Perché parlare della disuguaglianza sociale in Italia

disuguaglianza sociale in Italia
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Uno dei grandi temi economici che negli ultimi anni è tornato alla ribalta a causa della crisi è la questione della disuguaglianza, ovvero la distanza fra i ricchi e i poveri. Attorno alla cosiddetta forbice sociale, e il suo allargamento, ruotano una molteplicità di temi intrecciati tra loro, come la globalizzazione, la crisi del welfare state e le trasformazioni del mercato del lavoro. Anche se la tendenza globale di lungo periodo del secolo scorso è stata la riduzione delle diseguaglianze, a partire dalla metà degli anni Settanta esse hanno visto un deciso aumento, perlomeno in Occidente, e l’Italia non ha fatto eccezione. Proviamo allora a fare luce su come è strutturata attualmente la disuguaglianza sociale nel nostro paese, da quali processi è alimentata e quali sono i suoi possibili effetti.

Per misurare le disuguaglianze economiche gli istituti di ricerca usano un apposito indicatore statistico, l’indice di Gini, che indica la disuguaglianza di una distribuzione, ad esempio la distribuzione del reddito o della ricchezza, che va da un minimo di 0 (tutti i membri della popolazione hanno lo stesso reddito, per esempio) a un massimo di 1 (una sola persona percepisce tutto il reddito).

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L’indice di Gini nei vari Pesi del mondo (elaborazione Buffet Insitute).

Qual è la situazione in Italia? Il nostro Paese ha un indice di Gini di 33.1, maggiore di circa due punti rispetto alla media europea e tra gli ultimi dell’Europa occidentale, anche se a livello globale la situazione è comunque migliore rispetto a molti Paesi come gli Stati Uniti o diverse nazioni latinoamericane.

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Una recente indagine Oxfam fornisce molti dati interessanti: nel 2017 più del 66% della ricchezza nazionale era detenuto dal 20% più ricco della popolazione, mentre il 20% più povero della popolazione possedeva solo lo 0,09% della ricchezza.

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A metà 2017 la ricchezza dei primi 14 miliardari (in dollari 2017) italiani della lista Forbes equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione (ovvero 107 miliardi di dollari).

La situazione è sempre stata la stessa? E come si sta evolvendo? A partire dagli anni ’80 la diseguaglianza è cresciuta, come si può rilevare dall’indagine sulla partecipazione all’incremento del reddito da parte delle varie fasce (decili in ordine crescente di ricchezza) di popolazione dal 1988 al 2011, che incidono quindi sulla distribuzione della ricchezza nazionale:

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Anche un’analisi di breve periodo mostra questa tendenza, come evidenzia l’Istat:

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Valori soglia dei quintili di reddito equivalente (scala dx) e variazioni rispetto all’anno precedente – Redditi anni 2014-2015. Numero indice (reddito mediano equivalente=100) e valori percentuali (Istat).

Negli anni della crisi la concentrazione della ricchezza è in generale aumentata: infatti nel periodo giugno 2016-giugno 2017 l’indice di Gini della ricchezza si è attestato a 66, risultando in calo di 0,5 punti, rimanendo tuttavia ben 12 punti superiore al valore minimo dall’inizio del nuovo millennio (53,9) registrato alla fine del 2002.

La disuguaglianza aumenta solo perché i ricchi diventano più ricchi, o anche perché i meno abbienti vedono peggiorare la loro condizione? In effetti negli ultimi anni povertà assoluta e relativa sono cresciute nonostante il calo della disoccupazione e una stabilizzazione dei redditi medi, dimostrando anche la crescita del fenomeno dei working poors, ovvero di coloro che pur lavorando non riescono a guadagnare abbastanza per vivere sopra la soglia di povertà.In Italia sulla condizione occupazionale ed economica, generalmente segnata da un crescente precariato incidono molto anche le differenze per età e zona geografica e nazionalità.

Da dove si alimenta l’aumento della disuguaglianza? Pur tenendo conto della  complessità del fenomeno, è possibile fare alcune considerazioni.                                                      Il welfare è stato per anni un’arma efficace dell’Europa occidentale, Italia compresa, per tamponare le disuguaglianze, ma non si è ancora adattato ai mutamenti della società.I tagli, o per meglio dire, le rimodulazioni della spesa pubblica, operati a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso hanno inciso profondamente: l’aumento delle spese per le pensioni ha tolto fondi ad investimenti per gli ammortizzatori sociali e per lo sviluppo del capitale umano, fattore fondamentale per reagire alle conseguenze negative della globalizzazione. Non è un caso che siano i lavoratori giovani, che entrano in un mercato del lavoro meno stabile, la fascia sociale a maggior rischio povertà, insieme alle famiglie con bambini piccoli, mentre i pensionati hanno visto ridurre il loro rischio di povertà negli anni della crisi. Anche le privatizzazioni di alcuni servizi pubblici e più in generale il passaggio di ricchezza pubblica in mani private potrebbe aver contribuito ad allargare la forbice sociale, rendendo più difficile la redistribuzione.

Nello stesso periodo è anche avvenuta l’accelerazione della globalizzazione che ha penalizzato i lavoratori meno qualificati: difatti la questione delle delocalizzazioni industriali torna a far periodicamente discutere. Diventa sempre più necessaria una riforma del welfare state che stimoli lo sviluppo del capitale umano, con un occhio di riguardo alla transizione scuola lavoro, e che riesca ad intervenire sulle nuove forme di povertà, legate più alla precarietà e all’insufficienza dei salari che alla disoccupazione e alla vecchiaia.

Altra misura che secondo molti studi, citati anche in un recente rapporto dalla Banca Mondiale, potrebbero agevolare la riduzione delle disuguaglianze è l‘incremento della tassazione sulle rendite da capitale rispetto a quelle da lavoro e un contrasto più deciso ai paradisi fiscali.

Quindi, perché agire? Al di là dei motivi ideologici o umanitari, perché è necessario intervenire sulle disuguaglianze? Una classica argomentazione è quella che sostiene che società troppo verticalizzate sono costantemente minacciate dalle tensioni tra chi possiede la ricchezza e chi ne è escluso, ma ve ne sono altre che riguardano anche la crescita economica. Diversi economisti hanno fatto notare come un’eccessiva disuguaglianza possa sfociare in una crisi economica: una società composta da molti poveri e pochi ricchi ha un livello di consumi più basso di una società in cui più cittadini hanno un adeguato accesso alle risorse economiche. Un eccessivo livello di disuguaglianza è potenzialmente in grado di vanificare gli effetti di un aumento del PIL a favore delle fasce sociali più svantaggiate, se la maggior parte dell’incremento va a una fascia ristretta di popolazione senza alcuna redistribuzione. A tal proposito è interessante notare che nel 2007, alla viglia della grande crisi, la disuguaglianza economica a livello globale aveva raggiunto uno dei suoi picchi massimi, ed è ora nuovamente in risalita.

La questione della giustizia sociale sembra essere di grande rilevanza per gli italiani: da un’indagine commissionata da Oxfam nel 2016 appare evidente come i nostri concittadini chiedano al potere politico di intervenire per ridurre la disuguaglianza.

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Viene allora naturale chiedersi come l’attuale governo intenda affrontare questi temi, dato che una parte rilevante del suo consenso poggia sulla loro risoluzione: molti provvedimenti del Decreto dignità o della legge di bilancio attualmente in discussione hanno lo scopo dichiarato di contrastare disoccupazione, povertà ed esclusione sociale ma non mancano le criticità.

La più nota, al netto di tutte le incertezze che la stanno circondando, è sicuramente il reddito di cittadinanza, ma per il resto non vi sembrano esservi molte misure dirette: piuttosto l’idea di fondo pare essere quella di puntare su investimenti pubblici e sgravi fiscali nel tentativo di rilanciare l’occupazione. Particolarmente preoccupante è la scarsa attenzione che sembra venire rivolta ai giovani, che come abbiamo visto molto più esposti alla povertà degli anziani. Si avverte sempre di più la necessità di progetti di riforma strutturale che richiederanno ampi studi e un’applicazione prolungata nel tempo, e quindi rendono necessaria alle forze politiche l’adozione di una prospettiva di lungo periodo. Le classi dirigenti saranno in grado di raccogliere la sfida?

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Davide Finazzi

Classe 1998, vivo a Romano di Lombardia in provincia di Bergamo. Studio Scienze Politiche e Sociali all'Università Cattolica di Milano.