Juventus, il bel gioco non piace così tanto

Maurizio Sarri, allenatore della Juventus, in occasione della partita Milan-Juventus. Foto: twitter.com/juventusfc
133 Condivisioni

Il 2020 della Juventus sembra essere finora abbastanza disastroso. Se consideriamo che, in tutto il girone d’andata, l’unica sconfitta per i bianconeri – escludendo la Supercoppa italiana – è stata la partita giocata all’Olimpico di Roma contro la Lazio, il trend tenuto dalla formazione di Sarri recita dei dati tutto sommato allarmanti. Fanno pensare parecchio dato che, guardando i risultati finora ottenuti dal punto di vista strettamente oggettivo, molte partite sono state decise dal guizzo di un giocatore singolo, rispetto a una manovra armoniosa a cui Maurizio Sarri ci ha spesso abituato nella sua carriera. Quello che è considerato il “bel gioco”, marchio di fabbrica dell’allenatore ex Chelsea e Napoli, a Torino stenta a farsi vedere. Non tutto però è perduto. Nonostante la pessima forma recente della squadra, la Juventus è ancora in corsa per tutte e tre le competizioni a cui partecipa. Destano preoccupazioni diverse cose però, legate a quella che è l’idea di gioco, non tanto per l’efficiacia del metodo in sé ma per gli uomini utilizzati in campo. Anche nella semifinale di Coppa Italia giocata contro il Milan nella serata di giovedì 13 febbraio gli uomini in campo schierati dalla Juventus erano effettivamente giocatori di qualità: ciononostante, molto semplicemente potrebbero non essere adatti a svolgere determinate mansioni che Sarri richiede loro. Non ci è dato sapere se ci siano effettivamente dei problemi tra Maurizio Sarri e la Juventus, ma raramente la società bianconera ha sollevato un tecnico dall’incarico a stagione in corso, soprattutto quando – come detto in precedenza – tutti gli obiettivi stagionali sono ancora a portata di mano. Sui social, olti tifosi sembrano però essersi stancati di questa situazione, invocando già l’esonero del tecnico. Effettivamente la Juventus sta avendo dei problemi da diversi punti di vista, non solo a livello di risultati, e dà la sensazione di avere una certa fatica a esprimere il sarrismo nella sua intera pienezza. Quali potrebbero essere le cause di questa situazione?

Leggi anche: C’è ancora bellezza. O meglio, c’è sempre stata.

Un cambio di mentalità per la Juventus

Le motivazioni di questo malcontento generale possono essere molteplici. Partiamo da una cosa che è nota, ovvero la tifoseria. Non parliamo di gruppi organizzati né di ultras, ma di semplici appassionati che vedendo la squadra dall’esterno notano cose che non piacciono. Tenteremo di tenere un punto di vista oggettivo, cercando però allo stesso tempo di immedesimarci in quello che è il tifoso juventino. Il bianconero è un tipo di fan sfegatato a cui del gioco in campo importa poco, come del resto il motto della Juventus recita: «Vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta». La frase di Giampiero Boniperti è diventata un vero e proprio mantra. Spesso il concetto espresso dallo storico attaccante della Juventus è stato applicato alle squadre bianconere scese in campo nel corso degli anni. Molte partite giocate dalla Juve durante i campionati scorsi sono quasi sempre state partite a senso unico, con un vero e proprio dominio in tutte le statistiche. Con l’arrivo di Sarri, questa prerogativa del dominare l’avversario è venuta meno rispetto a un’idea di calcio più propositivo e di spettacolo, in contrasto con il metodo precedente in cui si puntava più al dominio e non a divertire. Finita questa premessa, si può parlare in maniera generale di quello che è il punto di vista tattico della Juventus. Tutto inizia dal mercato. Assieme all’arrivo di Maurizio Sarri a Torino, la Juventus ha accolto diversi giocatori nella sua campagna trasferimenti estiva.

I giocatori arrivati dal mercato e aggregati alla prima squadra sono sette: Danilo, Matthijs de Ligt, Merih Demiral, Aaron Ramsey, Adrien Rabiot, Gianluigi Buffon e Gonzalo Higuaín. Sugli ultimi due non c’è bisogno di presentazione, visto che entrambi hanno già fatto parte della squadra, essendo stati parte del gruppo vincente degli ultimi anni. A differenza di Higuaín e Buffon, gli altri cinque però sono finiti sotto la lente d’ingrandimento. Nella prima parte di stagione si parlava spesso della poca concentrazione da parte dell’olandese de Ligt, reo di aver commesso errori talvolta gravi, puniti anche da calcio di rigore. Ma la critica più grande che si può fare al mercato è quella di non aver preso le persone adatte per sviluppare una propria idea di gioco. Tralasciando le critiche legate alle trattattive in uscita, riuscite e non, i rinforzi adocchiati dalla Juventus per proporre un’idea di gioco diversa sembrano avere non poche difficoltà ad adattarsi ai dogmi tattici di Maurizio Sarri. C’è anche da dire che è difficile cambiare mentalità, da quella di una squadra molto attenta – tavolta anche troppo – come quando la Juve era allenata da Massimiliano Allegri a un’idea di calcio spettacolo come quella di Maurizio Sarri. Non è effettivamente un ruolo facile, dato che in tutto ciò le aspettative sono alte. Il compito dell’allenatore ex Chelsea e Napoli è quello di portare la Juventus a vincere in Italia e in Europa, facendo bel gioco e manifestando anche superiorità sull’avversario.

Leggi anche: Vincere, evidentemente, è importante ma non l’unica cosa che conta.

La difficoltà di un gioco molto propositivo senza gli interpreti

Non è un compito semplice, come detto in precedenza, dato che molta della forza delle squadre di Sarri proviene da un centrocampo che fraseggia molto a differenza di Allegri, che ha costruito una linea mediana nel corso degli anni, con l’idea di tenere una certa fisicità. Giocatori come Emre Can e Sami Khedira per Allegri sarebbero stati dei veri e propri totem, mentre per Maurizio Sarri gli stessi due non sarebbero poi così importanti. Per confermare questa tesi, basti vedere la cessione di Emre Can al Borussia Dortmund in questa finestra di mercato invernale. Due idee di calcio contrapposte, che però condividono gli stessi interpreti. Con il cambio di allenatore, giocatori come Pjanić e Bentancur sono diventati più importanti di un Matuidi che, pur essendo un giocatore roccioso, fatica parecchio a creare un calcio fatto di tocchi di prima. Può essere anche difficile per giocatori “maturi” apprendere una mentalità a cui non sono abituati. Miralem Pjanić e Aaron Ramsey vanno per i trent’anni, Blaise Matuidi e Sami Khedira per i trentatré. Inculcare nuovi concetti può risultare difficile per questi giocatori che hanno costruito la propria carriera su altre caratteristiche fondamentali. Pjanić e Ramsey sono avvantaggiati dal fatto di essere abbastanza tecnici, mentre Matuidi e Khedira hanno fatto della loro forza fisica il proprio marchio di fabbrica.

Questi ultimi, così come Emre Can, hanno avuto non poche difficoltà perché fisicamente inadatti a replicare l’idea di calcio di Maurizio Sarri. Gli unici che sembrano avere miglioramenti sono Adrien Rabiot e Rodrigo Bentancur: dalla loro hanno il fatto di essere giovani, dato che il francese va per i venticinque anni, mentre l’uruguaiano per i ventitré. Infatti stanno piano piano migliorando nel capire e comprendere i compiti da loro richiesti. Sempre mettendo il metodo di Sarri in contrapposizione con quello di Allegri: Bentancur nelle scorse stagioni somigliava più a un oggetto misterioso, non avendo una precisa collocazione in un ruolo preciso nelle formazioni di Allegri. Il passare da un pragmatismo “metodico” – di allegriana citazione – a un “bel gioco” di stampo Sarri può richiedere del tempo. Sicuramente trovare un compromesso a breve-medio termine può essere una soluzione, soprattutto perché gli obiettivi per la Juventus sono ancora tutti a portata di mano. Le mancanze di concentrazione in situazione di vantaggio, come in occasione di Verona-Juventus, sono un segnale di voler peccare di presunzione. Evidenza chiara che il passaggio da una mentalità a un’altra può essere molto difficoltoso.

Leggi anche: Juve-Guardiola, storia di un illusionismo giornalistico.

133 Condivisioni

Arnaldo Figoni

Sono nato a Olbia il 30 giugno 1989, ma da sempre vivo a La Maddalena. Coinvolto fin da piccolo negli sport - calcio, basket, ma anche rugby - ho sviluppato una passione per la disciplina sportiva in generale, nel conoscere e poter raccontare delle storie, coltivando il sogno nel cassetto di poter esercitare proprio la professione di giornalista.