Le stelle fredde di Piovene e una nuova solitudine

Le stelle fredde
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«Il medico mi chiese: “Peggio dal destro o dal sinistro?”». Comincia così Le stelle fredde, con un dialogo quotidiano, se vogliamo banale, di gelida realtà. L’autore del romanzo, Guido Piovene, scrive dal 1926 al 1974, anno della morte. Non nasconderà mai la propria doppia anima, tra giornalismo e romanzo: ci vengono così consegnati ibridi letterari, che manipolano il linguaggio come fosse coprotagonista. Continuando la lettura, scopriremo che il personaggio lamenta una sordità “selettiva” alla parola: ed è da questo punto che si dipana il concetto di isolamento e solitudine che caratterizza l’opera.

Negli ultimi mesi questi termini sono penetrati nel linguaggio comune, diventando familiari, entrando nelle discussioni come argomenti “caldi”. Il nuovo millennio, così intessuto di relazioni e di scambi, si è trovato smarrito in questa nuova malinconia. Nasce allora l’opportunità di dare nuove interpretazioni alla nostra letteratura, rispolverare riflessioni dimenticate e seguire il nostro protagonista, senza nome, nel suo percorso verso il grigio dell’esistenza.

Guido Piovene, un taccuino da poeta

Procediamo con ordine: Piovene nasce nel 1907 da una famiglia nobile vicentina, che lo indirizza verso gli studi classici. Dopo il trasferimento a Milano, e un certo Carlo Emilio Gadda come insegnante di matematica, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Regia di Milano. Da qui in poi la carriera giornalistica, per il giovane Piovene sintesi perfetta tra la necessità di guadagnarsi da vivere e l’esigenza di scrivere, scrivere, scrivere. È la scrittura il mezzo prediletto di descrizione della realtà, delle contraddizioni del tempo moderno. L’autore viene del resto definito dai critici «giornalista per necessità, scrittore per passione» (A. Zava, Dal nostro inviato in Unione Sovietica).

L’esordio giornalistico con il Ventennio fascista segna molto l’attività letteraria di Piovene: i primi romanzi, Lettere di una novizia, La gazzetta nera, indagano proprio la falsità e la doppiezza umana che lo scrittore aveva sperimentato sulla propria pelle nei giornali di regime. Il Piovene giornalista rinasce però come reporter di viaggio, e i suoi resoconti da mondi “lontani” come gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrano nel canone di Terza pagina [la sezione culturale dei quotidiani, N.d.R] della scuola italiana. È proprio in questi viaggi che lo scrittore indaga i propri modi di scrittura, che approderanno a una «nuova verità siderale» (Zava): non più scrivere per descrivere, ma per partecipare alle tensioni morali del proprio tempo. All’interno di questa fase si realizza la parabola de Le stelle fredde.

Le stelle fredde

Guido Piovene e Arnoldo Mondadori. Fonte: Wikimedia Commons.

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«Ma è un orrore che non mi scuote»

Pubblicato nel 1970, il romanzo segue le vicende di un uomo stanco, ormai incapace di relazionarsi col mondo circostante, al punto da sviluppare una sordità definita “selettiva”. Lascia quindi il lavoro e cerca una soluzione al proprio disagio tornando alla casa natale, chiudendosi in un volontario isolamento, turbato però da due delitti: un omicidio, messo poi in un relativo secondo piano, e l’abbattimento del ciliegio d’infanzia, vero “morto” del romanzo.

Tralasciando le incursioni astrali dei vari personaggi, dal fantasma di Dostoevskij al poliziotto filosofo, è interessante la soluzione di questo protagonista senza nome. Tentando di rifugiarsi nella propria memoria e in una dimensione onirica (spia del disagio psichico), il personaggio si chiude a riccio. La totale solitudine, tuttavia, non risolve nulla. Alienazione, conflitti irrisolti col padre, incomprensione e autoanalisi ossessiva, ogni cosa contribuisce al costante senso di inadeguatezza di quest’uomo moderno. L’epilogo della crisi è la catalogazione: il protagonista decide di rapportarsi alla realtà schedandola. Trova la serenità compilando biglietti di descrizione per ogni cosa che vede, in ogni suo aspetto: «Ogni oggetto era pari all’altro, autonomo nella propria vita; ogni suo momento un oggetto. Ciascuno aveva la pienezza d’una persona, e si fissava, come una persona separata, in un registratore che lo conservava per sempre».

L’intento di Piovene è qui criticare duramente la “cibernetizzazione” (termine di A. Zanzotto) della realtà, la riduzione di ogni suo aspetto a puro dato e informazione da archiviare: ad oggi, appare attuale il valore “consolatorio” del dato, la tentazione a dare di tutto un’interpretazione schematica e, così definita, oggettiva. Il personaggio-fantoccio cade quindi in una sorta di coma, morte dolce e consapevole, che dalla solitudine lo porta a una pacifica indifferenza alla realtà.

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Una lingua taumaturgica

L’aspetto forse più interessante e attuale è come questa situazione si manifesti nel linguaggio. Il protagonista lavora come pubblicitario, manipola la parola per renderla altisonante, appetibile, e ne sente tutto il vuoto. D’altra parte il linguaggio della narrazione è invece poetico, positivo, portatore di un valore creativo. Piovene ci parla della sua soluzione alle contraddizioni della realtà, nella ricerca di nuovi modi di espressione. La sintassi è quasi musicale, con frammenti che hanno l’aspetto di veri e propri versi: si legga la frase a chiusura del libro, «Nella matassa dei suoi rami contiene anche chi lo ha ucciso; impregna tutto del suo bianco». L’uso pioveniano della lingua ne mostra l’esito positivo, una possibilità per le asettiche catalogazioni del protagonista.

Ma la crisi è soprattutto nel linguaggio come strumento di comunicazione e scambio: nel mondo contemporaneo, la parola usata a puri scopi utilitaristici, pratici; nel mondo del personaggio, la parola senza più alcun valore attivo, solamente descrizione passiva, catalogazione accumulativa.

L’incomunicabilità è ancora più chiara oggi, in una società dai linguaggi molteplici e nuovi, non sempre compatibili. La stessa barriera virtuale impone una riforma del modo di comunicare, che diventa più immediato e veloce, ma anche più fragile. Potremmo allora leggere in Piovene un consiglio: il ritorno alla parola “giusta”, preziosa, pensata. Il possibile rimedio a una solitudine profonda, in una società cinquant’anni più vecchia e oggi frammentata, tra urbanizzazione e vita smart: portare una lingua creatrice e consapevole all’interno dei nuovi strumenti, piena di significati e non di riflettori.

Edizione di riferimento: Guido Piovene, Le stelle fredde, Milano, Bompiani, 2017 (prefazione di Andrea Zanzotto).

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Giada Tonetto

Veneziana di cuore e di nascita dal 1999. Studia Lettere, insegue la filologia, si scioglie di fronte a un gatto.