La verità, vi prego, sull’analfabetismo funzionale

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Pochi concetti hanno avuto negli ultimi anni tanta fortuna nell’immaginario collettivo come quello di ‘analfabetismo funzionale’. L’idea di un’Italia invasa da questa nuova categoria di ignoranti ha fatto breccia nella mente di tutti, e mentre alcuni collegano il fenomeno alla qualità della nostra istruzione, altri alla diffusione dei nuovi media (pensiamo ai webeti di Mentana), nessuno sembra interrogarsi sul significato di questo termine.

Sappiamo davvero di cosa si tratta?

Partiamo dalla definizione che ha dato del fenomeno l’UNESCO già nel 1984, quando descrive l’analfabeta funzionale come colui che «è incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Una definizione larga, che lo stesso organo delle Nazioni Unite considera dinamica e complessa, in continua ridefinizione. Ciononostante, questa rappresentazione ha trovato ampio spazio nei media, a dir poco creativi nel dare delle cifre: per TPI è analfabeta funzionale il 47% degli italiani, per La Stampa il numero si alza al 70%, mentre per Internazionale toccheremmo addirittura l’80%.

Una confusione che rivela una mancanza di solidità di tutto il discorso, e non sono poche le voci che fanno notare l’arbitrarietà di questi dati: un interessante articolo di Dudemag del 2015 metteva in luce come molte delle misurazioni riportate non fissino una soglia sotto la quale si viene considerati funzionalmente analfabeti, ma si limitino a dividere il campione statistico in fasce di competenza, che i media hanno a posteriori semplificato in un binario alfabeta/analfabeta funzionale. Così come molti dei titoli sensazionalistici che spesso ci troviamo di fronte («Italia ultima nel mondo») fan riferimento a indagini che prendono in esame solo un numero ristrettissimo di nazioni (talvolta solo sei). E infine, è impossibile non notare la discrepanza tra i risultati che questi studi ottengono: se i numeri più alti appaiono infatti assolutamente privi di ragione, da una rapida ricerca in rete si può vedere come le percentuali per il nostro paese vadano da un massimo del 47% ad un minimo di addirittura il 5%. Differenze che avrebbero dovuto portare i media nostrani ad analizzare criticamente il fenomeno e il dibattito scientifico che gli sta dietro, piuttosto che dare in pasto ai lettori i numeri che più fanno scalpore.

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La vera domanda a questo punto sembra essere un’altra: come han potuto un concetto così fumoso e dati così incerti avere tanto successo nei media, tanto da penetrare a fondo nel dibattito pubblico e nella percezione che tutti noi abbiamo dell’Italia?

La risposta è da ricercarsi in una tendenza strisciante ma sempre più presente, che accomuna il ceto conservatore con una parte (minoritaria, a onor del vero) dell’intelligencija progressista occidentale: l’idea che le forme delle nostre democrazie lascino troppo potere nelle mani del popolo, che il suffragio universale per come lo intendiamo oggi sia stata una mossa avventata, un “passo più lungo della gamba” che starebbe rivelando ora tutti i suoi limiti.

Che si parli di fake news o di populismi, non son pochi i commentatori che suggeriscono un ripensamento sulle forme della nostra democrazia, proprio in nome dell’analfabetismo funzionale che caratterizzerebbe inevitabilmente l’elettorato di massa. Oltreoceano, dove le percentuali di voto raramente superano il 50% degli aventi diritto, da anni esiste un dibattito pubblico sul tema. David Harsany scriveva nel 2016 dalle colonne del Washington Post che «eliminando i milioni di elettori irresponsabili che non si prendono il disturbo di imparare i meccanismi più basilari della Costituzione, o le proposte e la storia del loro candidato preferito, forse potremmo riuscire ad attenuare le conseguenze della sconsideratezza del loro voto». Gli fa eco l’economista di Goldman Sachs ed editorialista del Financial Times Damisa Moyo, che per evitare le storture della democrazia propone «un test del tutto simile a quello che si usa per le domande di cittadinanza» in base al quale stabilire chi abbia o meno diritto a recarsi alle urne. E anche il nostro paese ha visto negli ultimi tempi il diffondersi di idee simili: penso ad esempio a Corrado Augias, che ha più volte portato all’attenzione dell’opinione pubblica il tema dell’epistocrazia, un governo dei bene informati teorizzato dallo statunitense David Estlund e dai contorni a dir poco ambigui. E non è da meno Massimo Gramellini, che già nel 2011 in un pezzo dall’eloquente titolo megliocrazia si sfogava contro la frivolezza dell’elettore italico, chiedendo a gran voce di «rimettere in discussione il diritto di voto», magari con un esame preventivo di educazione civica. Ma giudizi ancora più drastici sull’affidabilità del sistema democratico li han espressi in passato anche editorialisti dell’Unità, blogger del Fatto Quotidiano, giornalisti di magazine online come The Vision. E non si pensi che il tema interessi solo gli intellettuali: Facebook pullula di pagine come “Abolizione del suffragio universale”, con più di 200.000 likes e toni tutt’altro che ironici.

Parlare di analfabetismo funzionale è utile a questa narrazione, che punta tutto proprio sull’incapacità delle masse di decidere in maniera razionale. A ben pensarci, persino l’esplosione del fenomeno web del blastatore, incarnato in Italia da personalità come Mentana e Burioni, è sintomo di questa tendenza: il giornalista e il divulgatore non si pongono più in maniera aperta verso il lettore, preferendo l’insulto all’argomentazione. E a cosa serve argomentare d’altronde, quando si è convinti che l’uditorio sia composto in maggioranza da persone «incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti»?

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Il noto medico e divulgatore Roberto Burioni. Foto: triestenext.it

Questa improvvisa disaffezione alla democrazia è in parte comprensibile – anche se non giustificabile – perché viene spesso da persone francamente spaventate dal ritorno di demoni che credevamo ormai appartenere al passato: xenofobia, omofobia, neofascismo. E tuttavia sperare che la soluzione sia trattare milioni di elettori alla stregua di infanti è quantomeno miope. Avere voce in capitolo nelle scelte della propria comunità è un diritto inalienabile, e pensare che i tuoi compatrioti siano tutti analfabeti funzionali è inutile oltre che – come abbiamo visto prima – sbagliato.

Quando il senso comune non va nella direzione che si desidera bisogna avere il coraggio di tuffarcisi per cambiarlo, spostarlo nella direzione più giusta, fare egemonia, per dirla con Gramsci. Dare dell’analfabeta funzionale non ti aiuterà a cambiare il tuo paese, tornare a fare politica invece sì.

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