Fridays for future: le nuove generazioni contro il cambiamento climatico

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È la più grande mobilitazione per il clima degli ultimi decenni, quella che sta avvenendo ogni venerdì nelle piazze europee, e finalmente arriva anche in Italia. Fridays for Future è il movimento che sta unendo giovani e giovanissimi in tutto il continente per protestare contro l’inerzia della politica davanti al cambiamento climatico. Negli ultimi mesi, in Germania, Francia, Svezia, Belgio, Danimarca e altrove, migliaia di attivisti si sono riuniti in piazza ogni venerdì per far sentire la propria voce. Le iniziative sono partite pian piano, ma i numeri ora parlano chiaro: la mobilitazione è globale e non può essere ignorata. Lo scorso 1 febbraio in Germania sono scesi in piazza trentamila studenti, a Londra trentacinquemila. Le manifestazioni sono organizzate dagli stessi ragazzi, che si coordinano tramite i social network e i gruppi Whatsapp, senza eccessiva preparazione e senza nessuna struttura alle spalle.

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Giovani manifestanti durante una protesta a Londra, 15 Febbraio 2019. Fonte: Times Magazine.

Perché il venerdì? E da dove è montata la protesta?

Tutto è iniziato lo scorso settembre, dopo una delle estati più torride degli ultimi anni per la Svezia: una quindicenne svedese ha deciso che era arrivato il momento di dire basta. Un giorno alla settimana – il venerdì, per l’appunto – per diversi mesi si è posizionata davanti al parlamento del suo Paese, invece di andare a scuola, per spingere il governo a prendere azioni concrete riguardo al cambiamento climatico. Quella stessa ragazzina, Greta Thunberg, in pochi mesi è diventata una delle teenager più influenti del 2018 secondo il Time. Dopo aver portato avanti la protesta in solitario, infatti, Greta ha deciso di scendere in campo con tutti i mezzi a sua disposizione, coinvolgendo il maggior numero di persone possibili e accendendo i riflettori su un problema che non può più esser messo da parte. La sua è stata una vera e propria chiamata alle armi, iniziata sulle pagine del The Guardian con una lettera rivolta ai suoi coetanei: «Se il cambiamento climatico va fermato, dobbiamo fermarlo adesso. […] In un modo o nell’altro, dobbiamo cambiare. C’è bisogno che altri studenti si uniscano a me: sedetevi fuori dai parlamenti e dai governi locali, ovunque voi siate, e chiedete che ci sia un piano per mantenere l’aumento della temperatura sotto 1,5 gradi».

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Greta Thunberg durante uno dei suoi sit-in davanti al parlamento svedese. Fonte: The Guardian.

Nei mesi precedenti, Greta si è ricavata un’importante risonanza mediatica sulla stampa internazionale ed è diventata portavoce di un movimento che ormai raccoglie migliaia di ragazzi. A dicembre, la sedicenne si è ritrovata a parlare davanti ai leader mondiali nella COP24, l’annuale conferenza sul clima dell’ONU tenutasi a Katowice, in Polonia. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini, probabilmente loro passeranno quel giorno con me e mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi». La sua accusa è dunque chiara. Gli attuali capi politici ed economici stanno rubando il futuro delle prossime generazioni, rimanendo immobili davanti ad una crisi imminente.

Dunque, questa sembrerebbe essere innanzitutto una battaglia intergenerazionale. Da una parte, gli adulti, che rappresentano al momento i vertici politici mondiali, persone appartenenti per la gran parte a quella generazione che, nata negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in pieno boom economico, è cresciuta con il mito della crescita e del progresso a tutti i costi. Dall’altra, i giovanissimi, la prima generazione che, dopo anni di miglioramento della qualità di vita, rischia di vedere compromesso il proprio futuro. Futuro per il quale i millennials sono pronti a combattere, come stanno dimostrando in questi giorni in tutte le piazze europee. La voce di Greta ha attirato l’attenzione di diversi milioni di loro.

Per cosa protestano?

Gli attivisti si rivolgono ai capi di governo mondiali, soprattutto a quelli dei paesi maggiormente sviluppati, affinché prendano delle misure effettive per combattere il cambiamento climatico. La principale richiesta è il rispetto degli impegni presi dagli stati nell’Accordo di Parigi del 2015: innanzitutto, quello di limitare l’aumento della temperatura globale entro la fine del secolo a due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Diversi gruppi scientifici, però, hanno criticato gli obiettivi dell’accordo, in quanto sarebbero troppo poco stringenti. Dunque, evidenze scientifiche dimostrano che, anche se i governi dovessero rispettare questi parametri, la temperatura globale aumenterebbe di 3 °C. Inoltre, l’ultimo rapporto dell’IPCC, risalente allo scorso ottobre, ha evidenziato il fatto che, continuando con queste politiche, già nel 2030 ci sarà un aumento di temperatura di 1,5 °C, con conseguenze catastrofiche per il nostro pianeta.

La crisi climatica è dunque evidente agli occhi di tutti, ma i leader politici ed economici non sembrano voler cambiare le loro strategie. Gli sforzi fatti finora non sono assolutamente adeguati alla portata del fenomeno e il mondo della politica continua a muoversi in ritardo e con vecchi schemi mentali. La causa principale di questo immobilismo sono, senza dubbio, gli interessi economici in gioco. Prendere misure consistenti per contrastare il cambiamento climatico e salvaguardare l’ambiente vorrebbe dire ridurre l’uso di combustibili fossili e ridurre le emissioni di CO2: le imprese petrolifere e gli industriali non sono disposti a farlo e la politica non è ancora abbastanza forte da imporsi. Inoltre, un cambiamento netto di politiche avrebbe importanti conseguenze sociali ed economiche all’interno dei Paesi, soprattutto a scapito delle classi meno abbienti. È lo stesso primo ministro belga Charles Michel che, rispondendo alle contestazioni degli ultimi mesi, ha parlato di una «politica climatica positiva per l’ambiente, ma anche per il potere d’acquisto delle famiglie».

Procrastinare, però, non aiuterà certo la causa. Quello che chiedono i giovani nelle piazze è un’azione immediata ed efficace, un cambio di rotta e di mentalità che coinvolga l’intero pianeta. Uno sforzo collettivo per assicurare un futuro alle prossime generazioni. Quel che è chiaro è che non basterà l’azione di un solo governo virtuoso a far cambiare direzione al fenomeno. La questione del clima non ha confini, non può essere governata né controllata dai nazionalismi. Serve invece una cooperazione stretta ed efficace a livello globale per evitare conseguenze catastrofiche. I giovanissimi sembrano averlo capito e non hanno intenzione di interrompere la mobilitazione prima di aver ottenuto qualche risultato. Sotto gli hastag #fridaysforFuture #schoolstrikeforclimate #climatestrike si riuniscono sui social network e nelle piazze.

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Logo del movimento Fridays for Future – Italia.

In Italia

La contestazione, anche se con un notevole ritardo, sembra essere arrivata anche in Italia. Il movimento è partito dall’iniziativa di Sarah Marder, che lo scorso 14 dicembre ha deciso di fare un sit-in davanti a Palazzo Marino a Milano. Se quel primo giorno Sarah si è trovata da sola a manifestare davanti al municipio, dopo qualche venerdì gli attivisti sono diventati diverse decine in tutta la Lombardia. Ora sembrerebbe che anche il resto del Paese si stia svegliando: sono nati gruppi Facebook e Whatsapp dove i ragazzi possono coordinarsi e sono arrivate le prime parole di sostegno del mondo scientifico, prime tra tutte quelle del divulgatore Luca Mercalli. Il nostro Paese potrebbe essere il primo tra quelli europei a subire le conseguenze dell’aumento della temperatura globale. Si prevede, infatti, un aumento esponenziale degli eventi calamitosi: alluvioni, frane, eventi climatici estremi. Inoltre, l’Italia è il primo approdo dei migranti provenienti dal continente africano: se quelle zone dovessero diventare invivibili per cause ambientali, il nostro Paese si troverebbe a dover gestire un flusso migratorio di milioni di persone.

Dunque, l’appuntamento globale è fissato per il prossimo 15 marzo. Un venerdì, per l’appunto. Gli studenti europei hanno proclamato lo sciopero generale e il gruppo italiano non ha esitato ad aderire. Milano, Roma, Torino, Pisa e in moltissime altre città italiane i ragazzi – ma anche gli adulti e le associazioni ambientaliste − scenderanno in piazza per chiedere ai governi un impegno maggiore sul tema del cambiamento climatico. Possiamo ancora invertire la rotta del fenomeno, ma il tempo sta scadendo. Bisogna agire immediatamente e i millennials non sembrano volersi accontentare di vane promesse. Servono azioni immediate ed efficaci per contrastare un cambiamento che comporterebbe delle conseguenze disastrose per le generazioni future.

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Cecilia Valente

Nata a L’Aquila nel 1996, attualmente faccio avanti e indietro dalla mia città natale a Roma, dove vivo. Mi sto laureando in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli. Alla ricerca della laurea magistrale che faccia per me, spero di poter fare dei miei studi un lavoro. Divoratrice compulsiva di libri, ho un amore sconfinato per gli autori americani. Assidua frequentatrice di librerie e edicole, leggo a tempo pieno e scrivo a tempo perso. Aspirante giornalista, nutro un particolare interesse per le questioni riguardanti l’Unione Europea e la Politica Estera, di cui scrivo qui su The Wise.