo, l’esercito di Dubai si è mosso partendo dalla propria base a Gibuti in direzione dell’aeroporto della città, situato a sud. Gli Houthi annunciarono di aver colpito una nave araba con due missili, ma tale circostanza non è stata riferita da altre fonti. Nei giorni successivi nuovi attacchi condotti da forze combinate emiratine e sudanesi si sono concentrati sia sull’aeroporto che su altri punti nelle difese a sud della città, che l’esercito lealista yemenita ha asserito di aver sfondato in alcuni punti già il 14 giugno.

Il 15 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di avere 10 navi e 3 aerei pieni di generi alimentari pronti per partire: tale mossa da un lato serviva a tranquillizzare i timori della comunità internazionale rispetto ad una possibile mancanza di cibo nella città, mentre dall’altro lato serviva a fomentare eventuali ribellioni contro gli attuali controllori della città. Il 16 la coalizione annunciò di essere entrata in possesso dell’aeroporto e di aver iniziato le operazioni di sminamento: nelle ore successive è arrivata la smentita da parte dell’ufficio stampa degli Houthi che asseriva di essere nuovamente in controllo dello scalo e che i soldati della coalizione si erano attestati sulla costa. L’aeroporto al momento è al centro di una feroce battaglia, ma le forze della coalizione sembrano in vantaggio considerando il servizio di Sky Arabic andato in onda il giorno seguente che riprendeva senza disturbo lo stato delle immediate vicinanze dell’aeroporto.

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Membri irregolari delle forze lealiste yemenite. Foto: Reuters.

La battaglia per l’aeroporto prosegue tutt’oggi e la popolazione inizia a subire le prime, pesantissime conseguenze: le condutture sotterranee di elettricità e acqua sono state danneggiate in più punti a causa dell’attività di costruzione delle trincee difensive, con blackout sempre più frequenti nella zona meridionale della città. La caduta dell’aeroporto è questione di tempo, considerando la pressione che gli emiratini stanno portando sull’obiettivo, e dopo quello le forze della coalizione si troveranno di fronte i primi sobborghi meridionali della città. Dalle informazioni d’intelligence raccolte dagli UAV della coalizione, gli Houthi hanno dislocato le unità corazzate in mezzo alle case per non presentare bersagli troppo puliti per i bombardieri avversari, con la certezza di morti civili in caso di attacco.

In caso di assedio ad Hodeida sembra che le operazioni si potrebbero protrarre per davvero molto tempo, specie considerando come gli Houthi sono riusciti a trincerarsi all’interno della città. A quel punto potremmo nuovamente assistere a scenari simili a quelli delle enclave siriane, con la popolazione sempre più provata dall’assedio e dal conflitto che andrà a svilupparsi. Le prime avvisaglie si stanno manifestando in questi giorni, con la rivolta nel carcere della città che è stata sedata solo dopo un aspro combattimento. Nel lungo periodo certamente i ribelli sciiti non hanno praticamente possibilità di prevalere, considerando le ingenti forze della coalizione, ma queste ultime andranno incontro ad un notevole logoramento, specie considerando che gli ultimi esempi di assedio di una città in conflitti simili (Libia e Siria) si sono risolti allo stesso modo, ovvero con assedi protratti per mesi (in alcuni casi perfino anni), naturalmente tutti con grande sofferenza degli abitanti.

Un’eventuale vittoria conseguita in tempi rapidi scardinerebbe l’intero impianto tattico degli Houthi, che a quel punto si troverebbero de facto chiusi in una sacca. Tale ipotesi, tuttavia, si allontana esaminando le forze in campo e i metodi di svolgimento di assedi simili in contesti simili. Dal lato della coalizione la speranza risiede nei 1500 soldati emiratini, desiderosi di tener fede alla fama di “spartani del golfo”. Dall’altro lato gli Houthi contano di reggere abbastanza a lungo da arrivare almeno ad un accordo. In entrambi gli scenari entrambe le fazioni contendenti sono pronte per un assedio di lunga durata, ma la popolazione lo è un po’ meno.

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