L’avanzata dei nazionalismi, la crisi dei migranti, le diseguaglianze tra paesi e il problema libico. Queste sono tra le questioni più spinose davanti ai leader europei in un’estate 2018 che si preannuncia cruciale per il futuro dell’Unione Europea. L’euroscetticismo continua a guidare l’azione di alcuni tra i più importanti governi europei e trovare una linea comune in qualsiasi ambito diventa sempre più difficile. Mentre in questi giorni a Bruxelles si susseguivano vertici per mettere freno all’emergenza migratoria delle ultime settimane, in Europa si è tornati a parlare anche di difesa comune. Su proposta del presidente francese Emmanuel Macron, lo scorso 25 giugno i leader di nove paesi europei hanno firmato una lettera d’intenti da presentare al Consiglio dell’Unione europea per gli Affari esteri. L’obiettivo della nuova proposta è la creazione di una strategia e di una forza comune in grado di rispondere alle crisi internazionali che mettono a rischio anche la sicurezza del nostro continente.

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La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Foto: elpais.com

Il tema della difesa comune

La politica estera e la difesa sono sempre state il simbolo della sovranità nazionale, per cui non sono mai rientrate tra le competenze dell’Unione Europea. Gli stati membri, non disposti in alcun modo a cedere il potere in tali ambiti, hanno preferito mantenere un approccio intergovernativo, rimettendo ogni decisione in mano ai governi nazionali. I paesi del continente europeo, dopo essere stati teatro dei due conflitti mondiali nel secolo scorso, durante la guerra fredda si sono rifugiati sotto l’ala protettiva delle due super potenze, chi ad est e chi ad ovest. Anche dopo la fine dell’assetto bipolare, la Nato, guidata e finanziata principalmente dagli Stati Uniti, ha permesso all’Unione Europea di tralasciare il tema della difesa. Si è dunque dato maggior spazio all’integrazione economica e culturale, promuovendo l’UE come gigante economico e sociale piuttosto che come potenza militare.

Inoltre, le difficoltà nel trovare una strategia unitaria in fatto di azione esterna hanno contribuito a lasciare in sospeso la materia. Infatti, le politiche estere e le tradizioni culturali degli Stati Membri dell’Unione sono variegate e inconciliabili tra loro per rendere possibile il raggiungimento di un accordo. Nonostante la maggior parte dei 28 Stati dell’UE sia anche parte della Nato, negli ultimi anni l’allargamento a est ha fatto sì che crescesse la presenza e l’influenza di stati ex sovietici. Inoltre, all’interno dell’Unione ci sono due delle cinque potenze nucleari contemplate nel Trattato di non proliferazione nucleare (Francia e Regno Unito) ma, allo stesso tempo, ci sono anche degli Stati con lo status di neutralità (Svezia e Austria). Conciliare status e tradizioni di politica estera così diversi sembrava talmente impossibile da spingere i leader europei a concentrare l’integrazione in altri campi, rifugiandosi sotto l’ala di potenze maggiori in materia di difesa e sicurezza.

Negli ultimi anni la situazione internazionale è però diventata sempre più complessa e instabile: i conflitti etnici in corso in Medio Oriente, i flussi migratori provenienti dall’Africa, la minaccia nucleare da parte di paesi piccoli ma poco controllabili come la Corea del Nord, e lo spostamento degli interessi geopolitici ed economici dall’Europa all’Asia hanno reso necessaria una risposta concreta da parte dei paesi europei alle diverse questioni. Con la politica isolazionista portata avanti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli Stati europei si sono dunque visti costretti a portare di nuovo sul tavolo dei negoziati il tema del raggiungimento di una politica estera comune e autonoma.

La PESCo

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I leader europei dopo il raggiungimento dell’accordo sulla PESCo, novembre 2017. Fonte: www.difesa.it

Un importante passo in avanti è stato fatto nel 2017 con l’ufficializzazione della PESCo, la Cooperazione Strutturata Permanente sulla difesa, già prevista dal Trattato di Lisbona del 2009 ma mai messa in atto. La presenza del Regno Unito al tavolo dei negoziati aveva sempre reso difficile il raggiungimento di qualsiasi accordo in campi diversi da quello economico. Per cui, è stata proprio la Brexit a dare una spinta in avanti alla creazione della PESCo a cui hanno poi aderito 25 Stati Membri (esclusi Danimarca e Malta). I più euro-ottimisti l’avevano festeggiata come un grande punto di partenza da cui sviluppare una politica estera comune, ma la Cooperazione rafforzata è senza dubbio un progetto in fase embrionale pieno di contraddizioni e difficoltà. I 25 paesi aderenti si sono detti pronti a collaborare in tre ambiti: gli investimenti nella difesa, lo sviluppo di nuove tecnologie e capacità e l’intervento militare congiunto in determinate situazioni di crisi. L’effettivo funzionamento della cooperazione è però messo a rischio dall’ampia partecipazione e dall’approccio intergovernativo che difficilmente permetterà a Stati con politiche estere completamente diverse di raggiungere posizioni comuni su questioni rilevanti.

La nuova proposta

Dunque, per dare una spinta ulteriore al progetto di difesa europea, la ministra della difesa francese Florence Parly alcune settimane fa aveva dichiarato su Le Figaro che: «La Difesa europea necessita di una strategia comune. I tempi di decisione nell’Unione sono ancora troppo lunghi in confronto all’urgenza che può derivare da una situazione critica in un paese considerato importante per la nostra sicurezza». La necessità di un’iniziativa congiunta in grado di dare maggiore efficacia e operatività alle azioni europee è quindi divenuta chiara e la soluzione potrebbe trovarsi proprio nella lettera d’intenti firmata lo scorso 25 giugno a Lussemburgo. L’European Intervention Initiative (EI2), così è stata denominata l’iniziativa, avrà l’obiettivo principale di elaborare delle strategie comuni di risposta agli scenari di crisi che potrebbero minacciare la sicurezza europea e quindi la creazione di una forza operativa in grado di rispondere tempestivamente sul campo. I meccanismi decisionali saranno comunque regolati da un approccio intergovernativo: il potere rimarrà nelle mani dei singoli governi nazionali. Il progetto prevede però maggiore condivisione da parte degli Stati firmatari a partire dall’ambito politico con la pianificazione di strategie comune, all’aumento degli scambi tra le intelligence e tra gli eserciti.

La partecipazione all’EI2 è completamente flessibile e volontaria. Ogni paese, anche dopo aver aderito all’iniziativa, può decidere di abbandonarla in qualsiasi momento e di valutare, caso per caso, a quale operazione prendere parte. Ogni nazione aderisce alla singola azione secondo i propri mezzi e i propri bisogni strategici. Per il momento, i paesi firmatari sono nove: Francia, che ha fortemente voluto l’iniziativa, Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo, Estonia, Danimarca e Regno Unito post Brexit. Emmanuel Macron, sulle orme del vecchio progetto francese di difesa, si è posto l’obiettivo di costruire entro il 2024 un continente «sovrano, strategico e autonomo», indipendente dalla Nato e dagli Stati Uniti e sotto la guida di Parigi. La ministra della difesa francese ha inoltre chiarito che l’iniziativa «permetterà ovviamente l’associazione anche di altre forze extra Ue», ed è questo il caso della Gran Bretagna. Il Regno Unito, che all’interno dei meccanismi istituzionali dell’Unione aveva sempre ostacolato i tentativi di maggiore integrazione nel campo della difesa, dopo la Brexit si è fatta promotrice dell’EI2 nel tentativo di restare legata all’Europa.

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Elisabetta Trenta, ministra della difesa italiana. Fonte: ilSole24ore.com

Grande assente, come Stato fondatore e tra più importanti, è sicuramente l’Italia. Inizialmente il nostro paese avrebbe dovuto far parte del progetto, ma il nuovo governo Lega-M5S, dopo i dissapori delle ultime settimane con Parigi, ha deciso di non firmare la lettera d’intenti. La ministra della difesa Elisabetta Trenta ha mostrato scetticismo sulla proposta affermando che essa potrebbe costituire un duplicato o addirittura un ostacolo per le organizzazioni e le iniziative già presenti, la Nato e la PESCo. In effetti, la proposta ha diverse ambiguità, essendo completamente fuori dai meccanismi istituzionali esistenti. I leader dei paesi firmatari e l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Federica Mogherini, hanno però ribadito più volte che l’EI2 ha l’obiettivo di contribuire alle azioni della Nato e della PESCo e non ostacolarle in alcun modo.

La nuova iniziativa, proprio perché slegata da ogni obbligo istituzionale e grazie alla bassa partecipazione, potrebbe essere la vera occasione per creare una strategia estera comune e accelerare i tempi di reazione europei alle situazioni di crisi.  La decisione italiana di restarne fuori non permetterà al nostro paese di sedere, anche se in posizioni critiche, al tavolo delle decisioni. Continuando sulla linea della non partecipazione, il governo italiano, non avendo abbastanza rilevanza internazionale da poter agire indipendentemente dagli altri stati europei, si troverà a dover collaborare con essi restando però fuori dai processi decisionali.

Gli stati del Vecchio Continente, compresa la Francia nazionalista, si stanno pian piano rendendo conto che “non si può fare da soli” e che, tantomeno, non si può più contare sulla protezione degli Stati Uniti tramite l’Alleanza Atlantica. In un contesto mondiale instabile in cui si susseguono crisi interne e internazionali che mettono a rischio la sicurezza dell’Europa, i paesi europei si vedono costretti ad unire le forze per rispondere ad un’unica voce agli scenari di crisi. Gli interessi economici e geopolitici si stanno spostando dall’Atlantico al Pacifico e il Vecchio continente sta perdendo pian piano la sua rilevanza nel contesto mondiale. Bisogna che l’Unione Europea dia una risposta chiara alle questioni internazionali, non abbandonando la sua roccaforte di “potenza economico-culturale”, ma rafforzandola con capacità strategiche e militari.