Giorgio Squinzi, addio a un uomo di sport

Giorgio Squinzi, patron del Sassuolo. Foto: Claudio Villa - Inter/Inter via Getty Images.
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Di storie sullo sport ce ne sono tante. In genere si raccontano le gesta degli atleti sul campo, celebrandone la carriera e i successi, ma oggi vogliamo ricordare la figura di Giorgio Squinzi. Una persona principalmente conosciuta per le capacità imprenditoriali, ma con una forte passione per lo sport. Un uomo che ha reso grande la Mapei, azienda familiare, rendendola una vera e propria società leader nel settore dell’edilizia. Grazie ai successi di quest’ultima, Squinzi sfrutta il suo nome per investire in società sportive: prima nel ciclismo con la Mapei e successivamente l’US Sassuolo. In entrambi i casi è riuscito a finanziare dei progetti molto ambiziosi, ottenendo ottimi risultati. Soprattutto, è riuscito a dare risalto ad atleti capaci di distinguersi nelle proprie discipline, specie nel ciclismo: durante la sua permanenza a capo della Mapei-Quickstep, riuscì ad avere tra le proprie fila ben quattro campioni del mondo di ciclismo in linea. Dal 2002, anno in cui abbandonò la bicicletta per passare al pallone da calcio, per entrare nella società dell’Unione Sportiva Sassuolo, diventa a suo modo protagonista di una storia di calcio di provincia un po’ atipica. Infatti, nonostante la squadra sia a tutti gli effetti di Sassuolo, non gioca in città dal 2008, anno in cui lasciò lo stadio Enzo Ricci per trasferirsi all’attuale Mapei Stadium di Reggio Emilia. Ciò non impedisce alla squadra di diventare una vera e propria realtà del calcio italiano, rappresentando “il calcio di provincia”, seppur non ubicato nella provincia di Modena.

Giorgio Squinzi

Giorgio Squinzi e la squadra di ciclismo della Mapei. Foto: Imago.

Come detto in precedenza, una storia sportiva atipica. È il racconto della vita di un uomo che partendo dalla capacità imprenditoriale di promuovere la sua azienda, è riuscito a investire – grazie al suo lavoro – ad altissimi livelli nello sport. Tutto parte dal padre Rodolfo, grande appassionato di ciclismo, che sognava di diventare un professionista. Una volta laureato, Giorgio entra nell’azienda di famiglia e la farà crescere fino a farla diventare un’attività con due miliardi e mezzo di euro di fatturato registrato. L’enorme successo della Mapei ha contribuito a quella che è stata la conquista del mondo dello sport. Nel 1993, infatti, nasce la squadra di ciclismo Mapei, di proprietà di Giorgio Squinzi. Diventerà a tutti gli effetti una delle squadre più vincenti del ciclismo degli anni Novanta. Tra le loro fila, la Mapei vantava grandi corridori italiani come Franco Ballerini, Michele Bartoli e Paolo Bettini, oltre a corridori internazionali che si sono distinti nel mondo del ciclismo. Tra loro, ben quattro campioni del mondo di corsa in linea. Dal 1993, anno in cui la Mapei debuttò, fino al 2002, la squadra di Giorgio Squinzi si piazzò al primo posto della classifica della UCI, ovvero il ranking delle squadre di ciclismo. Pertanto la Mapei, oltre a essere diventata leader nella produzione di materiali per costruzione edilizia, aveva associato il proprio nome al mondo del ciclismo, mettendosi a dettare il passo – restando in termini ciclistici – di tutti gli altri. La Mapei rimase in testa alla classifica della UCI per ben sei anni di fila, dal 1994 fino al 2000, per poi tornarci una seconda volta nel 2002. Nel 1996, la Mapei-Quickstep ottenne uno storico podio nella Parigi-Roubaix: nell’anno del centenario della corsa, i primi tre classificati erano tutti corridori della squadra di Giorgio Squinzi. Nel 2002 però il ciclismo e la Mapei si separarono, sciogliendo a tutti gli effetti la squadra. L’aumentare di scandali di doping legati alla disciplina convince un deluso Squinzi ad abbandonare la bicicletta – figuratamente – per lanciarsi in una nuova realtà, quella del calcio. Nel 2002 infatti, entra a far parte della società dell’Unione Sportiva Sassuolo, squadra di Serie C2 che porterà fino alla Serie A.

giorgio squinzi

I tre corridori della Mapei-Quickstep che ottennero il podio alla Parigi-Roubaix del 1996. Foto: Getty Images.

Nell’anno in cui Giorgio Squinzi arrivò nella società, il Sassuolo era stato retrocesso a tutti gli effetti, per poi venire rispescato. Dopo quel momento buio, i neroverdi iniziano a costruire piano piano una squadra capace di affermarsi in Serie C, crescendo sempre di più. Questo percorso iniziale dura circa cinque anni e, alla fine di questo lustro, il Sassuolo conquista la Serie B vincendo il campionato di C nel 2008, dopo che aveva già sfiorato l’obiettivo un anno prima. Quell’anno, sulla panchina della squadra di patron Squinzi sedeva Massimiliano Allegri e tra le sue fila militava già Francesco Magnanelli, giocatore che diventerà primatista di presenze con la maglia neroverde. Con l’arrivo nella serie cadetta, il Sassuolo è costretto a “cambiare casa”, arrivando a giocare nello stadio che ha reso suo, il Mapei Stadium di Reggio Emilia. Nella prima stagione in Serie B, il Sassuolo concluderà il campionato al settimo posto, risultato comunque storico nonostante il retrogusto amaro di aver mancato i playoff per un soffio. Si notava indubbiamente la crescita di questa realtà, distaccata dalla territorialità ma con le idee ben chiare per quanto riguarda lo sviluppo di giocatori e del proprio status. Ci saranno diverse possibilità per giocatori e allenatori sotto il tacito consenso di Giorgio Squinzi, che è sempre stato un promotore di uno sport “pulito”. Con l’andare degli anni, il Sassuolo troverà allenatori di spessore come Pioli e lo stesso Allegri, ma soprattutto troverà Eusebio Di Francesco: tecnico che sarà artefice di un piccolo grande ciclo neroverde, iniziato con la promozione del Sassuolo in Serie A e colmato con la qualificazione in Europa League. Durante questo periodo, oltre al suo tecnico, la squadra di patron Squinzi lancerà e coltiverà il talento di giocatori come Domenico Berardi e Simone Zaza, ma non solo; anche il romanista Lorenzo Pellegrini e gli attuali interisti Matteo Politano e Stefano Sensi.

Giorgio Squinzi

Simone Zaza, col numero 10, uno dei tanti talenti esplosi nel Sassuolo di Giorgio Squinzi. Foto: Getty Images.

Dopo le prime stagioni di adattamento, il picco massimo della storia del Sassuolo è certamente il sesto posto in Serie A, che vuol dire preliminari di Europa League. Competizione che vide i neroverdi a un esordio difficile, vinto con merito ai danni dell’Athletic Bilbao, per poi finire all’ultimo posto del girone. Da lì un calo che ha portato il Sassuolo a occupare posizioni più basse in classifica. Nonostante le difficoltà, continua a portare avanti il suo credo, puntando sui giovani, non solo in campo. Dalla stagione 2018/2019 sulla panchina del Sassuolo siede Roberto De Zerbi, considerato uno tra i migliori allenatori emergenti del calcio italiano. Basti pensare che anche il Barcellona – apparentemente – fosse interessato a lui per affidargli la panchina nella stagione che si è appena conclusa. Tanto del merito della crescita della favola Sassuolo è dato dalla grande disponibilità economica della Mapei di Giorgio Squinzi. Nel corso degli anni, tramite lo strapotere economico nei confronti delle altre contendenti alla vittoria del campionato, è riuscito ad attirare e profili di alto livello per migliorare lo status dell’US Sassuolo. Tra i tanti meriti ci sono anche dei demeriti, ovvero quello di aver creato sì una squadra di alto livello quasi dal nulla, ma che potrebbe essere considerata una “cattedrale nel deserto”. Già il fatto che dalla Serie B in poi il Sassuolo di Giorgio Squinzi giocasse a Reggio Emilia dava la sensazione che sì, si potesse fare del bel calcio nella provincia, ma senza la stessa euforia che può dare il giocare nella propria città tra i propri tifosi. Tutto ciò non ha impedito al Sassuolo di Squinzi di diventare una vera e propria realtà del calcio italiano.

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Arnaldo Figoni

Sono nato a Olbia il 30 giugno 1989, ma da sempre vivo a La Maddalena. Coinvolto fin da piccolo negli sport - calcio, basket, ma anche rugby - ho sviluppato una passione per la disciplina sportiva in generale, nel conoscere e poter raccontare delle storie, coltivando il sogno nel cassetto di poter esercitare proprio la professione di giornalista.

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