Il Recovery Fund e l’esito della trattativa europea

Recovery fund
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Nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 luglio il Consiglio Europeo, l’istituzione che riunisce i leader degli Stati membri dell’UE, ha raggiunto un accordo sul funzionamento del Recovery Fund, il fondo per la ripresa che servirà per rilanciare le economie dell’Unione danneggiate dall’epidemia di Covid-19. L’intesa è arrivata al termine di una lunga trattativa ed è considerata un grande successo per il progetto europeo. I Paesi hanno accettato per la prima volta l’emissione di debito comune come strumento per finanziare un programma di aiuti.

Come funziona il Recovery Fund

Il fondo – chiamato anche Next Generation EU – ha una consistenza di 750 miliardi, di cui 390 erogati sotto forma di sussidi (grants) e 360 attraverso prestiti (loans). Il denaro verrà raccolto sui mercati di capitali attraverso l’emissione di titoli di debito europei. Il bilancio pluriennale 2021-2027, anch’esso al centro del negoziato, farà da garanzia. Il programma Next Generation EU è costituito da vari capitoli. Il più importante è il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF): 672,5 miliardi di cui 312,5 distribuiti come sovvenzioni. Di questi, il 70% sarà reso disponibile nel 2021 e il restante 30% nel 2022.

Composizione del Fondo

Le voci che compongono il Fondo per la ripresa. Fonte: Consiglio Europeo

Per i primi due anni i criteri di distribuzione delle risorse si basano sulla popolazione di un Paese, sul suo PIL e sui suoi dati sulla disoccupazione. Dal 2023, invece, il parametro sulla disoccupazione sarà sostituito da un indicatore che quantifica la perdita di PIL nazionale a causa della pandemia, tra il 2020 e il 2021. Queste regole favoriranno maggiormente gli Stati più in difficoltà e rafforzano lo spirito di cooperazione tra membri dell’Unione. Stando a questi criteri, il Governo italiano ha stimato che il nostro Paese beneficerà del 28% degli aiuti messi a disposizione dal Fondo, per un totale di 209 miliardi. L’erogazione dei contributi è vincolata alla presentazione di un piano di rilancio, che ciascun Paese dovrà presentare alla Commissione nelle prossime settimane.

Le conseguenze del compromesso

Tutto ha un prezzo. Ci sono due grandi aspetti da tenere in considerazione nel valutare i risultati di questo accordo. Il primo riguarda i numeri, che sono diversi rispetto a quelli proposti inizialmente dalla Commissione Europea. L’ammontare totale del Fondo non è cambiato, ma è diversa è la sua composizione. La quota dei sussidi è scesa da 500 a 390 miliardi, quella dei prestiti è salita da 250 a 360. Per preservare il serbatoio del Recovery Fund – che ha mantenuto la sua consistenza originale – sono stati ridimensionati o azzerati diversi progetti, come Horizon Europe, il programma per la ricerca e l’innovazione di alto livello, che è passato da 13,5 a 5 miliardi di grants disponibili. Ben tre programmi sono stati cancellati, per un totale di quasi 50 miliardi.

In secondo luogo c’è la questione dei rebates, cioè gli sconti sulle quote versate da ciascun Paese al bilancio comunitario. Per convincere gli Stati del Nord – Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia, i cosiddetti frugal five – è stato necessario accordare loro una riduzione dei contributi che dovranno versare nel prossimo bilancio pluriennale. L’ammanco sarà coperto per la maggior parte da Italia, Francia e Spagna.

Anche sull’approvazione dei piani di rilancio è stato necessario trovare un compromesso. Il Primo Ministro olandese Mark Rutte aveva proposto la possibilità da parte di una singola nazione di porre il veto sui piani di un altro Paese. La richiesta non è stata accordata, ma nel documento conclusivo del vertice europeo si legge che

“La Commissione chiede il parere del comitato economico e finanziario in merito al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali. Il comitato economico e finanziario si adopera per raggiungere un consenso. Qualora, in via eccezionale, uno o più Stati membri ritengano che vi siano gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali, possono chiedere che il presidente del Consiglio europeo rinvii la questione al successivo Consiglio europeo. La Commissione adotta un decisione sulla valutazione del soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali e sull’approvazione dei pagamenti secondo la procedura d’esame. In caso di rinvio della questione al Consiglio europeo, la Commissione non prenderà alcuna decisione relativa al soddisfacente conseguimento dei target intermedi e finali e all’approvazione dei pagamenti fino a quando il prossimo Consiglio europeo non avrà discusso la questione in maniera esaustiva”.

Il compromesso raggiunto ruota attorno alla formula in maniera esaustiva. Rimane, infatti, una certa discrezionalità di interpretazione da parte di ciascun membro del Consiglio. È probabile che su questo punto assisteremo ai prossimi scontri tra i leader europei, una volta che i piani di rilancio saranno stati presentati.

Vincitori e vinti

Il progetto di integrazione europea ha ricevuto un nuovo slancio grazie all’esito di questa trattativa. I governi del Nord – storicamente più rigorosi e attenti alle regole di bilancio – si sono sempre opposti all’idea emettere debito comune per sostenere i Paesi più fragili, ma alla fine hanno ceduto su questo punto. Ciononostante, le tre questioni analizzate nel paragrafo precedente (tagli ad alcuni programmi molto importanti, aumento dei rebates e approvazione condizionata dei piani), rischiano di indebolire alcuni pilastri dell’Unione e mettono in luce quanto sia complicato giungere ad un accordo che soddisfi tutti e ventisette i Paesi.

In questo contesto, l’Italia si trova sicuramente tra i maggiori beneficiari del Recovery Fund. Su questo punto che si concentrano le critiche verso il nostro Paese, da sempre poco incline alla programmazione di lungo periodo. Il rischio è quello di considerare i fondi che riceveremo come una forma di assistenzialismo, grazie al quale tappare alcune falle e concedere sussidi disordinati. Sarà fondamentale che il Governo lavori ad un piano credibile e serio, mettendo da parte task force e Stati Generali. La Commissione Europea prevede un crollo di oltre il 9% del PIL nel 2020 per il nostro Paese. Un dato sufficiente per capire che da questi 209 miliardi dipenderà molto del futuro dell’Italia.

Il PIL degli Stati europei nel 2020

Previsione dell’andamento del PIL degli Stati membri. Fonte: Commissione europea.

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