Grup Yorum, morire oggi per la libertà

Grup Yorum, morire oggi per la libertà
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Grup Yorum è un gruppo musicale o, sarebbe più opportuno dire, un collettivo artistico nato nel 1985, a Istanbul.  I loro brani di ispirazione sociale e politica li hanno presto resi celebri negli ambienti universitari, ma da allora il gruppo non ha mai smesso di crescere, in Turchia come all’estero. Negli anni, il gruppo ha visto alternarsi sui palchi internazionali più di cinquanta musicisti e, oggi, con oltre due milioni di copie vendute è uno dei gruppi più ascoltati della storia turca. Affinché il loro messaggio di emancipazione, solidarietà e libertà fosse veicolato da una voce il più possibile universale, i loro testi sono scritti in tutte le lingue dell’altopiano anatolico, ivi inclusi il curdo e l’armeno, tanto per menzionarne alcune.

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La repressione del governo turco verso Grup Yorum

Non servirebbe neppure dire ciò che è ovvio: la natura stessa di Grup Yorum, militante nell’ambito delle estreme sinistre rivoluzionarie, ha da sempre attirato al gruppo le antipatie di governi di ogni colore. Tuttavia, negli ultimi anni, sotto una dittatura il cui grottesco camuffamento da democrazia è riuscito a ingannare soltanto i vertici dell’Unione Europea, tanto da indurli ad affidare alla Turchia la gestione di una questione tanto delicata come quella dei flussi migratori, il malumore si è rapidamente trasformato in dura repressione.

In seguito al colpo di Stato del 2016, infatti,  il governo di Erdogan ha proibito a Grup Yorum di esibirsi in pubblico. Molti dei suoi membri sono stati arrestati con l’accusa mai provata di far parte di un gruppo terroristico di estrema sinistra, il DHKP-C. Il centro culturale İdil,  sede principale di Grup Yorum a Istanbul, è stato più volte soggetto a perquisizioni da parte della polizia. Sulla copertina del loro ultimo album, İlle Kavga, uscito nel 2017, campeggia una fotografia degli strumenti rimasti danneggiati in una delle sempre più frequenti irruzioni della polizia. Le uniche prove fornite circa le accuse rivolte ai membri arrestati sono state ottenute per confessione mediante tortura.

Da quando il governo ha tentato di soffocarne la voce, la forza del loro ideale ha fatto sì che la loro arte evolvesse a tal punto che diversi fra i membri di Grup Yorum hanno scelto di mettere la totalità del proprio corpo al servizio della causa: a partire da maggio 2019, infatti, la cantante Helin Bölek e il bassista İbrahim Gökçek, entrambi carcerati, hanno avviato uno sciopero della fame, chiedendo un processo equo, la dismissione del divieto di esibizione e la cessazione delle perquisizioni e delle persecuzioni ai danni del gruppo. Dopo di loro, altri membri si sono aggiunti allo sciopero, perpetuando il senso di lotta per un’idea comune che ha animato il gruppo fin dalle sue origini.

Lo scorso 3 aprile, Helin Bölek è morta di fame. La sua protesta, la sua ultima esibizione artistica, è durata 288 giorni. La polizia ha disperso coi lacrimogeni le tante persone che hanno cercato di raggiungere il cimitero dove sarebbe stata seppellita, per offrirle un ultimo riconoscimento. Abominevole spettacolo di quello che appare come un tentativo di damnatio memoriae.

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Helin Bölek. Foto: Wikipedia.

Il 23 aprile se n’è andato Mustafa Koçak, chitarrista del gruppo, 297 giorni dopo il suo ultimo pasto. Aveva 27 anni e pesava 29 chili. In seguito alla morte dei due giovani e di fronte all’estrema criticità delle condizioni di İbrahim Gökçek, le autorità turche hanno deciso di allentare la pressione sul gruppo e accogliere le loro richieste. Se gli scioperi ancora attivi fossero stati immediatamente sospesi, Grup Yorum avrebbe potuto tornare a esibirsi. İbrahim Gökçek, aveva accolto la notizia come un successo ottenuto grazie al sacrificio dei suoi compagni. Tuttavia, il suo corpo, provato da 323 giorni di mancanza di cibo, non ha retto: il 7 maggio İbrahim è morto, a quarant’anni, poco dopo aver scritto in una lunga lettera che a partire da quel momento si sarebbe aggrappato alla vita con tutte le sue forze per poter tornare a suonare.

Con gli strumenti spezzati, senza un palco su cui suonare, con i suoi membri torturati, dispersi, e separati da sbarre di ferro e silenzio, Grup Yorum sceglie di vivere e morire per la propria libertà e, di riflesso, per quella di ogni essere umano.

L’ultima vicenda riguardante il gruppo, anche se indirettamente, è un fatto risalente a pochi giorni fa. Il 21 maggio dai minareti di diverse moschee di Smirne, considerata città più laica della Turchia per non essere mai stata governata dal partito conservatore islamico, è stata diffusa per le vie della città Çav bella, versione turca di Bella ciao che aveva reso famoso il gruppo in tutto il mondo. Un gesto dal forte valore simbolico, subito accolto dalle autorità con promesse di severe punizioni nei confronti degli ignoti autori. Inoltre, la procura al momento sta indagando anche sui responsabili della diffusione online della notizia.

Nel nostro piccolo, quello che possiamo fare è dare a questa battaglia la forza della nostra voce: parlare, parlarci, raccontare la storia di Helin Bölek, Mustafa Koçak, İbrahim Gökçek e di tutti i membri di Grup Yorum, tramandandola (o condividendola, se il termine è più adatto al nostro tempo), continuare a far risuonare le loro voci. Poco più di un mese fa, qui da noi, si è celebrata la giornata della Liberazione e sembra ancora di sentire l’eco di una musica dalle cui note è nata la nostra Repubblica. Le parole che ne concludono il testo mettono in ombra il paradosso di quanti vorrebbero a tutti i costi cancellare un pezzo della propria memoria mentre vaneggiano di identità immaginarie: «morto per la libertà».

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