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La fotografia di Luigi Ghirri per inquadrare un mondo ordinario

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Maria Letizia Camparsi

Luigi Ghirri non immortalava panorami mozzafiato, eppure è diventato uno dei fotografi più importanti d’Italia. Ritraeva le cose a cui nessuno bada, le strade che percorreva per andare al lavoro, ciò che aveva in casa. Il suo obiettivo era nobilitare la quotidianità, sottrarla agli schemi, «ai giudizi sbrigativi di chi non guarda mai niente». La fotografia per lui non era lo specchio del mondo, bensì una finestra sul mondo.

Luigi Ghirri nel 1984.

Un impiegato con un sogno

Nasce nel 1943 a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, e muore a soli 49 anni. Fino ai diciotto anni abita in campagna, poi si trasferisce in città, a Modena. Diplomato come geometra, comincia un lavoro che non gli piace affatto, in una società immobiliare. E passa più tempo chiuso in bagno con i libri che alla sua postazione: «Ghirri, venga fuori, lo sappiamo che sta leggendo!». Poi un giorno prende coraggio e decide di lasciare quel lavoro per tuffarsi nel mondo della fotografia: nel 1972 apre uno studio grafico, mentre nel 1977 fonda una casa editrice per pubblicare libri fotografici, tra cui il suo primo, Kodachrome.

È un pioniere della fotografia a colori e negli anni Settanta crea una serie di fotografie senza precedenti in Europa. Queste evocano vari temi della visione, come l’immagine naturale e quella artificiale o l’ambiguità del paesaggio contemporaneo. Così sulla base di committenze pubbliche e private, reinterpreta l’architettura e indaga i paesaggi italiani, organizzando diversi progetti e mostre collettive, come il Viaggio in Italia, organizzata a Bari nel 1984 insieme a Gianni Leone ed Enzo Velati, ed Esplorazioni sulla via Emilia.

L. Ghirri, Bagno San Vito, Statale per Ostiglia, 1988.

La fotografia secondo Ghirri

Ghirri lavora in modo diverso dai suoi contemporanei. Si cala in profonde riflessioni teoriche sul senso, l’uso e le funzioni della fotografia. Parla d’un modo di abitare il mondo diverso da quello urbano. Ha una sua personale visione del mondo: associa la fretta e la disattenzione al mondo urbano, mentre la precisione presente nelle sue foto è da ricollegare alla sua “anima di campagna”. «Ritagli di cieli, oleografie casalinghe, altri oggetti senza importanza – scrive l’amico e scrittore Gianni Celati –, ma in quelle foto spuntava un modo di guardare che era, per noi e per molti, una rivelazione».

Per lui, la cosa più importante in uno scatto è quello che rimane fuori; la fotografia, dunque, non è una rappresentazione del mondo, né una copia del visibile. È un mezzo per immaginare ciò che è fuori, che resta fuori dai margini della foto, ma soprattutto gli schemi percettivi, che rimangono per lo più inconsci, inconsapevoli. Per cui potremmo considerare ogni fotografia come il repertorio d’un inconscio esterno, uno strumento per stabilire un rapporto tra quello che si vede e quello che non si vede.

L. Ghirri, Valli Grandi Veronesi, 1989.

Valorizzare le banalità

Le foto di Ghirri sfatano il luogo comune secondo cui il mondo si dividerebbe in aspetti interessanti e banali, in posti belli e brutti. Attraverso i suoi scatti tutto diventa interessante, invita lo sguardo a fermarsi, a esplorare l’«ovvietà quotidiana». Così ci sarebbero degli alfabeti visivi già interiorizzati, diventati parte delle nostre abitudini, e si tratterebbe dunque solo di usarli, non di inventarli. È un’impostazione mentale che si utilizza inconsciamente nel guardare, nell’arredare gli spazi. Quello che Ghirri realizza nelle sue fotografie dunque non è una trasgressione o un superamento di codici artistici, bensì una rielaborazione delle abitudini ambientali, degli schemi di un ordine spaziale, e della percezione umana.

L. Ghirri, Roncocesi, La casa di Luigi Ghirri, 1991.

Fotografare lo spazio

Ghirri scrive che fotografare i luoghi ci rende consapevoli di trovarci sempre al confine tra conosciuto e ignoto. «Tra memorie visive antiche e familiari e qualcosa di nuovo e spaesante». Fotografare significa essere sorpresi da qualsiasi cosa, «trovare quell’emozione che ti fa immaginare la vastità dello spazio, anche nelle cose più quotidiane». Non si inseguono sensazionalismi o tecnicismi esasperati. Le sue fotografie insegnano che il mondo prende forma perché qualcuno lo osserva, quando qualcuno desidera contemplare e non invaderlo.

Le campagne rappresentano per lui uno spazio particolare, dove tutto è sospeso tra passato e futuro, e dove la visione del mondo può ancora provocare stupore. Sono l’ultimo luogo dove si possono avere delle visioni, dove si può immaginare l’immensità dello spazio, attraverso l’orizzonte. Negli ultimi tempi Ghirri pensa al suo lavoro in analogia con qualcosa che tende verso l’invisibile, come la poesia o la musica; dice di voler fotografare «il respiro della terra». Così le ultime foto si presentano al limite del possibile fotografico: forme che si intravedono appena nella nebbia, vecchie case che sembrano fantasmi.

L. Ghirri, Comacchio, Argine Agosta, 1989.

Il tema della soglia

La soglia, elemento fisico e metaforico, costituisce per Ghirri un punto di equilibrio tra il mondo interno e il mondo esterno e, in fotografia, coincide con l’inquadratura. Esistono spazi in cui il nostro sguardo viene guidato da elementi del paesaggio, naturali o antropici. In questo caso si parla di inquadratura naturale, creata anche da oggetti semplici, come un cancello. Di quest’ultimo, ad esempio, le due colonne portanti si configurano come dei confini entro cui lo spazio si rappresenta e guidano il nostro sguardo in determinate direzioni. E non sono molto diverse dal mirino della macchina fotografica. «Sono la soglia di qualcosa, la soglia per andare verso qualcosa».

Nella seconda metà degli anni Ottanta, il fotografo realizza una serie di immagini di interni ed esterni di case; in particolare, gli piace ritrarre l’ingresso dei poderi emiliani. In questi, circondati da cipressi e chiusi da un cancello con due colonne, Ghirri ritrova delle simmetrie ripetitive, e tutto esibito in superficie, senza fughe prospettiche. Le sue foto hanno un’insolita attenzione per le pratiche di abbellimento, per la cura di uno spazio quotidiano, che si può notare nell’ordine delle linee e dei colori. Insomma, una cura estrema degli equilibri spaziali, che può sembrare stucchevole, ma è un ordine di abitudini ambientale non cosciente.

L. Ghirri, Formigine, Modena, 1985.

Inquadratura naturale

Nella realtà esistono tanti «mirini», tante finestre già delineate. Possono essere un televisore, una porta spalancata, un arco di trionfo in mezzo a una pianura. Non si tratta di quinte sceniche, ma di un percorso che ordina lo sguardo in una certa direzione. La macchina fotografica, semplicemente, dovrebbe essere una sottolineatura di queste indicazioni già presenti. È però necessario non limitarsi alla semplice riproduzione della soglia, ma farla diventare un mezzo di accesso alla visione del mondo esterno. E questo deve emergere in due direzioni: attraverso la scelta dell’inquadratura fotografica e attraverso la scelta dei luoghi da riprendere, ricordando che «la fotografia è essenzialmente un dispositivo di selezione e attivazione del campo di attenzione». Un supporto per tende da spiaggia, ad esempio, senza tenda diventa la cornice perfetto di un quadro come di una fotografia, che non mostra niente di straordinario, solo un aspetto della realtà.

L. Ghirri, Marina di Ravenna, 1986.

Il fotografo emiliano è riuscito nella parte più difficile della propria professione: rendere speciali i luoghi banalizzati dalla quotidianità; ha ridato loro la dignità dell’essere. Dunque non sono solo dei particolari elementi naturali o architettonici a rendere interessante un luogo, ma anche delle simmetrie, dei richiami di linee e colori che possiamo individuare negli spazi di tutti i giorni.

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Maria Letizia Camparsi

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