Brexit: gli effetti di un’uscita senza accordo

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Boris Johnson potrebbe essere il premier meno duraturo della storia del Regno Unito. Lo scorso martedì 3 settembre Johnson ha incassato la sua prima importante sconfitta alla Camera dei Comuni, perdendo l’unico deputato che gli permetteva ancora di avere la maggioranza. L’opposizione e la parte “ribelle” del partito conservatore hanno votato una mozione per determinare il calendario delle votazioni della Camera. Con 328 “sì” è stata fissata per mercoledì 4 settembre la votazione sulla legge formulata dall’opposizione per impedire una “no-deal Brexit”. Il provvedimento è poi passato alla Camera dei Comuni con 327 voti favorevoli e 299 contrari. Inoltre, il Parlamento ha bocciato la proposta del premier di anticipare le elezioni al 15 ottobre. Il Partito Laburista, guidato da Jeremy Corbyn, astenutosi dalla seconda votazione, si è detto pronto a votare a favore di nuove elezioni solamente quando la legge per impedire l’uscita senza accordo avrà finito il suo iter (dovrà essere prima approvata dalla Camera dei Lord e poi firmata dalla Regina). Iter che le opposizioni sperano si possa concludere entro la settimana, in quanto martedì 10 settembre entrerà in vigore la sospensione del parlamento chiesta da Johnson che durerà fino a metà ottobre.

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Il primo ministro britannico, Boris Johnson, durante il voto in Parlamento il 3 settembre 2019. Fonte: Internazionale.

Dunque, niente uscita senza accordo e niente elezioni anticipate. Le opzioni rimaste al governo britannico sono poche: Johnson dovrà tornare in Europa a negoziare un nuovo accordo che però non sarà facile da trovare. Sarà probabilmente costretto a chiedere di nuovo un rinvio della Brexit. A Bruxelles, però, non troverà sicuramente le porte aperte. In primo luogo, la delegazione europea non si è mai detta pronta alla modifica e negoziazione di un nuovo accordo, soprattutto nella parte del cosiddetto “backstop”, ovvero il problema del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Inoltre i leader europei già a giugno, quando è stata concessa l’ultima proroga, avevano dato un ultimatum al Regno Unito, dicendo che non erano possibili ulteriori rinvii. La legge approvata dalla Camera bassa lo scorso 4 settembre, dunque, non basterà a scongiurare del tutto una Brexit senza accordo. Infatti, non solo l’UE potrebbe decidere di non rinviarla ulteriormente, ma Boris Johnson potrebbe anche non tener conto dell’indicazione del Parlamento.

Il Regno Unito, dunque, sembra nel caos. Sia la maggioranza che l’opposizione non hanno ancora un piano definito e in grado di ottenere l’approvazione delle Camere per uscire dall’Unione europea. Intanto le proteste dei cittadini si fanno sempre più insistenti: diversi di loro si sono riuniti di fronte al Parlamento britannico nei giorni scorsi per chiedere risposte concrete o, addirittura, la revoca della Brexit. Un eventuale “no-deal” spaventa tutti: i cittadini britannici, gli expat europei che vivono in UK, l’Unione Europea, ma soprattutto spaventa le aziende e gli investitori che subiranno, senza dubbio, i maggiori danni.

Manifestanti anti-Brexit fuori dal Parlamento britannico. Fonte: todayonline.com

I danni di un “no deal” sull’economia britannica

Secondo un dossier trapelato dalle fila del governo e riportato dal quotidiano Sunday Times, un’eventuale Brexit senza accordo significherebbe un improvviso blocco delle entrate e delle uscite dal Regno Unito, sia di beni che di persone. Ci sarebbe dunque il blocco dei confini con l’Unione Europea, in particolare con la Francia, un collasso delle dogane che potrebbe addirittura durare tre mesi. Il Regno Unito necessiterebbe dunque di un preventivo approvvigionamento di beni di prima necessità, come cibo e medicinali. Ma più che il breve periodo, sono gli effetti dannosi di lungo periodo a preoccupare la “business class” inglese. Un’uscita senza accordo dall’UE vorrebbe dire la cancellazione di diversi trattati commerciali che il Regno Unito ha stipulato con gli altri paesi europei o con paesi terzi nell’ambito dell’Unione. Per negoziare nuovi accordi con l’UE, o con altri stati, ci vorrà tempo. Le trattative per concludere accordi commerciali, di solito, occupano anni, soprattutto per quanto riguarda alcuni settori. Il Regno Unito, dovendo muoversi in fretta, rischierebbe di dover rinunciare ad alcuni privilegi  e standard comuni ai paesi europei. Potrebbe essere costretto all’abbassamento degli standard alimentari o ad accettare l’invasione di beni manifatturieri provenienti da paesi con manodopera a basso costo.

Attualmente, l’economia britannica si basa principalmente sul settore terziario, che negli ultimi anni è cresciuto enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi l’80% del PIL del Regno Unito. Il settore manifatturiero, invece, si è ridotto a poco più del 10% del PIL, ma è anche il settore che subirebbe maggiori danni da un’uscita senza accordo. Questo è ciò che riporta lo studio dell’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, pubblicato lo scorso 3 settembre. L’industria manifatturiera e, in particolare, quella automobilistica, è completamente integrata nelle supply chains europee, per cui un eventuale blocco delle dogane significherebbe per il Regno Unito un crollo degli export. Anche le società di servizi, però, si troverebbero in difficoltà. L’incertezza politica ed economica, che ormai va avanti da mesi, sta destabilizzando gli investitori che così perdono fiducia nell’economia britannica e nella sterlina. In una lettera aperta, riportata dal The Guardian, diversi gruppi di multinazionali hanno espresso la loro preoccupazione riguardo a una “no-deal Brexit”. Chiedono al primo ministro di trovare al più presto un nuovo accordo con l’Unione e, soprattutto, un accordo che preveda un periodo di transizione ampio e ben regolamentano, che gli permetta di delineare piani d’azione ben definiti e calibrati.

La città di Londra

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La “City” di Londra, il centro finanziario della città.

L’economia britannica è per lo più trainata dalla città di Londra, dove nel referendum del 2016 vinse il Remain e dove c’è un’enorme concentrazione di società di servizi e investimento. Londra è da anni il più importante centro finanziario del continente Europeo. Il sogno dei britannici sarebbe quello di far diventare la City la Singapore d’Europa, ma per il momento l’impresa non è affatto semplice. Londra conserverà il suo ruolo primario nella finanza globale: l’ecosistema particolarmente favorevole agli investimenti che si è creato negli anni non è facilmente replicabile e i costi di trasferimento sono spesso molto elevati. La città inglese, però, ha già dimostrato segni di debolezza: è tornata ad occupare la seconda posizione nella classifica del Global Finance Centres Index sui centri finanziari più importanti del mondo, preceduta da New York. Intanto, mentre Londra scende nel ranking, altre importanti città europee raccolgono i frutti della disfatta. Aziende, società di investimento e istituti finanziari hanno da tempo cominciato a elaborare dei piani di contingenza per attutire al meglio il colpo di un eventuale uscita senza accordo. Si assiste, in particolare, a una transizione multipolare: gli investitori, pur rimanendo per ora con la casa madre a Londra, stanno spostando competenze, attività e filiali in altre città europee. Amsterdam è la destinazione preferita per le piattaforme di trading, Parigi e Francoforte accolgono banche, Lussemburgo e Dublino, grazie ai loro regimi fiscali favorevoli, invece, sono la meta perfetta per le aziende.

Cosa potrebbe succedere il 31 ottobre

Dunque, il caos e l’incertezza sembrano regnare sovrani nel Regno Unito, sia all’interno degli organi istituzionali, sia fuori. Per Boris Johnson trovare un nuovo accordo con l’Unione Europea sarà molto difficile, tanto più ottenere un ulteriore rinvio. Si rischia, quindi, che il 31 ottobre il Regno Unito sarà costretto ad uscire dall’Unione senza accordo. A nessuna delle due parti conviene concludere la vicenda con un “no-deal”. Tirare, però, ancor più per le lunghe la trattativa, con la consapevolezza che maggior tempo probabilmente non sarà sinonimo di nuovo accordo, non è una soluzione adottabile all’infinito. I cittadini britannici ed europei, le aziende e gli investitori hanno bisogno di certezze, di un piano per il futuro. L’incertezza potrebbe provocare ancor più danni di quanti ne provocherebbe un’uscita senza accordo. Come ultima soluzione, rimarrebbe l’ipotesi di un secondo referendum. Per ora, nel Parlamento britannico non ci sono i numeri perché una proposta del genere possa essere adottata.

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Cecilia Valente

Nata a L’Aquila nel 1996, attualmente faccio avanti e indietro dalla mia città natale a Roma, dove vivo. Mi sto laureando in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli. Alla ricerca della laurea magistrale che faccia per me, spero di poter fare dei miei studi un lavoro. Divoratrice compulsiva di libri, ho un amore sconfinato per gli autori americani. Assidua frequentatrice di librerie e edicole, leggo a tempo pieno e scrivo a tempo perso. Aspirante giornalista, nutro un particolare interesse per le questioni riguardanti l’Unione Europea e la Politica Estera, di cui scrivo qui su The Wise.

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