Come abbiamo visto alla fine della prima parte di questo approfondimento, il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato d’Israele, mentre le truppe britanniche si ritiravano dalla Palestina senza che fosse stato raggiunto un accordo tra tutte le parti in campo. Già dall’anno precedente era in corso un conflitto armato tra ebrei e arabi. Il nuovo Stato venne subito riconosciuto da buona parte dei membri dell’ONU, e decisivo fu soprattutto il riconoscimento delle due superpotenze, USA e URSS. Dal giorno seguente la regione si trovò di nuovo in guerra: considerando non valida la dichiarazione d’indipendenza, truppe provenienti da Arabia Saudita, Libano, Yemen, Transgiordania, Libia, Siria e Iraq invasero il neonato Stato, in appoggio alla guerriglia palestinese. L’obiettivo di questa coalizione era di impedire che avesse luogo la soluzione a due stati, poiché il progetto ONU metteva su un piano di parità la minoranza ebraica e la maggioranza araba.

Gli israeliani disponevano già di varie unità paramilitari con cui fronteggiare l’invasione, e il 26 maggio le riunirono nell’Israel Defense Force. Il conflitto provocò migliaia di vittime e si concluse solo nel luglio 1949, dopo che Israele, vittorioso, ebbe concluso una serie di armistizi con gli stati arabi della coalizione. Nel corso della guerra vi furono violenze ed eccidi da entrambe le parti, e oltre 700.000 palestinesi dovettero fuggire negli stati confinanti, principalmente quelli della coalizione che aveva preso parte all’intervento militare: per questo ancora oggi i loro discendenti chiamano questa guerra la Nakba, la catastrofe. I rifugiati furono accolti in campi profughi che diventarono presto permanenti: i palestinesi infatti si rifiutavano di tornare nei territori conquistati da Israele, e le nazioni ospitanti non riuscirono a trovare soluzioni alternative (ma spesso mancò la volontà politica di farlo). Di contro, nel corso del conflitto 800.000 ebrei furono espulsi dagli stati della coalizione; la maggior parte di loro si trasferì in Israele.

L’Egitto occupò la striscia di Gaza, la Transgiordania la cosiddetta Cisgiordania, che comprende Gerusalemme est (assumendo l’attuale nome di Giordania), Israele conquistò tutto il restante territorio dell’ex mandato britannico di Palestina. Poco dopo la guerra la capitale di Israele – che si era costituito come repubblica parlamentare – fu trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme, e il paese iniziò a stringere una duratura alleanza con gli Stati Uniti. Le tensioni era fortissime nel neonato stato e ai suoi confini, viste anche le condizioni di vita dure per la popolazione araba, sottoposta anche alla legge militare fino al 1966. Nel 1956 fu fondato al Fatah (o Fath), un partito avente lo scopo di coordinare la guerriglia anti-israeliana, e nello stesso anno iniziò la guerra dovuta alla crisi di Suez tra Israele ed Egitto: in quell’occasione Israele conquistò Gaza, da cui si ritirerà solo nel 2006, e il Sinai, che restituirà all’Egitto parecchi anni dopo in seguito a nuovi accordi di pace.

Le tensioni tra Israele ed Egitto proseguirono per tutti gli anni Sessanta finché nel 1967 Israele lanciò un attacco preventivo contro le postazioni egiziane: era l’inizio della Guerra dei sei giorni. A fianco dell’Egitto si schierò la Siria, ma i due paesi arabi furono di nuovo sconfitti e Israele occupò il territorio allora siriano delle alture del Golan, che controlla tuttora. L’Egitto non si rassegnò e gli scontri continuarono su scala più ridotta fino al 1970 nella cosiddetta “guerra d’attrito”, che si concluse con un nulla di fatto da entrambe le parti.

Nel 1964 nasceva l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che ricoprirà un ruolo cruciale nelle vicende successive del lungo conflitto arabo-israeliano. L’OLP si presenta come un movimento complesso, che raccoglie più componenti partitiche, tra cui la più importante è Fatah; la guida di entrambi è assunta ben presto dal carismatico Yasser Arafat (1929-2004). L’OLP, che porta avanti sia attività politica e di governo sia attività militare, e che si presentò dagli inizi come rappresentate politico del popolo palestinese, ottenne un posto come entità osservatrice alle Nazioni Unite.

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Yasser Arafat. Foto: New York Post.

Il 1970 fu anche l’anno dello scontro, in Giordania, tra le milizie filo palestinesi e le forze regolari, che culminarono nelle violenze del “settembre nero”. Da quel periodo sanguinoso prese il nome il gruppo terroristico che compì l’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1972; in quegli anni i terroristi palestinesi, appartenenti a svariate formazioni, non esitarono a colpire varie nazioni estere, tra cui l’Italia (basti pensare agli attentati di Fiumicino).

Nel 1973 vi fu l’ultimo, grande scontro tra paesi arabi e Israele: una nuova coalizione attaccò lo Stato ebraico, a sorpresa, durante la guerra del Kippur. Messe in seria difficoltà, le forze israeliane riuscirono però a respingere l’invasione. Da quel momento Israele non fu, generalmente, coinvolto in guerre contro gli stati confinanti, ma principalmente contro la guerriglia palestinese guidata dall’OLP di Arafat e altre formazioni. Nel corso degli anni Ottanta saranno tuttavia gli interventi israeliani in Libano, sede di numerose basi dell’OLP, a esasperare la situazione.

Nel 1987, con l’obiettivo esplicito di ottenere anche l’attenzione della comunità internazionale, i movimenti palestinesi iniziano la prima Intifada: la rivolta delle pietre, che mescola atti di disobbedienza civile e scioperi a proteste armate, con l’uso voluto di armi rudimentali quali le fionde. È in quell’occasione che i Fratelli Musulmani danno vita ad Hamas, una nuova formazione sunnita palestinese che ha lo scopo di opporsi a Israele. Hamas si metterà nel corso del tempo in diretta concorrenza con Fatah per la leadership del movimento nazionalista palestinese.

Nel 1988 l’OLP proclama l’indipendenza dello stato di Palestina nei territori da lui controllati; questo stato ottiene alcuni anni dopo un posto come “stato non membro” all’ONU e viene riconosciuto da diversi paesi, ma non da Israele e dagli Stati Uniti. Nel corso degli anni Novanta, anche per tentare di concludere l’Intifada, Arafat e il premier israeliano Rabin, con la mediazione del presidente USA Bill Clinton, decisero di tentare una mediazione: il primo grande successo furono gli accordi di Oslo del 1993, che posero fine alla prima Intifada: la Cisgiordania e la striscia di Gaza furono consegnate alla nascente Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che si dotò di un proprio governo; lo stato d’Israele e l’ANP si riconobbero a vicenda. Seguirono quindi altri accordi due anni dopo che riconobbero l’autorità del Consiglio palestinese.

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Rabin (a sinistra) e Arafat si stringono la mano durante la firma degli accordi di Oslo, in presenza di Bill Clinton. Foto: Il Foglio.

Il processo di pace sembrava avviato su buone basi, ma ben presto sorsero gravi problemi: nel 1995, pochi mesi dopo i nuovi accordi, Rabin fu assassinato da un colono israeliano appartenente all’estrema destra. Nel corso degli anni Duemila la situazione peggiorò gravemente: nel 2000 la vista del capo del Likud Ariel Sharon alla spianata del tempio a Gerusalemme fu considerata una provocazione e cominciò la seconda Intifada, che portò a scontri violentissimi e sanguinosi il cui ricordo tuttora è fonte di rancore tra le due popolazioni.

Nel 2002 Israele, con l’obiettivo di ridurre gli attentati, inizia a costruire un muro di separazione tra i suoi territori e quelli palestinesi. Il muro è tuttora in costruzione, ed è causa di scontri legati all’espropriazione delle terre necessarie alla sua costruzione, e alle difficoltà che causa a quei palestinesi che per motivi di lavoro, salute o familiari devono passare dall’altra parte, venendo costretti a interminabili code ai checkpoint.

Nel 2004 morì Arafat, a cui successe come capo dell’ANP Abu Mazen, tuttora in carica. Nel 2006 Israele si ritirò da Gaza, ma si scontrò anche con i miliziani sciiti di Hezbollah in Libano. La striscia di Gaza venne annessa alla Cisgiordania come territorio dell’ANP, in quel periodo sotto la direzione politica di Fatah. Tuttavia a Gaza cresceva il sostegno per Hamas, molto più aggressivo verso Israele della moderata Fatah, che vinse le elezioni nella striscia. Tra i due partiti vi fu uno scontro armato nel 2007 che portò alla fine del controllo dell’ANP su Gaza, da quel momento in mano ad Hamas, che da allora utilizza una tecnica di guerriglia che prevede l’uso di razzi e mortai contro il territorio israeliano, oltre al terrorismo, con anche l’obiettivo di terrorizzare i civili. Questo ha portato a numerosi interventi militari israeliani, come nel 2008 e nel 2014; inoltre nel 2015 è scoppiata la cosiddetta “terza Intifada”, detta “dei coltelli” per l’uso massiccio degli accoltellamenti a sorpresa contro militari e civili israeliani come tecnica per diffondere il terrore.

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Scontri durante la cosiddetta “Terza Intifada”. Foto: AP.

Un’altra gravissima questione che scalda gli animi è la continua espansione delle colonie, ovvero insediamenti abusivi e spesso fortificati costruiti da israeliani nei territori palestinesi, soprattutto in quelli controllati dall’esercito israeliano (zona C secondo i trattati di Olso). Questi insediamenti, giudicati illegali dalla comunità internazionale, sono però sostenuti con forza dall’estrema destra israeliana, che gode anche di appoggi in parlamento e che li considera un mezzo per avvicinarsi alla conquista totale della Palestina – sogno di una parte degli estremisti israeliani, come d’altra parte gli estremisti palestinesi desiderano annientare completamente lo stato ebraico.

Nel 2018, lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e la Marcia del Ritorno (nuovo metodo di lotta da parte di Hamas) sembrano allontanare ancora l’avanzamento del processo di pace. Pur tra mille contraddizioni e ondeggiamenti, la Cisgiordania sembra invece godere di una maggiore stabilità e migliori rapporti diplomatici con Israele. Anche la recentissima legge dello Knesset (il parlamento israeliano) che riconosce Israele come stato nazionale ebraico comporta gravissime tensioni, tanto da aver provocato una forte spaccatura politica interna a Israele stesso, anche perché il 20% dei cittadini del Paese è di etnia araba e di religione musulmana o cristiana, ma incontra anche il rifiuto dell’opposizione di confessione ebraica. Inoltre la legge appare molto garantista riguardo le colonie.

D’altro canto, negli ultimi anni si è assistito a un riavvicinamento tra Hamas e Fatah, che sembra dare qualche speranza alla possibilità di nuovi negoziati in futuro in cui una rappresentanza palestinese più compatta possa trattare il governo israeliano, ma sembra che l’accordo dello scorso anno, che doveva ripristinare l’autorità dell’ANP su Gaza, non stia producendo effetti concreti.

Gli eventi dell’ultimo anno, se non degli ultimi mesi, rimescolano ancora le carte nella travagliata vicenda di questo spicchio del globo: le notizie si rincorrono sempre più veloci e in qualsiasi momento potrebbe esservi una svolta decisiva degli eventi. Le forze moderate e favorevoli alla trattativa, che stanno cercando di emergere da entrambe le parti, stanno cercando di imprimere un cambio di rotta, ma sono continuamente ostacolate  dalla radicalizzazione e dallo scontro diretto.