«È la fine dell’ancien régime», declama solennemente Luigi Di Maio. Il vicepremier, spalleggiato dal ministro Danilo Toninelli, intende sferrare un colpo tanto simbolico quanto – all’apparenza – remunerativo agli eterni rivali della casta. Questi ultimi, dal 4 marzo ritiratisi in un fortino sotto costante assedio delle forze del popolo onesto, saranno colpiti in ciò che più li tocca dopo il parassitismo vitaliziale. A detta dei due ministri, perlomeno. Si tratta dell’aereo di Stato Airbus A340-500, soprannominato dai detrattori “Air Force Renzi”.

L’aereo di linea, il cui utilizzo di rappresentanza si ispira a quello dell’Air Force One dei presidenti statunitensi, è stato ottenuto in leasing parallelamente alla trattativa Alitalia-Etihad. Il costo del contratto, per le casse italiane, si attesta sugli 81 milioni di dollari americani (70 milioni di euro al cambio) per il solo leasing, più altri 74 milioni per le varie spese correlate.

Una costosa decisione della vecchia politica e perciò una metaforica statua di Lenin da abbattere. Di Maio, mostrando padronanza di un invidiabile linguaggio tecnico, ha constatato che «l’abbiamo pagato un botto». Lui e Toninelli hanno quindi tuonato l’addio a “l’Air Force Renzi”, da loro ritenuto folle spreco di soldi pubblici e simbolo dell’ego esagerato dell’ex segretario PD. Il quale, in realtà, su quell’aereo non ha mai messo piede. I due grillini sono certi che rescindere il leasing dell’Airbus garantirà un immenso risparmio alle tasche dei cittadini, ma la realtà dei fatti li smentisce. Il contratto stipulato con Etihad prevede infatti una clausola rescissoria, la cui entità equivale all’intero importo dovuto.

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L'”Air Force Renzi” alla Base dell’Aeronautica Militare Spagnola di Madrid Torrejon, 27 gennaio 2017. Foto: Ruben Galindo/Jet Photos.

L'”Air Force Renzi” e i suoi costi

È pur vero che l’accordo con Etihad, di per sé, non sia stato un grande affare. Il velivolo in questione, un Airbus A340-500, non è un gioiello dell’aeronautica civile. Progettato per voli di linea intercontinentali per quanto riguarda la capienza e la capacità di carburante, è stato soppiantato in pochi anni dal più leggero ed efficiente Boeing 777. L’A340-500 è ormai fuori produzione e fuori mercato: nel mondo ne circolano una decina di esemplari, l’ultimo dei quali è stato venduto nel 2015 per 27 milioni di dollari.

Insomma: può non essere stata una grande idea quella di dotarsi di un aereo obsoleto, a un costo tre volte superiore all’ultimo valore di mercato conosciuto, e per di più in leasing. Va tuttavia considerato il contesto in cui tale trattativa ha avuto luogo, quello dell’eterno dramma di Alitalia e della ricerca di un investitore che si facesse carico di risollevare la nostra compagnia di bandiera. Tre anni fa, con Matteo Renzi al governo e Luca Cordero di Montezemolo alla guida del gruppo, l’immaginifica figura di salvezza era cercata proprio in Etihad.

Il leasing dell’Airbus si situa in un accordo più ampio, tra il Segretariato generale della Difesa e la compagnia degli Emirati Arabi Uniti. Si sarebbe dovuto trattare di un dettaglio minore, trascurabile, rispetto al quale si sarebbe potuto mietere il buon raccolto della resurrezione di Alitalia per mano estera. Le cose, come sappiamo, andarono diversamente: Etihad raccolse i benefici, ringraziò, e in ultimo luogo si dileguò. L'”Air Force Renzi”, tra gli altri accordi ormai presi, rimase.

Il Fatto Quotidiano ha affermato, nella sua edizione online del 4 luglio scorso, di aver potuto consultare il contratto stipulato con Etihad e i diversi costi di gestione dell’Airbus. Da qui la cifra di 81 milioni e 312 mila dollari, pari a 70 milioni di euro, divisi in rate fino al 2024 dopo un primo acconto da 25 milioni di euro.

Per arrivare ai 144 milioni che provocano oggi l’indignazione pentastellata, a questi vanno aggiunte altre spese per i vari costi di gestione. Si tratta, specificamente, di circa 31 milioni per i costi di manutenzione e CAMO (il continuo ammodernamento dei velivoli per far fronte alle normative vigenti), oltre a un addestramento dei piloti stimato in 4 milioni di euro e 12 milioni per il ricovero in un apposito hangar a Fiumicino. 20 milioni sono inoltre di appalto, già assegnato ma non ancora partito, per ulteriore adattamento istituzionale dell’aereo, che prevede una sala riunioni e la costruzione di camere e docce.

Ne vale la pena? Nonostante l’idea dell’aereo sia quella di costituire motivo di orgoglio per le visite istituzionali con Paesi esteri e imprese, è evidente che si sarebbe potuto fare meglio. Secondo il generale Leonardo Tricarico, intervistato a riguardo da Formiche, basterebbe l’adeguamento di uno dei «[…] quattro velivoli Boeing 767 attualmente adibiti a rifornimento in volo per l’Aeronautica militare […] non ci sarebbe da prendere alcunché in affitto, ci sarebbero già gli equipaggi pronti, e il velivolo solo da adattare con dei kit per le esigenze particolari del trasporto di Stato».

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Leonardo Tricarico, generale, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, e tra i comandanti NATO durante l’intervento militare in Kosovo. Foto: ANSA.

La goffa reazione a un improbabile simbolo

Rebus sic stantibus, è lecito farsi un’ulteriore domanda: un aereo di Stato, che funga da rappresentanza per i personaggi eccellenti del Paese, vale quel denaro o si tratta effettivamente di uno spreco? A voler guardare l’originale, l’Air Force One statunitense, si propende per la prima risposta. Il celebre aereo dei presidenti americani è costato ai contribuenti d’oltreoceano addirittura due miliardi di dollari. La proposta di costruzione di un nuovo Air Force One, recentemente bocciata da Trump, era stata preventivata addirittura in una raddoppiata cifra di quattro miliardi. Di fronte ai quali, al di là della possibilità di venir spesi meglio, 144 milioni non sembrano un impegno altrettanto ingente.

Ma l'”Air Force Renzi”, spreco o no che sia, è davvero un simbolo così importante di quella casta che, nell’ideologia grillina, è responsabile del bello e del cattivo tempo, e rende le casse dello Stato schiave dei propri capricci? Sarebbe lo stesso Tricarico, contrario di per sé al famigerato velivolo, a dire di no. Alquanto comprensibilmente, il generale ha interesse perché la parte da lui rappresentata, quella dell’Aeronautica militare, sia destinataria di quanto recuperato dagli sprechi: «Non c’è dubbio che i rilievi effettuati oggi dagli esponenti del governo in carica siano tutti pertinenti e condivisibili. Ciò che non è condivisibile è un provvedimento per il solo velivolo soprannominato Air Force Renzi […]. Sarebbe anche opportuno che in ambito di consuntivo delle spese sostenute dall’Aeronautica militare per sostenere le attività della flotta di Stato, l’intero importo venisse restituito all’Aeronautica […]».

Insomma: sia che si voglia dare adeguata rappresentanza onorifica al Paese, sia che ci si preferisca orientare al risparmio, il famigerato “Air Force Renzi” non sembra di per sé un simbolo importante, unico, credibile dello strapotere della casta, né di un ex presidente del Consiglio accostato a chissà quale figura sultanistica a capo di un Paese africano. Lo stesso Matteo Renzi ricorda di non essere neanche mai salito sull’aereo in questione.

La beffa più clamorosa è che, al di là della figuraccia internazionale derivante dalla rescissione, il relativo risparmio economico sarebbe inesistente. La clausola rescissoria, infatti, prevede il pagamento da parte dell’Italia dell’intero importo dovuto, tutti e 70 i milioni di euro, ma a quel punto senza la possibilità di utilizzare l’aereo nei prossimi sei anni per i quali il leasing è previsto.

Il ministro Toninelli afferma che il contratto sarà risolto «senza nessuna penale», ma non è dato sapere in che modo. E appare davvero improbabile che sia così, dal momento che lo stesso contratto, i cui termini di risoluzione andranno rispettati, stabilisce diversamente. Sono inoltre ignoti i termini concordati con i vari operatori per le spese aggiuntive, e se gli accordi presi con questi possano decadere senza alcuna conseguenza. Né è dato sapere quali siano le garanzie, e quanto ingenti, per i posti di lavoro interessati. Comunque sia, basta una conoscenza matematica minima per poter concludere che la cifra annunciata da Toninelli sulla questione, ossia un risparmio di 108 milioni, sia una sparata assolutamente priva di basi.

Nient’altro che propaganda spicciola, dunque, inserita in un contesto ideologico di “bombe” mediatiche con poco valore reale, la cui energia motrice sta principalmente nella facile indignazione “fast-food” da social network e nei titoloni su articoli mai finiti di leggere. Che se ne parli: che si dica come Di Maio e Toninelli hanno sconfitto il mostro dell’Airbus, tagliando gli sprechi di Renzi, e che poi tutti se ne dimentichino di nuovo. Non per sempre, si intende, ma almeno finché Etihad non si presenterà sventolando il proprio conto a sette zeri.