Super Tuesday: come è andato il giorno più importante delle primarie USA

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Quella appena passata è stata sicuramente una delle settimane decisive per la campagna elettorale più seguita del mondo. Lo scorso martedì 3 marzo negli Stati Uniti c’è stato il cosiddetto Super Tuesday, il giorno in cui si tengono le primarie per scegliere i candidati alla presidenza nella maggior parte degli Stati americani. In questa tornata elettorale, i riflettori sono puntati sul Partito Democratico. Tra i Repubblicani, infatti, nessuno sembra essere in grado di contrastare l’egemonia del Presidente Trump. La politica americana, soprattutto per quanto riguarda le elezioni presidenziali, è fatta di tradizioni e il “Super martedì” è una di queste.

Quando nasce il Super Tuesday?

L’espressione Super Tuesday cominciò ad essere utilizzata nel 1980, quando tre stati americani decisero di tenere le primarie nello stesso giorno. Nel 1984, poi, gli stati diventarono nove. Il primo Super Tuesday ufficiale si ebbe poi nel 1988, per volontà di alcuni politici Democratici degli stati del Sud. L’obiettivo era quello di aumentare la loro influenza regionale sulla scelta del candidato alla presidenza, nel tentativo di diminuire l’importanza dei temi locali nella corsa alla nomination. Nello stesso anno, anche i Repubblicani decisero di adeguarsi al calendario delle primarie democratiche e quindi avere il “Super martedì”.

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I candidati alle primarie democratiche nel corso di uno dei dibattiti televisivi. Fonte: CNN.com

Come funziona

Ogni Stato decide autonomamente le modalità di voto da seguire per le primarie, ma le leggi elettorali ormai si assomigliano tra di loro. I delegati vengono assegnati su base proporzionale con un criterio misto, statale e distrettuale. C’è però una soglia di sbarramento molto alta del 15 per cento dei voti nell’intero territorio dello stato o più del 15% in un determinato distretto. Gli Stati in cui si è votato lo scorso 3 marzo sono quattordici, più le circoscrizioni estere. Si tratta di North Carolina (110 delegati), Virginia (99 delegati), Massachusetts (91 delegati), Minnesota (75 delegati), Colorado (67 delegati), Tennessee (64 delegati), Alabama (52 delegati), Oklahoma (37 delegati), Arkansas (31 delegati), Utah (29 delegati), Maine (24 delegati), Vermont (16 delegati) e Samoa Americane (6 delegati), California (415 delegati) e Texas (228 delegati). Questi ultimi due sono gli stati più popolosi degli Stati Uniti e, quindi, considerati decisivi nella corsa alla nomination, in quanto assegnano il maggior numero di delegati.

Secondo le regole interne al Partito Democratico, per ottenere la nomination ufficiale alla presidenza, i candidati hanno bisogno della maggioranza assoluta, quindi del voto di 1.991 delegati durante la convention estiva. Il Super Tuesday assegna 1.334 delegati su un totale di 3.979, ovvero circa un terzo. È chiaro quindi che il suo peso nel lungo percorso delle primarie non può essere ignorato. L’esperienza di questi ultimi trentadue anni ha dimostrato che, di solito, chi esce vincitore dal Super martedì riesce a conquistare poi la nomination estiva. Nelle ultime elezioni del 2016, ad esempio, Hillary Clinton riuscì ad allungare il suo distacco sul rivale Bernie Sanders proprio in quel martedì di marzo. Mentre le primarie del 2008 possono essere considerate un’eccezione: il Super Tuesday tra Clinton e Barack Obama finì in un sostanziale pareggio e non riuscì a sbloccare i risultati.

Come è andata quest’anno: i vincitori

Anche quest’anno, l’evento più atteso del ciclo delle primarie, ha già avuto i suoi effetti. Primo tra tutti, la riduzione dei candidati in corsa: in meno di una settimana, da domenica a giovedì, i protagonisti della campagna elettorale democratica sono passati da sette a due. Il risultato del voto di martedì è stato chiaro: a contendersi la candidatura alle elezioni presidenziali saranno Joe Biden, ex vice-presidente degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama, e il senatore del Vermont Bernie Sanders. Biden è stato il colpo di scena della settimana. Dopo essere andato molto male nelle precedenti primarie, ha invece avuto un’esplosione di voti nel Super Tuesday, conquistando ben 9 Stati: Alabama, Arkansas, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, North Carolina, Virginia e, soprattutto, Texas. Tutti stati con caratteristiche diverse tra loro, ma in cui, per la prima volta in questa tornata elettorale, c’è una forte presenza di elettori afroamericani. L’ex vicepresidente si è confermato uno dei pochi candidati in grado di conquistare il loro voto, dettaglio non irrilevante per un Democratico. Mentre Sanders, che invece sembrava il favorito, ha avuto la meglio solamente in quattro stati: Colorado, Utah, Vermont e California. La vittoria in quest’ultima gli ha permesso di conquistare molti delegati e quindi di limitare i danni, ma in generale Sanders è andato molto male un po’ dovunque, perdendo punti percentuali anche rispetto alle primarie del 2016. Gli altri candidati in corsa, Michael Bloomberg ed Elizabeth Warren hanno invece subito pesanti sconfitte. Warren veniva già da settimane molto difficili e non è riuscita ad invertire il trend: è arrivata terza anche nel suo stato d’origine, il Massachusetts. Per Bloomberg invece, si trattava del primo vero confronto elettorale di queste primarie, in quanto, essendosi candidato in ritardo, era stato escluso dal voto nei primi quattro Stati. Le aspettative su di lui erano molto alte, data l’ingente quantità di fondi investiti sulla campagna elettorale, ma l’ex sindaco di New York è riuscito ad arrivare primo solamente nelle Samoa Americane.

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I candidati Joe Biden e Bernie Sanders. Fonte: New York Post.

Gli sconfitti

Sia Bloomberg che Warren hanno ormai annunciato il loro ritiro dalla corsa alla nomination presidenziale, lasciando campo libero ai due principali sfidanti. Ma il primo dei “big” ad ammettere la sconfitta e a ritirarsi, dopo Tom Steyer, era stato Pete Buttigieg domenica primo marzo. La sua disfatta in South Carolina, dove ha preso solamente l’8 per cento dei voti, aveva mostrato il suo fallimento nell’attirare i voti degli elettori afroamericani. Buttigieg era stata la sorpresa di queste primarie. Giovanissimo, primo candidato dichiaratamente gay, con una storia politica d’impatto e una dialettica simile a quella di Barack Obama, era riuscito a conquistarsi la scena delle primarie in poche settimane. Dopo essere arrivato primo ai caucus dell’Iowa, però, l’ex sindaco di South Bend aveva cominciato ad avere le prime difficoltà, fino ad arrivare decisione di ritirarsi prima di poter anche solo gareggiare nel Super Tuesday. Lunedì 2 marzo, invece, era stato il turno di Amy Klobuchar di ritirarsi dalla competizione. La Senatrice del Minnesota aveva sorpreso tutti con i risultati ottenuti nelle primarie in New Hampshire, ma non è stata in grado di capitalizzare il successo. Buttigieg e Klobuchar hanno immediatamente appoggiato Biden nella campagna, anche in vista di una loro possibile candidatura alla vicepresidenza. Sono stati poi seguiti da Bloomberg, mentre Elizabeth Warren non ha ancora annunciato un suo possibile endorsement.

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I due candidati sconfitti, Michael Bloomberg e Elizabeth Warren. Fonte: CNN.com

Dunque, i candidati in corsa rimangono tre: Joe Biden, Bernie Sanders e Tulsi Gabbard, una giovane deputata al Congresso per lo stato delle Hawaii. I candidati che hanno realmente possibilità di farcela sono, ovviamente, i primi due. Secondo il sito di sondaggi FiveThirty Eight, la probabilità di avere una contested convention, cioè una convention estiva in cui nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta dei delegati, è ancora molto alta. Nell’ultima settimana le possibilità di vittoria di Joe Biden sono aumentate esponenzialmente, ma la strada da fare è ancora lunga e il distacco tra i due contendenti non è molto ampio. Con ancora gli ultimi dati incerti, i conteggi assegnano a Biden 627 candidati, contro i 551 di Sanders. La sfida è dunque ancora aperta e si giocherà fino all’ultimo voto.

La variabile Trump

La sfida finale per l’elezione del presidente degli Stati Uniti potrebbe essere ancora più aperta del previsto. Donald Trump per ora sembra essere ancora molto popolare tra gli americani, ma l’incognita Coronavirus incombe sul Presidente americano. La scorsa settimana, infatti, i casi di contagio sono esplosi anche negli Stati Uniti. Nonostante Trump abbia tentato di minimizzare il problema ostentando la sua solita sicurezza, il problema sta crescendo. La borsa di New York ha avuto una delle settimane peggiori dai tempi della crisi del 2008 e il governo ha stanziato un piano da miliardi di dollari per contrastare la diffusione del virus. La buona o la cattiva gestione dell’epidemia da parte del governo federale potrebbe dunque spostare molti volti nelle elezioni presidenziali. La strada per arrivare a novembre è ancora molto lunga e, senza dubbio, la politica americana riserverà ancora molte sorprese.

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Cecilia Valente

Nata a L’Aquila nel 1996, attualmente faccio avanti e indietro dalla mia città natale a Roma, dove vivo. Mi sto laureando in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli. Alla ricerca della laurea magistrale che faccia per me, spero di poter fare dei miei studi un lavoro. Divoratrice compulsiva di libri, ho un amore sconfinato per gli autori americani. Assidua frequentatrice di librerie e edicole, leggo a tempo pieno e scrivo a tempo perso. Aspirante giornalista, nutro un particolare interesse per le questioni riguardanti l’Unione Europea e la Politica Estera, di cui scrivo qui su The Wise.

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