Cile: quali sono le vere ragioni delle proteste

Si parlava di “miracolo cileno”, sembrava che il Cile potesse essere considerata la tigre sud americana: l’eccezione in un continente in cui le politiche di sviluppo non hanno sempre dato i risultati sperati. Il Cile è il paese più ricco dell’America Latina, l’unico del continente ad aver avuto uno sviluppo paragonabile, appunto, a quello delle cosiddette tigri asiatiche. Eppure, dietro a un Paese ricco si nascondono diseguaglianze e ingiustizie che in queste settimane hanno portato migliaia di cileni a scendere in piazza contro il “carovita”.

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Manifestanti durante una protesta contro il governo cileno, 25 ottobre 2019, Santiago del Cile. Foto: reuters.com

Cosa sta succedendo in Cile

Le proteste sono iniziate nelle prime settimane di ottobre, a seguito dell’entrata in vigore di un aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago. Un amento di trenta pesos (circa quattro centesimi) che potrebbe sembrare irrisorio, ma che ha dato inizio a un movimento di protesta antigovernativo che va ormai avanti da settimane nel Paese. A dare il via alle manifestazioni sono stati gli studenti che hanno invaso in massa le stazioni della metropolitana della capitale cilena, entrando senza pagare. Fin da subito, gli studenti hanno cominciato ad accostare al malcontento per l’aumento del biglietto delle questioni più importanti, chiedendo al governo cileno maggiori investimenti sull’istruzione e sulle infrastrutture scolastiche. Il Parlamento ha poi ritirato la misura con cui era stato aumentato il costo del biglietto urbano, come annunciato dal Presidente Piñera, ma le manifestazioni non sono cessate. Questo, a dimostrazione del fatto che le cause dietro ai disordini cileni sono ben più profonde di quel che sembra e rischiano di minare la stabilità del Paese.

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La risposta del governo

Dopo i primi giorni di protesta pacifici, agli studenti liceali e universitari di Santiago si sono unite anche altre fasce della società e dal 18 ottobre scorso le proteste sono spesso sfociate in atti violenti. Bus incendiati, negozi saccheggiati e diversi scontri tra polizia e manifestanti hanno causato la morte di diciotto persone. Il governo ha risposto con forza, dispiegando per le strade di Santiago forze dell’ordine ed esercito, cosa che non succedeva dagli anni del generale Pinochet. Piñera ha poi dichiarato lo stato di emergenza nella capitale, permettendo alle forze armate di avere poteri straordinari. La risposta governativa è stata fin troppo dura, come hanno denunciato diverse organizzazioni per i diritti umani. Ecco perché Michelle Banchet, l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani ed ex Presidente del Cile, ha annunciato che l’ONU manderà una propria missione in Cile per indagare su presunte violazioni delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Eppure, nonostante le dure misure di contrasto, i manifestanti non si sono arresi, sintomo del vero disagio che il Paese sta vivendo. Dunque, lo scorso martedì 22 ottobre, Piñera ha provato a placare i disordini evitando un ulteriore uso della forza, ma facendo un discorso rivolto alla nazione. Il Presidente si è scusato, a nome del governo, per non aver riconosciuto e non aver attenuato “la situazione di diseguaglianza e abusi” che affligge il Cile da anni.

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Autobus incendiato durante le proteste a Santiago del Cile. Foto: CNBC.com

Le riforme annunciate dal Presidente

Le riforme annunciate sono tutte volte ad aumentare il ruolo sociale dello Stato in diversi ambiti: dall’istruzione, al lavoro, alla sanità. Tra le più importanti, senza dubbio, quella sul salario minimo: tutti i lavoratori full-time dovrebbero ricevere un salario di almeno trecentocinquanta pesos e, nel caso fosse più basso, lo Stato dovrebbe prevedere una forma di integrazione. Poi, una riforma del sistema pensionistico, punto chiave delle richieste portate avanti dai manifestanti e una riforma del finanziamento del sistema sanitario che permetta a più famiglie cilene di usufruire dei servizi ospedalieri e di accedere alle medicine necessarie alle cure. Tutte promesse che fino ad ora rimangono solamente tali, ma che comunque potrebbero essere un importante passo avanti verso la stabilizzazione della crisi attualmente in corso. Infine, davanti alla resistenza dei manifestanti, il 26 ottobre, dopo l’ennesima manifestazione tenutasi a Santiago a cui ha partecipato circa un milione di cileni, il Presidente ha annunciato un rimpasto di governo.

Le vere cause della protesta

Il malcontento, dunque, è ben radicato negli animi della popolazione cilena. La misura di aumento del costo del biglietto della metropolitana è stata solamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Andando avanti nelle settimane, è risultato sempre più chiaro quanto in realtà le motivazioni dietro alle proteste fossero molto più profonde. Le statistiche sulla distribuzione dei redditi danno il Cile tra i Paesi con il più alto indice di diseguaglianza non solo nel continente sudamericano, ma tra tutti i Paesi a medio-alto reddito. Le politiche neoliberiste portate avanti negli anni del generale Pinochet stanno mostrando il loro lato negativo. Se, da una parte, hanno fortemente contribuito allo straordinario sviluppo economico che ha visto il Cile protagonista negli ultimi decenni del secolo scorso, dall’altra hanno lasciato degli importanti strascichi nella società. Il modello economico perseguito dal dittatore cileno, infatti, è stato quello liberista: uno sviluppo affidato in gran parte all’iniziativa privata, con poco spazio per la macchina statale. Politiche volte a incentivare gli investimenti, i trattati commerciali internazionali, la competitività e il libero mercato. Misure che hanno ridotto al minimo il ruolo dello Stato nell’economia del Paese: ecco perché il Cile, a tutt’oggi, ha un welfare state praticamente inesistente.

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Il presidente del Cile, Sebastian Piñera. Foto: La Repubblica

Il sistema pensionistico, che Piñera ha annunciato di voler riformare, è completamente affidato ai privati. Appartenere a una classe medio-ricca, in Cile, è pressoché impossibile: i lavoratori si vedono costretti a investire i loro risparmi in fondi pensionistici che danno dei rendimenti molto bassi. L’altra parte dei guadagni, invece, va alle agenzie di assicurazioni sanitarie. La sanità, infatti, è un altro settore che, seppur non completamente privato, pesa completamente sulle tasche della popolazione. I cileni spendono buona parte dei loro risparmi in assicurazioni mediche che garantiscano loro il pagamento delle cure, in strutture private o pubbliche, a seconda del costo. E la differenza tra strutture pubbliche e cliniche private non è assolutamente di poco rilievo. Infine, l’altro grande pilastro del welfare state “all’europea”, l’istruzione, in Cile è praticamente inesistente. Dall’asilo alle superiori, l’istruzione è diventata gratuita solamente con le riforme portate avanti dalla Presidente Bachelet dopo le manifestazioni di massa degli studenti nel 2011. Il sistema rimane però ancora molto disomogeneo, con le scuole private che hanno un’offerta formativa di qualità superiore. Per quanto riguarda l’università, invece, la maggior parte dei ragazzi cileni studia in università private, pagando rette anche molto alte, e si vede quindi costretta a ricorrere a prestiti.

Il Cile si unisce alle proteste del resto del mondo

Dunque, le riforme promesse dal Presidente Piñera in questi giorni potrebbero essere un buon inizio verso un aumento significativo del ruolo dello Stato nell’economia, in modo da attenuare almeno in parte la situazione cilena. Certo è, però, che per ora rimangono solamente degli annunci e non sarà sicuramente facile implementare certe misure. Aumentare lo stato sociale significa, senza dubbio, aumentare le tasse e, di certo, questa non è una politica popolare. In Cile, però, gli spazi di manovra ci sono: basterebbe tassare i redditi di quella parte di popolazione estremamente ricca per ricavare già una buona parte dell’eventuale spesa pubblica. Bisognerebbe dunque trovare la volontà politica di adottare tali misure e abbandonare, almeno in parte, le tanto care politiche neoliberiste.

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Il Cile è, dunque, un altro Paese da aggiungere alla lista di quelli coinvolti in crisi e proteste di piazza in questi ultimi mesi. Dall’Ecuador, al Cile, al Libano, passando anche per l’Egitto, un’ondata di proteste sta scuotendo molti angoli del pianeta. Protagonisti indiscussi sono, senza dubbio, i giovani. Con i ragazzi di Hong Kong a fare scuola, le nuove generazioni stanno scendendo in piazza contro una classe politica corrotta e un ordine economico ingiusto, per chiedere un cambiamento vero.

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