Il Nobel per l’economia: al servizio del potere o della scienza?

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L’economia è davvero una scienza? Se sì, perché non obbedisce alle leggi kuhniane per cui, quando un determinato paradigma comincia a dimostrare delle falle nelle proprie capacità predittive, esso dovrebbe essere sostituito da un nuovo paradigma, dal maggior potere esplicativo? 

Se da un lato la teoria della relatività generale di Einstein trova conferme a distanza di più di un secolo, dall’altro gli economisti hanno dimostrato nel 2008 di non essere ancora in grado di prevedere crisi di portata globale, nonostante la vastità dei dati in loro possesso e il continuo affinamento dei loro modelli teorici. Modelli il cui valore è peraltro spesso avallato dal conferimento di riconoscimenti accademici, su tutti il Nobel per l’economia.

È proprio tale premio, assieme alla propria capacità di indirizzare e (non) modificare un più ampio dibattito politico e ideologico, che sta al centro del libro Il discorso del potere: il premio Nobel per l’Economia tra scienza, ideologia e politica, scritto dall’economista Emiliano Brancaccio ed edito da Il Saggiatore.

Nel suo libro, Brancaccio domanda in maniera provocatoria se sia forse opportuno abolire il Nobel per l’economia, al fine di favorire una dinamica pluralista all’interno del processo di evoluzione di questa disciplina. L’autore sostiene infatti che, sin dal concepimento di tale premio (per altro non direttamente voluto da Alfred Nobel, che si era esplicitamente opposto all’idea di riconoscere l’economia come una scienza), la sua assegnazione abbia svolto un ruolo anzitutto politico, con la specifica funzione di fornire alla Banca di Svezia, ideatrice del Premio, delle salde e riconosciute basi scientifiche con cui giustificare le proprie azioni ed in particolare il proprio ruolo. Come molte altre banche centrali, infatti, la Riksbanken si propone come organo totalmente indipendente dalle dinamiche politiche, il cui obiettivo è esclusivamente quello di garantire la stabilità dei prezzi in un dato sistema, invece di assecondare le politiche fiscali decise dal potere esecutivo e legislativo (un dibattito che si noterà non essere mai passato di moda, ed anzi aver ritrovato vigore negli ultimi tempi).

In effetti, dal 1969 ad oggi il Premio Nobel per l’economia è sempre stato assegnato ad accademici portavoce della cosiddetta teoria neoclassica e mainstream, ovvero quella per cui, in assenza delle cosiddette “imperfezioni di mercato” (asimmetrie informative, monopoli ed oligopoli, esternalità), lo stesso mercato è destinato a produrre il risultato più efficiente possibile, in cui ogni risorsa è impegnata dove è più produttiva, cioè dove il suo rendimento è massimizzato. O quantomeno, visti i recenti “ripensamenti ideologici” di alcuni insigniti (Paul Krugmann e Joseph Stiglitz su tutti), il riconoscimento è stato conferito a economisti i quali hanno sviluppato teorie, modelli o metodi empirici che prendono come punto di riferimento un ideale equilibrio generale corrispondete a quello appena descritto.

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I vincitori del premio Nobel nel 2017. Da sinistra a destra: Richard Thaler, Richard Henderson, Joachim Frank, Jacques Dubochet, Kip Thorne, Barry Barish and Rainer Weiss. Foto: Anadolu Agency/Getty Images.

A sostegno della propria tesi, Brancaccio cita inoltre anche l’episodio quantomeno controverso di cui si è reso protagonista il vincitore del premio nel 2014, Jean Tirole. Proprio nello stesso anno, a seguito della premiazione, una sua lettera privata all’allora Ministro dell’Università e della Ricerca francese è stata diffusa dalla stampa, provocando non poco scalpore. Nella lettera Tirole si opponeva duramente alla creazione di una sezione all’interno del Consiglio Nazionale delle Università francesi dedicata espressamente alla valorizzazione e diffusione di metodi e teorie economiche “eterodosse”. L’economista sosteneva infatti che una tale concessione avrebbe rappresentato “l’anticamera dell’oscurantismo” – affermazione che l’autore del libro ritiene piuttosto paradossale, date le parole conservatrici dello stesso Tirole.

Certamente, se il campo fosse quello di una delle scienza “dure” (chimica, biologia, matematica, eccetera) un appello simile a quello di Tirole sarebbe stato recepito in maniera completamente diversa: l’intera comunità scientifica non esiterebbe ad alzare la voce se qualcuno provasse a sostenere che il calore ha una propria entità materiale, che i vaccini causano l’autismo o che al numero 1 segue il numero 3. Non vi sarebbe disaccordo alcuno nel ritenere tali idee anacronistiche, indimostrabili e semplicemente errate. Tuttavia, in ambito economico, le conclusioni non sono altrettanto univoche.

La questione dunque si ripresenta: si può considerare l’economia una scienza alla pari di quelle sopracitate? Per provare a rispondere a tale domanda bisogna fare un passo indietro rispetto alla tesi di Brancaccio. La distinzione che questi propone, tra economisti ortodossi ed eterodossi, sembrerebbe sicuramente disqualificare l’economia dalla condizione di scienza secondo l’approccio kuhniano alla questione. L’assenza di quelli che il filosofo della scienza chiamava paradigm shifts suggerisce che il metodo secondo cui evolve l’economia non è paragonabile a quello che caratterizza le altre scienze “dure”, ovvero un processo ciclico per cui a fasi di “normalità” in cui un “paradigma” (un determinato modo di processare e interpretare le osservazioni, dimostrando come queste siano in linea con i modelli teorici) domina la scena scientifica, si contrappongono fasi di rivoluzione che nascono dal progressivo e incrementale presentarsi di anomalie (osservazioni in contraddizione con il “paradigma” dominante). In questo senso, infatti, la teoria economica non ha conosciuto nessuna rivoluzione vera e propria: lo stesso Keynes, considerato da molti come un sovvertitore della disciplina, suggeriva una visione alternativa dell’economia (in cui lo Stato doveva avere un ruolo attivo nella determinazione della domanda aggregata) solo in alcune situazioni particolari della congiuntura economica, rimanendo comunque fiducioso nella capacità dei mercati di partorire equilibri efficienti in tutti gli altri casi.

Se però l’approccio epistemologico che si sceglie è quello elaborato dal filosofo austriaco Karl Popper, le conclusioni sono diametralmente opposte. Secondo Popper, infatti, una scienza può essere definita tale solamente nel momento in cui questa, per propria costruzione e natura, può essere falsificata evidenziandone limiti e le deficienze nel descrivere il mondo reale. In questo senso, la disciplina economica risulta aderire alla definizione di scienza. Ciò che va notato, tuttavia, è che una contrapposizione eterodossia-ortodossia non deve necessariamente essere collegata alla distinzione scienza-non scienza. Ciò perché anche un approccio eterodosso, come per esempio quello di Keynes, sarebbe tanto falsificabile quanto quello neoclassico. In entrambi i casi, infatti, sarebbe idealmente possibile costruire un esperimento per verificare la correttezza (o, meglio ancora, la scorrettezza) delle previsioni dei rispettivi modelli. Tale processo consentirebbe inoltre di affinare gli stessi modelli, avvicinandoli progressivamente (e non in maniera repentina, come nell’epistemologia di Kuhn) a una veritiera rappresentazione della realtà.

La classificazione che Brancaccio propone nel suo libro, dunque, sembra trascurare quanto sta all’origine delle teorie che lui identifica come ortodosse (o neoclassiche), ma che dovrebbero più ampiamente essere descritte come utilitaristiche. L’intero apparato economico cosiddetto mainstream si basa infatti su una serie di supposizioni (talune, come quella della razionalità perfetta degli agenti economici, assai difficili da considerare verosimili e addirittura smentite da alcuni vincitori del Premio Nobel) che vengono riassunte nel concetto di funzione di utilità, ovvero di una ipotetica descrizione analitica delle preferenze di un singolo individuo, con lo scopo di poterne descriverne le azioni e le scelte come costanti tentativi di massimizzare la stessa utilità.

La capacità di poter costruire modelli analitici, che pertanto seguono le inconfutabili leggi della matematica e della logica, è il motivo per cui la supposizione dell’esistenza di tali utilità è fondamentale per l’economia in quanto scienza. Ma non solo: la possibilità di poter in un qualche modo quantificare, o per lo meno ordinare, le preferenze degli agenti economici fa sì che l’economista (o, più propriamente, l’econometrico) sia in grado di confrontare le previsioni dei modelli teorici con i dati empirici.

Proprio questa capacità di poter raffrontare pensiero astratto e analitico con la realtà dei fatti è ciò che rende l’approccio mainstream all’economia quanto di più vicino alle scienze “dure”. Lo stesso discorso non può essere applicato ad altre teorie “concorrenti”, come ad esempio quella marxiana della lotta di classe, in quanto queste risultano intraducibili in ideali osservazioni empiriche e pertanto non falsificabili.

La scelta di assegnare finora il premio Nobel esclusivamente a rappresentati della teoria neoclassica dell’economia non deve essere dunque vista come un tentativo di oscurantismo (così come non deve essere vista in questi termini nemmeno la sopraccitata lettera di Jean Tirole), ma bensì come un impegno a preservare la dignità scientifica di una disciplina facilmente manipolabile a fini politici.

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Friedrich Hayek e re Karl Gustaf durante la cerimonia di premiazione per il premio Nobel per l’economia nel 1974. Foto: Reportagebild/AP.

Come riporta Brancaccio nel proprio libro, infatti, lo stesso Friedrich Hayek, insignito del premio Nobel per l’economia nel 1974 e fra i maggiori difensori della teoria mainstream, sostenne, durante il discorso di ringraziamento davanti all’Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma, la propria opposizione all’assegnazione di tale premio, giustificando tale opinione con la convinzione che «il premio Nobel conferisce a un individuo un’autorità che nessun uomo dovrebbe possedere in economia», in quanto, contrariamente alle altre scienze, «l’influenza dell’economista che conta maggiormente è quella esercitata sui non addetti ai lavori: politici, giornalisti, funzionari e il pubblico in generale».

Le parole di Hayek sono senz’altro vere e si sono dimostrate tali nel corso dei decenni, ma assumono i connotati di un monito e, paradossalmente, di una difesa di un premio Nobel per l’economia sempre più ad appannaggio di chi, con il proprio lavoro e la propria ricerca, cerca di portare la disciplina allo stesso livello gnoseologico di fisica, chimica e biologia, in un momento storico in cui l’opinione e l’ideologia sembrano aver preso il posto di fatti e logica.

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