Guido Rossa, un pezzo della nostra storia

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Quattro colpi di pistola. E così che le Brigate Rosse uccidono Guido Rossa, in una mattina di gennaio del 1979. Rossa aveva denunciato un collega che svolgeva propaganda in fabbrica per le BR e l’obiettivo dei terroristi è di lanciare un chiaro messaggio di avvertimento a chiunque avesse intenzione di agire allo stesso modo. Ma questo gesto ottiene l’effetto contrario, suscitando la reazione della città di Genova e degli operai.

Quarant’anni dopo, questa vicenda accaduta durante gli anni di piombo rimane estremamente importante: Il gesto di Guido Rossa, prima ancora della sua tragica fine può aiutarci a capire qualcosa in più sulla nostra storia. «Ha molto più da insegnarci la sua vita che la sua morte», infatti, come ha affermato il professor Giovanni De Luna. Per capire i motivi della denuncia di Rossa e delle sue conseguenze bisogna prima allargare lo sguardo, sul tempo e sui luoghi dove si svolse la sua vicenda.

È l’autunno del 1978. L’Italia sta vivendo una delle fasi più difficili degli anni di piombo: Aldo Moro è stato ucciso pochi mesi prima, diverse sigle terroristiche intensificano le loro azioni e la violenza politica sembra dilagare. Da diversi anni nelle fabbriche si respira un clima teso: il forte movimento operaio che si è sviluppato alla fine degli anni ‘60 si contrappone spesso agli indirizzi governativi e industriali con le proprie rivendicazioni. Si crea un ambiente che risulta favorevole per il passaggio all’eversione delle frange più estremiste del movimento. Le BR e altri gruppi armati di estrema sinistra effettivamente nascono, almeno in parte, e operano molto proprio nelle grandi fabbriche (anche se l’eversione di estrema sinistra non origina solo dalle fabbriche, ma anche in altri contesti come alcune università) .

Guido Rossa

A Genova le Brigate Rosse sono particolarmente attive: la loro colonna genovese, una delle più temute, ha già compiuto numerose azioni eclatanti, come l’assassinio del procuratore Coco e della sua scorta nel 1976. Tra l’altro le acciaierie genovesi stanno vivendo un periodo di crisi e questo crea confusione e preoccupazione tra gli operai. È naturale quindi che i brigatisti cerchino di stabilire agganci dentro gli stabilimenti. E una parte minoritaria del movimento operaio ha un atteggiamento di neutralità, simpatia o sostegno verso i terroristi rossi. C’è anche chi ne prende le distanze senza esprimere una condanna netta: sono rimasti famosi gli slogan “Né con le BR né con lo Stato” e “Sono compagni che sbagliano”. Ma c’è anche chi non si esprime in maniera chiara per paura di ritorsioni. Tuttavia il PCI e la CGIL, partito e sindacato di riferimento di buona parte del movimento, hanno già da tempo preso una ferma posizione di condanna contro il terrorismo, non solo quello di estrema destra, ma anche quello che si professa di matrice comunista.

Nelle fabbriche c’è quindi dibattito, dubbio, incertezza. In questo contesto le BR avvicinano e reclutano Francesco Berardi, operaio specializzato dell’Italsider di Genova, che riceve l’incarico di distribuire nello stabilimento materiale propagandistico, con lo scopo di cercare nuove leve. Le manovre di Berardi vengono notate dai colleghi: il 24 ottobre Guido Rossa e altri operai lo vedono posizionare volantini scritti dalle BR vicino a una macchinetta del caffè. Berardi viene segnalato e bloccato dalla vigilanza aziendale, ma solo Rossa accetta di denunciarlo e testimoniare contro di lui. Al processo per direttissima l’uomo, che ha rivendicato la sua appartenenza al gruppo armato, è condannato a quattro anni e mezzo di reclusione. La colonna genovese del partito armato decide allora di organizzare una punizione esemplare per quella che ritiene una delazione.

Rossa, nato nel 1934, è un comunista convinto, iscritto al PCI. È un sindacalista della CGIL, ed è tra i rappresentanti sindacali eletti all’interno dell’Italsider. Si tratta quindi di una figura conosciuta e rispettata dentro la fabbrica.

Guido Rossa

Rossa con la figlia Sabina, attualmente insegnante e due volte parlamentare

Dopo la denuncia la situazione è tesa: la moglie, la figlia e gli amici temono per lui. Consapevole della possibilità di ritorsioni, il sindacato decide di organizzare una scorta per Rossa, che si sforza di minimizzare, ma non è incosciente dei rischi. In privato confida a un amico: «Io non mollo». Passano le settimane, e infine è lo stesso Rossa a decidere di rinunciare alla scorta, ritenendo che non sarebbe comunque bastata a far desistere BR dall’ucciderlo.

All’alba del 24 gennaio, alle 6.30, Rossa esce dalla sua casa in via Fracchia come tutte le mattine e sale in macchina per recarsi al lavoro. A quel punto scatta l’attacco del commando brigatista. Del gruppo di fuoco fanno parte Vincenzo Guagliardo, Lorenzo Carpi e Riccardo Dura, capo delle BR genovesi, colui che spara il colpo mortale.

Guido Rossa

Il corpo senza vita di Guido Rossa dopo l’agguato (www.repubblica.it)

In seguito, in tribunale, gli altri brigatisti diranno che Dura ha ucciso di sua iniziativa, dato che l’organizzazione aveva deciso di limitarsi a gambizzare il bersaglio, lasciandolo in vita. Comunque, le Brigate Rosse si assumono la responsabilità del gesto con un volantino di rivendicazione diffuso il giorno successivo all’attentato, con cui affermano di aver punito il traditore Rossa.

Per Genova e per gli operai l’omicidio è uno shock. Stavolta è stato colpito uno di loro, un comunista militante e sindacalista attivo, proprio da quel partito armato che la causa operaia dichiara di difenderla. I funerali di Rossa il 27 gennaio successivo diventano un’imponente manifestazione. Partecipano 250.000 persone, tra cui tutti i segretari di partito e l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, che pronuncia davanti ai camalli (scaricatori) del porto un discorso di condanna contro il terrorismo in cui rigetta la tesi della continuità tra Resistenza e lotta armata: «Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!»

Guido Rossa

Sandro Pertini rende omaggio alla salma di Guido Rossa (www.fondazionenenni.it)

Molte testimonianze raccolte in quei giorni parlano di rimorso tra molti di quelli che, in fondo, pensavano che i terroristi non stessero del tutto sbagliando. Per le BR la possibilità di radicarsi nelle fabbriche è chiusa. Le nicchie di consenso che il terrorismo aveva scavato nella società italiana si chiudono e i gruppi armati viaggiano ormai su un binario completamente differente da quello dei gruppi che sentono di rappresentare. Il terrorismo entra in una crisi irreversibile e va progressivamente esaurendosi,piegato anche dalla riorganizzazione delle forze di sicurezza e degli strumenti giuridici per il contrasto all’eversione iniziata dopo il caso Moro.

La sorte dei terroristi coinvolti nella vicenda è stata molto diversa. Berardi muore suicida in cella il 24 ottobre 1979; Dura rimane ucciso nel blitz delle forze dell’ordine nel covo brigatista di via Fracchia (vicino a casa di Rossa) nel 1980; Guagliardo è attualmente in libertà vigilata mentre Carpi è tutt’ora latitante all’estero.

In questi giorni di intenso dibattito sugli anni di piombo, scatenato dall’estradizione di Cesare Battisti, la vicenda di Guido Rossa ci consegna alcuni spunti di riflessione. Innanzitutto, bisogna ammettere che per un periodo vi fu un certo consenso per il terrorismo. È ora di aprire una seria discussione sui motivi che l’hanno originato per cercare di dare una visione più completa di un periodo particolarmente complesso della storia italiana. Limitarsi a negare il fenomeno non è sufficiente, altrimenti non si riuscirà mai a capire come mai l’estremismo politico arrivò a livelli così intensi.

Secondariamente, appare evidente che a un certo punto la società civile, anche attraverso i singoli cittadini, decise di reagire con maggiore convinzione: Guido rossa, che ebbe certamente un ammirevole coraggio individuale, può essere considerato anche espressione di quella parte di società che, consapevolmente e convintamente, decise che portare avanti le proprie rivendicazioni dentro e non contro lo Stato fosse la cosa più giusta. Una dinamica che può essere parallela e complementare alla tesi che vede la fine degli anni Settanta come l’inizio del “riflusso” dall’attivismo politico da parte delle masse.

Sono passati ormai quattro decenni da quel periodo, ma andare a riscoprire le vicende di coloro che hanno incrociato e affrontato il terrorismo, come Guido Rossa ma anche, per esempio, Walter Tobagi e Mario Amato, ci aiuta a comprendere meglio l’Italia di ieri e quella di oggi.

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Davide Finazzi

Classe 1998, vivo a Romano di Lombardia in provincia di Bergamo. Studio Scienze Politiche e Sociali all'Università Cattolica di Milano.