theWise incontra: Rodrigo D’Erasmo e il suo Germi

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Il 6 marzo 2019, a Milano, un nuovo spazio culturale ha aperto i suoi battenti: stiamo parlando di Germi, un piccolo bar-libreria dedicato però anche a workshop ed eventi artistici di vario tipo. Dietro a questo progetto ci sono Manuel Agnelli, Rodrigo D’Erasmo, Francesca Risi e Gianluca Segale. Abbiamo fatto una chiacchierata con Rodrigo, musicista di spessore nel panorama nazionale e internazionale oltre che amico e collega di Agnelli negli Afterhours, perché ci parlasse di Germi e ci spiegasse meglio quale sia lo scopo di questo nuovo salotto culturale.

Germi

Rodrigo D’Erasmo sul palco di Germi.

Ciao Rodrigo, benvenuto su TheWise Magazine. Prima di tutto, una domanda banale: cos’è Germi? Al di là, ovviamente, del richiamo all’omonimo disco degli Afterhours è anche una dichiarazione d’intenti, no?

«Sì, lo è assolutamente e forse il sottotitolo lo esplicita ancora meglio: “luogo di contaminazione”. L’abbiamo aggiunto proprio perché il legame con il disco fosse evidente, ma anche perché fosse spiegato l’intento di questo spazio. Nasce dall’amore di tutti noi quattro per la letteratura, per le librerie, per costruire questi luoghi ormai un po’ demodé ma invece di grandissimo fascino e attrattiva e secondo noi importantissimi per la formazione di una società. L’idea è quella di partire da luoghi molto piccoli come il nostro che diventino degli spazi di aggregazione per qualunque età. Può essere un luogo di aggregazione per un ragazzo che studia, per chi ha piacere di incontrarsi per parlare di cultura, come può esserlo per un pensionato che invece ritrova uno spazio dove andare a bersi un tè, leggersi un libro e poi poter magari interagire con qualcuno e avere una compagnia di un certo tipo. Dopodiché, c’è anche l’intento da agitatori culturali che soprattutto io e Manuel portiamo avanti da tanto tempo: quello di ricreare dal basso e in uno spazio molto ridotto, un po’ in controtendenza rispetto ai posti enormi che si aprono in questo periodo, un nostro laboratorio incubatore in cui fare i piccoli chimici dell’arte, del pensiero e in qualche maniera far crescere, appunto, dei germi. Noi vogliamo iniettare dei germi sani di contaminazione culturale e di pensiero che possano far germogliare delle novità. In realtà, questo sta già accadendo: in questi primi mesi di attività abbiamo chiesto ai nostri ospiti di portare qualcosa di inedito, fatto ad hoc, di usare lo spazio come laboratorio in cui sperimentare proprio per la ridotta capienza dello spazio, perché magari non oserebbero sperimentare altrove per una questione di numeri, d’immagine e di tutto quello che vuoi. Da noi, invece, si prendono la libertà di fare, anzi siamo noi a darla questa libertà, quindi nascono piccoli esperimenti che poi diventano spettacoli. Per fare un esempio: il nostro amico Giovanni Succi, che è uno scrittore, un autore, un cantautore e un musicista, ci ha portato uno spettacolo su Dante che desiderava fare da tanti anni, ma non aveva mai trovato nessuno che ci credesse e gli desse la possibilità di provarlo. Da noi ha fatto un esperimento, che è diventato uno spettacolo che già quest’estate porterà in giro. Quindi, questa cosa di contaminarci a vicenda ed essere contaminati anche noi stessi, che siamo i padroni di casa, ogni volta è bella e sorprendente. È bello vedere persone nuove che vengono a portarci cose stimolanti o ad ascoltare presentazioni di libri interessanti, dialoghi, visto che facciamo un po’ di tutto: facciamo laboratori di scrittura, di fumetto, proiezioni di documentari, cineforum, insomma tentiamo di proporre un’offerta il più ampia possibile».
Quindi è anche l’intimità del luogo che vi permette di osare.
«Sì, non c’è l’ansia dei numeri, del risultato, dei costi enormi di uno spazio enorme da dover coprire».
Germi è aperto dal 6 marzo: questi primi tre mesi come sono andati? Siete soddisfatti o pensavate di far meglio?
«Non pensavamo, perché non abbiamo mai avuto un’esperienza simile e tutto quello che arriva è una novità. Detto ciò, tutte le novità che sono arrivate per ora sono entusiasmanti. Chiaro che devi cominciare a fare i conti anche con la gestione di uno spazio e con tutta le questioni burocratiche e amministrative. Io ne sono al corrente, ma se ne occupa più Gianluca Segale, che è un altro dei nostri soci, assieme a Francesca Riti e a Manuel. Quella parte lì, chiaramente, è un po’ più rognosa e si deve starci dietro: per tutto il resto, Germi è un’esperienza molto entusiasmante e che si apre anche ad altre possibili realtà future. Per ora siamo molto soddisfatti: se ti devo dire una cosa su cui stiamo lavorando, e non perché non ne siamo soddisfatti ma perché avevamo già previsto che potesse essere più complicata da far partire, è l’attività diurna. Germi è aperto dalle quindici alle ventitré, nei weekend fino alle ventiquattro: non è un locale notturno e non volevamo che lo fosse, anche perché i locali notturni li abbiamo frequentati tutti da quando siamo ragazzini [ride, N.d.R.]. Adesso avevamo bisogno di qualcosa di diverso. La parte diurna, quella quindi anche che prescinde dagli eventi ma che è il quotidiano della libreria, fatica di più a decollare tanto quanto sono decollati immediatamente gli eventi. Quando c’è un evento, è un delirio, con tanto di fila fuori; quando non ci sono gli eventi la giornata di Germi è invece molto tranquilla e molto piacevole. Noi ci auguriamo che ingranerà dalla prossima stagione, quando Germi inizierà a essere consolidato anche nel tessuto sociale del quartiere che lo ospita e della città di Milano, città in un momento davvero bello ed esplosivo dal punto di vista delle proposte. Milano è una città in cui le persone scelgono di andare in un posto dove succede effettivamente qualcosa: se nello stesso posto dove si sono trovate benissimo non succede niente ma succede qualcosa da un’altra parte, quel giorno vanno là. È anche naturale che gli eventi facciano da traino e siano predominanti, però quello che ci piacerebbe, proprio perché Germi è una piccola anomalia come pensiamo di essere sempre stati anche noi [ride, N.d.R], è creare una fidelizzazione con una serie di personaggi che comincino a diventare degli habitué».
A tal proposito: avete chiamato sia gente già affermata, come Ghemon o Frankie HI-NRG per citare due musicisti del panorama italiano, sia giovani artisti emergenti. State cercando di legare questi due mondi, spingendo magari musicisti giovani che ritenete validi e allo stesso tempo metterli in contatto con artisti di successo? È anche questo un vostro obiettivo?
«Assolutamente sì: è un lavoro vero e proprio di scouting, a cui sia Manuel che io facciamo fatica a dedicarci più di tanto per mancanza di tempo, però ci sforziamo. C’è una mail (eventi@germildc.it) a cui scrivere, su cui arrivano molte proposte, e a cui facciamo riferimento per la composizione del calendario. Devo essere anche molto onesto in questo senso: in questi mesi, io ogni tot dedico una giornata intera ad andare a riguardare tutto quello che è arrivato per capire se c’è qualcosa di interessante. Non sono proprio cascato dal divano per la mole di proposte pazzesche che è arrivata: purtroppo ci sono tante cose non interessanti, però in mezzo a tutto questo qualche diamante grezzo l’ho trovato, qualcosina su cui spingere sicuramente c’è e ci stiamo appoggiando anche a realtà esterne per cercare qualcosa di notevole in giro. L’intento però è assolutamente quello che dicevi tu: unire mondi più o meno affermati, evitando anche che quelli affermati non vengano da noi a fare la passerella. Ad esempio, hai citato Ghemon che è venuto da noi a portare un format che ha fatto altre due volte in vita sua: si era inventato questa formula secondo me fighissima, ossia un dj set raccontato. La gente era entusiasta, ed è anche un modo per innescare un qualcosa post performance: dopo c’era un sacco di gente che andava da Gianluca [Ghemon, N.d.R.] a chiedergli da dove avesse tirato fuori certe canzoni e cose così. Ma è anche un po’ il gioco che si crea a Germi naturalmente con tutti gli ospiti che vengono, perché anche quelli affermati tendono purtroppo a perdere il contatto con le persone. Pensa alle dinamiche di un tour grosso, che ti portano ad allontanarti completamente dalle persone: tu arrivi al pomeriggio al soundcheck più o meno blindato, scappi in albergo, ceni, arrivi mezz’ora prima dello show, suoni e un’ora dopo lo spettacolo vieni riportato in albergo. La gente non la vedi, non la incontri, non ci parli, a meno che non esca tu stesso in mezzo alla calca, ma in quel caso è una cosa un po’ forzata. Dal nostro punto di vista, se esci in mezzo fai fatica anche solo a scambiare due parole con qualcuno, perché più che altro a quel punto sei aggredito, o ne hai quanto meno la sensazione. A Germi è chiaramente tutto più facile: un posticino piccolo piccolo per scambiare due chiacchiere con una persona che addirittura potrebbe diventare amica, in qualche maniera».
Germi

Ghemon durante la sua esibizione a Germi.

Fra gli ospiti in programma nel calendario c’è anche il nome di Fabio Celenza, talentuoso chitarrista che però è diventato famoso su internet attraverso i suoi doppiaggi bizzarri: strizzate un po’ l’occhio anche alla dimensione web e alla viralità?
«Non è un mondo a cui si può voltare le spalle: chiaro che abbiamo tutte le nostre remore e critiche, che non sto qua a sciorinare, però nella fattispecie Fabio è un fenomeno. Sì, è famoso su internet, ma è prima di tutto un ragazzo che ha scoperto un talento fuori dal comune e che ha inventato una formula altrettanto sui generis. Poi abbiamo avuto modo di conoscerlo anche tramite Propaganda Live: i musicisti là sono tutti nostri amici e c’è anche il nostro batterista di mezzo, è un giro ampio di conoscenze che ha fatto sì che ci incontrassimo. Stiamo organizzando cosa fargli fare da noi, sempre con la richiesta di qualcosa di speciale, probabilmente farà un mix di cose. Sicuramente ci sarà un po’ dei suoi doppiaggi che lo hanno tanto reso popolare, ma rimane sempre l’idea di suonare, quindi sta a lui chiamare una piccola band per fare alcuni suoi pezzi e per esprimersi come musicista, cosa che non ha modo di fare normalmente».
Un’ultima domanda: magari non ci avete pensato per il momento, essendo comunque agli inizi, ma nel lungo periodo ipoteticamente ritenete che un locale come Germi si possa portare in altre città?
«In realtà sì, in maniera totalmente embrionale ne stiamo già parlando. Uno dei privilegi del nostro mestiere è quello di girare tanto, conoscere molto bene il nostro Paese e avere delle piccole roccaforti in altre città di riferimento a cui siamo particolarmente legati. La vera forza della libreria e di questo spazio così piccolo e particolare siamo noi quattro. Lo diceva anche una persona che è venuta da noi ieri per la prima volta. Mi ha chiesto: «Ma li conosci tutti? Perché sembra che siate tutti amici». In realtà non conoscevo quasi nessuno, solo che sembra che ci sia un livello di complicità e di non detto che fa sì che la situazione sia totalmente domestica. Da marzo, ogni volta che abbiamo potuto siamo stati presenti, ma ci siamo stati davvero, non solo per metterci la faccia. Questo stesso concetto immaginato in altre città, con persone a noi molto care che sposano questa idea nel profondo (chiaramente con una supervisione probabilmente sempre mia e di Manuel su una programmazione che possa essere condivisa), potrebbe essere molto affascinante. Anche l’idea di avere una programmazione che permetta agli stessi artisti di muoversi fra tre o quattro Germi diversi in Italia può essere molto interessante e anche intelligente: diventerebbe una sorta di Germi tour. Ci abbiamo preso un po’ gusto e stiamo cominciando a valutare questa possibilità».

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Vittorio Comand

Sono nato a Palmanova, in provincia di Udine, il 25 febbraio 1995. Sono appassionato di musica fin da quando avevo sei anni e a tredici ho iniziato a suonare la batteria. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine decido di iscrivermi all'università di Padova, presso il dipartimento di Economia. Nel tempo libero guardo film e serie tv, cerco di completare la Settimana Enigmistica, leggo e strimpello la chitarra. Scrivo perché non c’è niente di meglio che parlare di ciò che si ama e questo piccolo spazio me ne dà la possibilità.

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