John Coltrane è uno dei nomi più conosciuti e celebrati della storia della musica jazz: sassofonista dal talento cristallino, Coltrane ha raggiunto la fama prima come musicista per Miles Davis e in seguito come solista. Nonostante sia morto ad appena 41 anni, Coltrane ha realizzato più di cinquanta album nel corso della sua carriera: l’ultimo di questi è Both Directions at Once, registrato nel 1963 ma considerato ormai perduto, salvo poi essere rinvenuto in tempi recenti e pubblicato il 29 giugno scorso. Ma dove si colloca questo disco all’interno della vastissima discografia di Coltrane? Quanto valore ha un ritrovamento del genere? Prima di poter rispondere queste domande è però necessario fornire un minimo di contesto: ripercorrere per intero la discografia di Coltrane sarebbe un’impresa impossibile da portare a termine in poche righe, perciò meglio porre l’accento sui passaggi principali e, in particolare, sul periodo legato alla realizzazione di Both Directions at Once.

John Coltrane
La copertina di Both Directions at Once.

Gli inizi e la collaborazione con Miles Davis

John Coltrane inizia la propria carriera musicale nella seconda metà degli anni Quaranta: in questo periodo entra nella band di Eddie Vinson suonando il sax tenore, per poi collaborare con altri musicisti noti dell’epoca come Dizzy Gillespie o Johnny Hodges. Dopo anni di gavetta, negli anni Cinquanta arriva la prima vera collaborazione importante per Trane, come veniva soprannominato: Miles Davis, dopo un periodo di declino e segnato dal forte consumo di eroina, sta mettendo in piedi un nuovo progetto ed è in cerca di un sassofonista. I due instaureranno un tanto fruttuoso quanto tormentato rapporto, segnato da un reciproco sentimento di rivalità data la diversità di approccio alla musica, fino a che Davis non decide di mandare via Coltrane in quanto anch’egli caduto preda dell’eroina.

Nel 1957 Coltrane collabora con un altro mostro sacro del jazz, il pianista Thelonious Monk, e in quello stesso anno inizia a registrare e pubblicare dischi sotto il proprio nome: fra questi spicca Blue Train, primo capolavoro della discografia di John Coltrane e diventato un classico del jazz con il passare degli anni. Il suo stile, segnato in particolare dall’esecuzione di fraseggi lunghi e veloci denominati dalla critica sheets of sound, mostra già in questo periodo un approccio attento alla ricerca: fin da ora si può ascoltare una prima sperimentazione di quelli che diventeranno famosi come Coltrane changes, cioè (senza entrare troppo nello specifico) una complessa tecnica d’improvvisazione che si serve delle terze maggiori degli accordi che compongono l’armonia del brano.

Nel 1958 Coltrane si riunisce al complesso di Miles Davis, con il quale realizza forse il più celebre disco jazz della storia: è il 1959 quando viene pubblicato Kind of Blue, disco realizzato assieme a Bill Evans al pianoforte, Jimmy Cobb alla batteria, Paul Chambers al contrabbasso, Cannonball Adderley al sax contralto e, ovviamente, Miles Davis alla tromba. Manifesto del modal jazz e uno dei picchi della discografia sia di Davis che di Coltrane, Kind of Blue è frutto di appena due sessioni in studio per sette brani mai provati dal sestetto prima di allora, guidati solo da qualche sommaria istruzione da parte di Davis per quanto riguardava le scale da utilizzare nell’improvvisazione e poco altro. Quest’approccio, già utilizzato nel disco dell’anno precedente Milestones, segna un notevole stacco con l’hard bop dei primi anni di Davis.

Gli anni della Atlantic e il quartetto classico

Con l’arrivo degli anni Sessanta, John Coltrane segna un altro grande punto di svolta: per la Atlantic Records pubblica nel 1960 Giant Steps, dove i suoi studi sui Coltrane changes (i passi da gigante che danno il titolo all’album fanno riferimento agli intervalli di terza maggiore su cui aveva sviluppato questa tecnica) e l’utilizzo dei cosiddetti sheets of sound per la linea melodica dei suoi assoli raggiungono vette inarrivabili. Viene così sancito il passaggio definitivo dall’hard bop al jazz modale, segnato successivamente da un altro disco che ha fatto la storia del jazz, nonché uno dei preferiti da Coltrane stesso: My Favorite Things.

Nel frattempo Coltrane inizia a esibirsi con un quartetto di musicisti: ad affiancarlo inizialmente nelle sue esibizioni ci sono il batterista Elvin Jones, il pianista McCoy Tyner e il bassista Steve Davis, poi rimpiazzato stabilmente da Jimmy Garrison. Con l’ingresso di Garrison si forma quello noto come il quartetto classico di Coltrane, con i quali registrerà numerosi album negli anni a venire fra cui quello che è considerato il suo assoluto capolavoro, A Love Supreme, e lo stesso Both Directions at Once.

L’album ritrovato

Eccoci quindi al momento clou in cui viene realizzato Both Directions at Once: il 6 marzo del 1963, assieme ai suoi tre musicisti di fiducia, John Coltrane si reca negli studi del leggendario Rudy Van Gelder a Englewood Cliffs per una sessione di registrazioni. I nastri originali di quella seduta in studio vanno malauguratamente persi, ma una copia era stata portata a casa da Coltrane e, più di cinquant’anni dopo, ritrovata da Naima, prima moglie del sassofonista. Un ritrovamento del genere ha del clamoroso: una sessione in studio per uno dei musicisti jazz più importanti della storia, nel momento più roseo della propria carriera e affiancato dal suo quartetto storico. Come ha commentato Sonny Rollins, altro grande sassofonista dell’epoca: «È come trovare una nuova stanza nella grande piramide».

Both Directions at Once, pubblicato dalla Impulse! e curato dal figlio di John Coltrane, Ravi, è una testimonianza del Coltrane dell’epoca, un pezzo che si pensava ormai perduto di un maestoso puzzle: oltre ai due inediti Untitled Original 11383Untitled Original 11386, fra le chicche del disco vi sono una versione senza piano di Impressions, una prima versione in studio di Nature Boy Vilia, dall’operetta La vedova allegra. Considerando anche che il giorno dopo a questa sessione in studio Coltrane e il suo quartetto hanno realizzato un disco di ballad con Johnny Hartman stilisticamente molto diverso dalle tracce di questo disco, ciò che colpisce è il cogliere proprio il momento di passaggio che sta attraversando il sassofonista: da un lato ancora legato a quanto sviluppato da lui fino a quel momento e al jazz più tradizionale, dall’altro indirizzato alla ricerca che ha sempre guidato il suo modo di fare musica e che negli anni successivi porterà alla realizzazione di A Love Supreme fino al passaggio al free jazz di Ascension. Come detto nel titolo: entrambe le direzioni insieme. Allo stesso modo, è un disco apprezzabile sia dai neofiti del jazz che dai fan più accaniti: per i primi dà una chiara idea di quella che poteva essere una tipica giornata in studio per Coltrane e di come lavorasse su un brano per ottenere il risultato voluto, mentre per i secondi è una preziosissima testimonianza che si pensava ormai scomparsa per sempre da parte di uno dei maestri del sassofono.